L'orto di Michelle I Semi e la Terra

22/11/2016 di Teodoro Margarita

Prima ancora di sapere chi avrebbe vinto le elezioni presidenziali americane, la mia preoccupazione,  una sana preoccupazione, è andata al futuro dell'orto di Michelle Obama presso la Casa Bianca.

L'orto di Michelle

Noi che coltiviamo, che scriviamo di giardini, di piante, che viviamo di questo e siamo innamorati, non siamo stati che contenti quando nel 2009 la First Lady ha deciso ed attuato, nel quadro della lotta all'obesità infantile, di dare l'esempio . Così, leggemmo allora, uno stuolo di cuochi, di elettricisti, autisti, guardie del corpo, impiegati vari diedero mano alle vanghe e questo orto vide la luce diventando l'orto più famoso del pianeta.

Nessuno, nemmeno il giardiniere più antimperialista, nemmeno quello che in gioventù aveva perduto la voce al grido di “Yankees go home!” si è mai augurato male di questo orto.
Le notizie che abbiamo ricevuto, ci hanno confortato. Il presidente Barack Obama, sua moglie, i loro figli, hanno ricevuto in quest'orto, sempre più grande, sempre più bello, torme di ragazzini, il frutto delle coltivazioni è andato a beneficio di enti assistenziali. Il raccolto, ci hanno informato i media, è finito sulla tavola imbandita per gli ospiti convenuti , illustri ospiti, da ogni parte del mondo. Sappiamo che Michelle ha avuto a cuore la causa della battaglia contro il junk food, che ha combattuto contro le cattive abitudini alimentari degli Americani, specialmente dei bambini.

Sapere che delle insalate, dei pomodori, degli zucchini, timo, basilico siano finiti alla mensa della Casa Bianca, è stato solamente motivo di soddisfazione. I Re di Francia nel Seicento e Settecento si pregiavano di avere le loro Orangeries, delle grandi serre che ospitavano gli agrumi e tutte le specie troppo delicate per resistere al gelo dell'inverno transalpino. Grandi giardini botanici sono stati costituiti da Re, Sovrani in varie parti d'Europa, l'interesse è stato costante e sincero, oggi possiamo visitare giardini meravigliosi nel cuore delle capitali ed erano il personale, regale diletto di Re e di Regine. Ma l'orto di Michelle, un piccolo orto, ricavato nel giardino della Casa Bianca, è stato altra cosa.

Noi sappiamo, ce lo ha raccontato Michael Pollan nel suo libro “Seconda natura” che cosa rappresenti mai, quale moloch, status symbol intoccabile sia il prato inglese nella mentalità degli Americani, ancora più incredibile deve essere stato il “sacrilegio” per aver osato toccare quel prato, per averne fatto addirittura, un orto. Sarebbe stato magnifico se quell'orto fosse stato anche un santuario di biodiversità, se i semi impiegati fossero stati donati o raccolti presso la grande comunità statunitense dei seedsavers oppure, ancora  meglio, provenienti da eredità dei nativi americani. Non importa. Un orto è sempre un grande gesto di recupero di rapporti con la terra, con le sue stagioni, e pure un orto presidenziale avrà conosciuto la neve, la pioggia, la siccità.

Sappiamo che il presidente era assolutamente concorde e che questo orto era motivo di conversazione, vi si accennava sempre, anche nelle visite ufficiali più importanti.
Michelle Obama ha lanciato un appello affinché una fondazione privata continuasse questa bella attività. Per tutti gli orticoltori del mondo è stata una soddisfazione sincera sapere che questa loro passione era condivisa nel cuore di una capitale, nel posto simbolicamente più visibile.
Che delle zucchine siano finite sulla tavola apparecchiata a km zero alla Casa Bianca, implica che delle api abbiano fatto visita a quei fiori. Ciò significa che un minuscolo pezzetto di terra è stato abitato da lombrichi, che, esattamente come nei nostri orti, della fertile vita ha dimorato, in luogo di un prato che altro non richiedeva che un tosaerba.

