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01 Luglio 2013
Ricerca e scoperta di una nuova identità bioregionale... riconoscendosi in ciò che è

Al termine dell’Incontro Collettivo Ecologista, tenuto a Vignola il 22 e 23 giugno 2013,  mi sono interrogato sull’opportunità di ampliare il concetto di “identità bioregionale”, questo anche  a causa degli input avanzati da più parti, per  un “nuovo paradigma”, da attuare  nel nostro percorso bioregionale.

Ricerca  e scoperta di una nuova identità bioregionale... riconoscendosi in ciò che è

Il mio pensiero in merito all’istituzione di un “nuovo paradigma” esecutivo è essenzialmente spontaneista, ovvero ritengo che non possano essere stabiliti criteri di avanzamento bensì sia necessario aderire il più possibile alla situazione presente e fornire risposte adeguate in sintonia con l’ecologia profonda senza decisioni aprioristiche. Insomma si tratta dell’antico “agire-non agire” di memoria taoista, in cui non si privilegia la contrapposizione bensì si sceglie la via dell’acqua che scorre, che supera gli ostacoli ove è più facile.

Insomma sto meditando sul come  riconoscersi nel contesto vitale ottenendo un risultato positivo, senza strappi, cominciando dal sentire ove si pone    l’"identità bioregionale". In un certo senso  considero la inconsistenza e futilità dell'adesione al vecchio concetto di "appartenenza" ad una comunità con una storia ed una cultura specifiche radicate in un determinato habitat. La comunità cambia, la cultura ed i costumi pure, la storia è semplice adesione a forme pensiero accettate dalla comunità, l'habitat è soggetto a mutazioni... Insomma la nuova "identità bioregionale" dovrebbe basarsi essenzialmente sulla capacità di adattamento  ad una situazione ambientale e sociale  nella considerazione della sua mutabilità, con una spinta in senso evolutivo.. In tal modo "l'identità" è in continua crescita soprattutto nella consapevolezza-sentimento  della comune appartenenza al contesto vitale. Dall'inorganico all'organico la vita si manifesta inscindibilmente come coscienza-energia... quindi l'identità non può fermarsi alla singola forma o  limitata aggregazione.

Il discorso è  da formulare con parole semplici - terra terra - in modo che possa essere accettato senza traumi dai "bioregionalisti tradizionali che si riconoscono nel luogo".. Come ripeto meglio evitare "traumi". La crescita deve avvenire in modo spontaneo eventualmente tramite piccoli suggerimenti ed esempi pratici.... di "laicità ambientale".

Di questo ne parlavo con la mia compagna Caterina, la sera successiva all’Incontro collettivo ecologista, cenando sul terrazzo, il conflitto è una fase necessaria  per il superamento dell'enpasse. Il conflitto interiore ed esteriore, pur che non sfoci in violenza, è un  metodo per chiarirsi nelle proprie pulsioni genuine e quindi evitare vicoli ciechi o andate e ritorni per ricominciare da capo il percorso. beninteso anche un'andata e ritorno può essere utile, il vecchio sistema tentativi ed errori, ma se succede che la spontaneità prende il sopravvento, forse diventa inutile. Ricordo tantissimi anni fa, allorché dovevo ricevere un messaggio interiore sulla mia predisposizione ottimale nella vita. Mi trovavo a meditare nottetempo sdraiato in shavasana su una veranda di un tempio. Ero giunto lì al buio e poco avevo visto di ciò che mi circondava, in effetti mi coricai  senza una chiara percezione del luogo.

Dopo  alcune ore  di attenzione ininterrotta senza pensieri mi avvidi che la salivazione mi aveva riempito la bocca di liquido. Non sapevo se risolvere il problema sputando od ingoiando. Rimasi lì  in una sorta di “conflitto” interiore pur non preoccupandomene. Improvvisamente senza averlo specificatamente deciso mi trovai a deglutire il malloppo.. subito dopo (come se una tensione fosse stata allentata..) mi rigirai su un fianco. Dopo poco, saranno state le 3.30 del mattino, un prete uscì dalla porta centrale del tempio, non mi girai nemmeno a guardarlo ma mi avvidi che con una grossa mazza percosse un grande gong che si trovava al mio fianco, se prima  fossi rimasto fermo dov'ero mi sarei trovato esattamente sulla traiettoria del pendolo. Il suono enorme mi scosse e mi indirizzò verso una ulteriore consapevolezza, appena il prete se ne fu andato mi alzai e vidi che alle mie spalle c'erano due statue che affiancavano il gong, una di Shiva ed una di Shakti. Io mi trovavo dalla parte di Shakti.

