Agricoltura vegan: una risorsa per il futuro

La questione etica sull’uso dei derivati animali in agricoltura impone nuove conoscenze, a cominciare dal compostaggio vegetale. Anche nel biologico si può fare a meno del letame e degli scarti di macellazione? Ne parliamo con Anna Satta, docente della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica "Emilia Hazelip".

19 Maggio 2017
Agricoltura vegan: una risorsa per il futuro

Lo scorso settembre ha esordito il Veg&Joy Festival, ovvero il primo festival vegan della città di Piacenza. La cosa di per sé sarebbe potuta passare inosservata, visto che fioriscono iniziative simili ormai in tutta Italia. L’evento però ha suscitato un bel po’ di scalpore, dato che Piacenza è nota per essere la patria dei salumi, con una forte vocazione all’allevamento intensivo e alla produzione agricola industriale.

È stata anche l’occasione per portare all’attenzione temi importanti, come è accaduto grazie a un focus sull’agricoltura vegan, che ha messo in luce l’uso massiccio che si fa anche in agricoltura biologica di prodotti di origine animale, come il letame e gli scarti di macellazione triturati. Per fare a meno di queste pratiche è necessario saper fare un buon compostaggio vegetale, per poter disporre della giusta quantità di fertilizzante biologico, ecologico ed economico, senza dover dipendere dai concimi animali. In questo senso, alcune tecniche evolute di gestione agricola ormai ampiamente collaudate e incentivate persino a livello comunitario, come l’agricoltura su sodo1 e le concimazioni verdi, possono affiancare l’uso del compost vegetale per massimizzarne gli effetti e ridurre drasticamente i costi di gestione delle coltivazioni. Si tratta dunque di apprendere nuove tecniche, ecco perché è fondamentale che chi produce il nostro cibo sia incentivato a studiare biologia, entomologia, morfologia vegetale e il suolo: per imparare ad assecondare i processi naturali, piuttosto che cercare di dominarli, come invece avviene nell’agricoltura industriale.

Ci sono alcuni strumenti di progettazione sostenibile come la Vegan permaculture o l’agricoltura sinergica, che sono già a disposizione di chi vuole intraprendere una coltivazione senza derivati animali. In Italia, intanto, si sta formando una rete informale di agricoltori biologici vegan, che prevede la condivisione dei saperi, il mutuo aiuto e un sistema di certificazione partecipata che coinvolge i consumatori in una scelta consapevole (www.agricolturavegan.it).

Sull’argomento abbiamo intervistato Anna Satta, tecnico in agricoltura biologica, ortoterapeuta, docente della Libera Scuola di Agricoltura Sinergica "Emilia Hazelip".

L’agricoltura convenzionale fa a meno dell’apporto di animali, sostituendo le vecchie pratiche colturali e il letame con i fertilizzanti chimici. Può dunque essere considerata vegan?

Decisamente no, perché l’agricoltura chimica è impostata sulla devastazione, non ha nessun rispetto per gli organismi viventi né per gli equilibri del pianeta. Il chimico non lavora con i repellenti ma solo con dei potentissimi veleni che uccidono tutto: microrganismi, funghi, insetti.
Di conseguenza muoiono anche gli animali che se ne nutrono, lasciando spazio a parassiti sempre più resistenti.
I prodotti utilizzati in agricoltura convenzionale hanno periodi di persistenza molto maggiori di quelli dichiarati, si trovano pesticidi persino nei ghiacci dell’artico! L’agricoltura chimica è una dichiarazione di guerra permanente all’ambiente e a chi ne mangia i prodotti.

E il biologico può essere inteso come un universo vicino al mondo vegan?