L'idea di Michelle Obama è giusta. Fare l'orto per dare da mangiare ai nostri figli verdura di stagione è sacrosanta. Le mele che ella ha messo nella cartella dei suoi bambini, anziché le merendine, è altrettanto saggia. Che Barack Obama, suo marito, abbia apposto la firma sul tristemente famoso “Monsanto Act” ovvero quella legge che aboliva l'obbligo sui cibi contenenti OGM dell'apposita etichettatura, confondendo e frodando, quindi, i consumatori, non ci rende né ipocrita né tantomeno odioso quell'orto.
Barack Obama ha dovuto “pagare una cambiale” a chi gli ha finanziato parte della campagna elettorale.  Sappiamo che negli Usa le grandi corporates, le multinazionali, ufficialmente, fare lobby è legale, a patto che lo si dichiari, foraggiano ampiamente sia Democratici che Repubblicani.

Tutto questo lo sappiamo. La candidata verde, Jill Stein, non avendo ricevuto, coerentemente, nemmeno un dollaro, da queste imprese, ed essendo, per la natura peculiare del sistema politico Usa, è stata fuori dai giochi. Sappiamo come è andata. Abbiamo un presidente che crede che il cambiamento climatico sia una bufala montata ad arte dai media, sappiamo che è un gran divoratore di junk food, che viene da un mondo totalmente alieno da preoccupazioni ecologiche.

L'appello di Michelle Obama resterà inascoltato. Melania Trump  ha già dichiarato che quell'orto sarà distrutto, che al suo posto sorgerà un campo da golf e che nel terreno residuo ci sarà un parcheggio per i SUV. Lo leggiamo dai giornali, adesso. Ecco perché l'orto di Michelle merita di essere ricordato. Certamente ella continuerà a coltivare un orto, possiede una bella casa ed un terreno. Non si tratta di questo. Si tratta di quel singolo orticello, di come l'orto di un presidente possa scomparire, far posto ad un parcheggio esattamente come milioni di piccoli orti contadini in ogni parte del mondo. Chi si sente giardiniere, chi coltiva, è istintivamente fratello di ogni altro coltivatore e Michelle Obama era simpatica. Era simpatica e condivideva giuste preoccupazioni per la salute dei suoi concittadini, in specie i più piccoli, quell'orto era un simbolo forte e nelle grandi città americane, da Detroit a New York a San Francisco, quest'ultimo decennio ha visto nascere decine di migliaia di orti comunitari.

Un movimento come “Food not bombs” è nato negli Usa così come importante è stato lo sviluppo della guerrilla gardening… Adesso è doloroso vedere scomparire questo orto. Non ci si meravigli di questa attenzione dedicata ad un orto nel contesto di un trapasso, di uno sconquasso contro ogni previsione che è stata questa campagna elettorale americana.
Ce ne occupiamo noi, ne parliamo noi… se non noi, chi? Amiamo gli orti, chi li coltiva, amiamo le piante, gli animaletti, la piccola e preziosa flora e fauna che li abita.
Ne facciamo una ragione di vita, di resistenza contro le amarezze del quotidiano. Impariamo costanza ed attenzione. Michelle Obama era una First Lady giardiniera. Questo, un omaggio dovuto.
    

L'ORTO di MICHELLE Araldo Bassani

23/11/2016 05:23

L'orto è un elemento povero ma intelligente che lega indissolubilmente il passato al futuro. Lo dice il "Ragionamento Stesso". Non so se mi spiego e non è per vantarmi ma ,credo, di aver scritto una cosa sensata. CIAO from ITALY

destinazione Michelle Grazia

22/11/2016 19:50

perché non lo invii a Michelle Obama? Sta su Facebook. Invialo in italiano, non le mancheranno i traduttori se vuole... poi ci aggiorni?

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