Da lì compresi che la mia via era quella della ricettività e del femminile.

Infatti così avvenne... e lo appurai in seguito attraverso gli eventi vissuti. Non servono traumi  è sufficiente che il conflitto indichi la strada dolcemente. Il trauma ci riporta indietro a tentare nuovamente l'esperimento mentre il fluire ci fa superare l'ostacolo senza pentimenti. Spero che questa mia esperienza possa giovare il lettore nella comprensione del mio processo di crescita e dei miei intendimenti....

Faccio cenno ad un “lettore” così dicendo mi rivolgo ad un "altro"? Sì dal punto di vista fisiologico e no dal punto di vista della  coscienza, poiché la coscienza è la base stessa che entrambi - anzi "tutti indistintamente" - ci anima.
Ha iniziato a piovere, tira un forte vento, la stanza è buia, fa persino un po' freddo, la situazione sembra anomala considerando che siamo all'inizio dell'estate e ricordando che pochi giorni fa si scoppiava dal caldo, in quel campo di Vignola. Sicuramente la realtà ambientale e temporale percepita è soggettiva, eppure nella memoria -salvo il voler porre la condizione vissuta in una sequenza  rispondente ad un ordine stagionale- è facilmente riconoscibile.  Chi legge  percepisce dentro di sé una situazione affine da lui vissuta. Immaginandola, magari, leggermente diversa, poiché la diversità è implicita  nel considerare "l'altro".
Questo fa parte del meccanismo della trasmissione del pensiero.

Ma la verità non può essere trasmessa poiché la verità non può essere descritta, la verità non è una storia che puoi raccontare. E questa similitudine evocata non è certo la verità anche se  emozioni affini  connesse all'evento descritto possono sorgere egualmente.
Siamo abituati  ad immaginare attraverso interconnessioni interpretative (lo chiamiamo "dialogo"), lo facciamo anche nella nostra intimità, con noi stessi sovrani, ad esempio nel sogno in cui i rapporti immaginati fanno da contrasto ai vari personaggi che sono il sognatore stesso.  
Questo dal punto di vista psicologico.. e va bene accettarlo..  ma come una "differenza" che si manifesta nello stesso corpo, nello stesso organismo,con il trascorrere del tempo. Sarebbe bello però  se tali dialoghi fossero conduttivi all'amore, come fra il piccolo principe e la volpe.  E' questo il sentimento che integra la consapevolezza.

L'organismo è un insieme in cui ogni singola particella che lo compone ama se stessa  sia nell'interezza che nella prossimità delle singole componenti.
Ritorno al discorso dell'"identità bioregionale"... qui non si tratta di identità ambientale, non si riconosce il limite separativo nemmeno come differenza funzionale. E' vero che la funzione esiste nei vari organi, nelle diverse cellule, ma la coscienza è una. Pur che le cellule allo stesso tempo possono mantenere la loro funzione in quanto se stesse. Che bisogno c'è di considerare i pro ed i contro di una funzione se il semplice funzionamento è la riprova di una efficienza?
Il sadhu che rinuncia al mondo, che vive di elemosina per intenderci, non rinuncia veramente.. e come potrebbe mai.. Infatti continua a vivere nel mondo alla stessa stregua di un commerciante, di un  prete, di un assassino, di un politico, di un ladro, etc. ognuno contribuisce al mondo collettivo e copre un tassello. Vivere di elemosina o galleggiare nell'oro non cambia i fatti sostanziali della vita.

Una persona vive di per se stessa, con le sue necessità ed i suoi piccoli desideri e le sue paure, come ogni altro essere vivente. Poi si accoppia e il senso della sua identità si amplia alla famiglia, poi si riconosce nel suo clan, nel suo villaggio, nella patria, nella cultura condivisa, nella religione, magari "scopre" di far parte del pianeta Terra senza possibilità di separazione da tutto ciò che vi risiede.  E perché non ampliare la propria identità all'intero universo di cui la Terra è una particella?
Dov'è la separazione? Non esiste... A quel punto va bene continuare a svolgere la propria funzione qualsiasi essa sia come dettata dalle predisposizioni e dal destino. Allora se si vive in montagna ci si riconosce nella montagna, se si vive al mare ci si riconosce con il mare, se si vive in città si è cittadini... 

Identità bioregionale a questo punto significa semplicemente essere quel che si è riconoscendosi in ciò che è.. (da qui il titolo del nostro blog su Terra Nuova).

(P.S. Questo discorso è nato in me grazie alla sollecitazione ricevuta da Lorenzo Merlo)

di Paolo D’Arpini
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