Esiste una convergenza tra questi due ambiti, che ha a che fare con la ricerca di prodotti vegetali di qualità, biologici e possibilmente a km 0.
Ma dal punto di vista vegan, nel regime biologico esiste un problema di fondo: spesso si sostituiscono i prodotti chimici di sintesi con fertilizzazioni organiche di origine animale, come il letame, la pollina, lo stallatico, che provengono dagli allevamenti.
Molti altri concimi non derivano unicamente dagli escrementi, ma sono prodotti dagli scarti di macellazione, basti pensare alla cornunghia, ottenuta da unghie, cartilagini, corna e ossa di animali triturati, ampiamente usata persino in giardinaggio.
Lo stallatico contiene feci, urea e paglia provenienti dalla pulizia delle stalle; il pellettato, ad esempio, contiene concimi animali di origine mista, triturati e venduti in forma di pellet idrosolubile. Poi ci sono i prodotti ottenuti dalla triturazione degli scarti di macellazione, liquami fra cui anche residui di sangue e urea bovina. Il guano è ottenuto da volatili in cattività, la pollina da polli in allevamento intensivo. Sono ancora in pochi, nel biologico, a usare esclusivamente compost vegetale; anche se costa molto meno, si può autoprodurre ed è sostenibile. A volte, semplicemente, non ci si pensa.

Esistono alternative valide all’uso del letame in agricoltura biologica?

La risposta è sì. Gli agricoltori che usano appropriatamente tecniche evolute di gestione delle coltivazioni ottengono produzioni abbondanti, sane, economicamente vantaggiose, sostenibili per l’ambiente ed etiche.

E l’agricoltura sinergica può essere considerata una pratica vegan?

Beh, in realtà la sua ideatrice, Emilia Hazelip, non mi risulta fosse vegana e anzi so per certo che allevava delle anatre allo scopo di ripulire l’orto da lumache e limacce. So che in seguito le ha sconsigliate, dal momento che mangiano facilmente le verdure dell’orto e che hanno abitudini diurne, rispetto a lumache e limacce che spesso circolano di notte.
Quindi l’agricoltura sinergica non nasce come metodo vegan, ma di fatto non viene richiesta nessuna modifica o accorgimento per essere praticata.
Non servono letame o pollina e nemmeno prodotti che avvelenano insetti, topi o altro. Nel metodo sinergico si cerca di raggiungere sempre l’equilibrio, non si dichiara guerra a nessuno, nemmeno ai parassiti, perché si cerca sempre di prevenire malattie e attacchi parassitari con metodi che non richiedono interventi cruenti, ma cercando di migliorare la forza delle piante stesse che così si difendono da sole.

Qualche esempio?

Nei bancali sinergici si consociano diverse famiglie di piante, molte ad azione protettiva, e si lascia che trovino un equilibrio. Si cerca un equilibrio anche con le piante spontanee, che non vengono strappate via e trovano quindi un impiego concreto.
Lo stesso vale per l’attenzione che si pone nel creare un habitat accogliente per gli antagonisti dei parassiti: nel sinergico si agevola la presenza di predatori e quindi si impara a convivere in equilibrio con molti elementi, compresi molti animali selvatici.

Quindi in agricoltura sinergica non si usano prodotti di origine organica come compost e letame?

No, non si usano, si fa in modo che si crei spontaneamente un processo di decomposizione vegetale sulla superficie e nella profondità delle aiuole di coltura. Può capitare in via eccezionale solo nella fase iniziale, quando si smuove il terreno per creare le aiuole rialzate, dette bancali.
Ma è sempre meglio evitare il letame, che serve più da inoculo di nuove famiglie di microrganismi che da fertilizzante.
Si fa quando la terra dalla quale si parte è molto povera, priva di sostanza organica e risulta utile agevolare l’inizio della decomposizione e della creazione di humus.
Nell’ottica di un sistema permanente nel quale non si fertilizzerà mai più, è meglio optare per un inoculo di compost vegetale.

Note
1. L’agricoltura su sodo, in inglese «sod seeing» o «no-till agricolture», è una tecnica di agricoltura conservativa che si basa sull’assenza di qualsiasi tipo di lavorazione meccanica del terreno.

Articolo tratto dal numero di febbraio 2017 di Terra Nuova

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di Dario Scacciavento


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