Naranjo... e Jodorowsky

A pochi giorni dall'uscita dell'ultimo libro di Claudio Naranjo, La rivoluzione che stavamo aspettando, ripubblichiamo un articolo dedicato alla creatività, allo sciamanesimo, alla psiche e spiritualità che vede protagonisti Claudio Naranjo e Alejandro Jodorowsky.

27 Settembre 2011

Naranjo e Jodorowsky: due passi oltre la mente

Creatività, sciamanesimo, meditazione, afflati libertari: l'incontro fra Claudio Naranjo e Alejandro Jodorowsky rappresenta l’incontro tra psiche e spiritualità, ma anche quello di due amici e intellettuali dal destino incrociato.

Uno psicologo artista e un artista psicologo. Il destino incrociato di Claudio Naranjo e Alejandro Jodorowsky sembra quello di due cavalieri erranti più o meno coetanei che si avventurano nel mondo e alla fine si ritrovano con in pugno la stessa pietra filosofale. Di fronte a una frase del genere sia l’uno che l’altro sicuramente si metterebbero a ridere, ma a noi piace metterla in questo modo. Sul rapporto tra i due maestri si potrebbero addirittura scrivere romanzi. Due nuovi Narciso e Boccadoro o due cavalieri da fiaba, come Azul e Asmar che finiscono per ritrovarsi amici, alla fine del tragitto, dopo aver attraversato mille avversità e sortilegi. Figli di una stessa patria, il Cile fervente degli anni ’30, si sono inerpicati per sentieri diversi, quello dell’arte panica per Jodorowsky e quello degli studi medico-scientifici per Naranjo. Ma i loro percorsi si sono incrociati varie volte e per brevi tragitti sono anche scorsi paralleli. E oggi ci sembra di poter dire che sfociano nello stesso mare. Due maestri della rivoluzione silenziosa che scaturisce dall’interno della nostra psiche e che ci prospettano la possibilità di un cambiamento epocale a partire dalla nostra coscienza individuale.

Antiautoritari per definizione, analitici e creativi, solenni quanto ironici e goliardici, i due cileni hanno stabilito una relazione profonda con la spiritualità, seguendo percorsi diversi: lo zen giapponese di Takata per Jodorowski, il buddismo tibetano o le altre tradizioni orientali per Naranjo. Eppure per certi versi sembrano lontanissimi. Quando Naranjo maturava il suo curriculum accademico, Jodorowsky faceva il mimo, o un teatro talmente sperimentale da escludere l’uso degli attori. Mentre il primo scopriva e rimodulava la Gestalt come terapeuta, il secondo faceva breccia nella cultura post-materialista parigina con la lettura dei tarocchi.
Oggi sono due splendidi ottantenni, con una gran voglia di fare e di incidere sulle sorti del mondo. Passati indenni attraverso un secolo di sconvolgimenti umani e politici, attraverso la stagione d’oro dello sciamanesimo e della psichedelia, e più in generale attraverso i meandri di un inconscio imbevuto di tribalismo e slanci surrealisti, la vita ce li restituisce oggi come due delle menti più lucide del nostro tempo.

Il rapporto tra i due è quasi speculare: un artista che mette in scena la multiforme realtà della psiche e uno psicologo che, nel suo lavoro, si richiama costantemente alla musica, all’arte e alla meditazione. Si narra che fu Naranjo a introdurre Jodorowsky al mondo della spiritualità di tipo sciamanico, invitandolo ai ritiri spirituali con Ichazo nel deserto d’Arica del Nord del Cile. Esperienza folgorante che ispirò il film La Montagna Sacra, capolavoro assoluto del regista. La forza dirompente del primo si concilia con la capacità del secondo di costruire un nuovo modello di educazione improntato sulla completezza dell’essere umano. Ma anche in questo, alla fine, si assomigliano. È solo che per fare la frittata bisogna rompere le uova, dirà Jodorowsky in Psicomagia. La stessa rottura che Naranjo auspica verso un sistema educativo complice di propagare il virus del pensiero patriarcale, della logica di dominio e dello scientismo.

Il cammino di entrambi sfocia verso gli orizzonti di una nuova coscienza che cozza contro la presunzione del pensiero unico globale. «La consapevolezza rappresenta sicuramente una minaccia per certe forme consolidate della vita politica ed economica» ha detto Naranjo durante una visita in Italia di qualche anno fa «ma non c’è dubbio che rappresenti la nostra maggiore speranza e l’unico rimedio per curare molti mali».

L’inganno sacro
«Poeticamente abita l’uomo»: è una frase del poeta tedesco Hoelderlin, citata più volte da illustri filosofi esistenzialisti. Ma più di ogni altra teoria l’esempio più convincente della verità racchiusa in questo verso ce lo fornisce Alejandro Jodorowsky. La sua poetica personale potrà anche non piacere, ma è difficile affermare che la sua vita non ne sia uno specchio coerente. Dagli atti poetici come provocazione estrema al teatro onirico, dai film d’avanguardia ai romanzi, dalla tarologia al fumetto fino al cabaret mistico: l’intensa parabola evolutiva dell’uomo e dell’artista Jodorowsky sono accompagnati dall’astro della genialità e dalla voglia di rappresentare la totalità della natura umana.

La sua fitta ricerca nel mondo dell’inconscio si è riversata nei film, negli atti teatrali e in tutte le sue opere d’arte, sempre in bilico tra denuncia sociale, dissacrazione e misticismo, finite spesso sotto i bisturi della censura. Impossibile tracciare un profilo lineare di questo eclettico personaggio, nato nel Cile del Nord da due immigrati ebro-ucraini nel giovedì nero del 1929, giorno in cui crollò la borsa mondiale.

Lui stesso ha provato continuamente a confonderci. Quasi tutti i suoi libri parlano delle sue esperienze in chiave autobiografica, ma si ha sempre l’impressione di non riuscire a discernere la realtà vissuta da quella immaginata. Basti citare l’improbabile narrazione familiare di Quando Teresa si arrabbiò con Dio, con la ricostruzione folgorante e immaginaria degli antenati, o La danza della realtà, che già dal titolo evoca il suo modo di vivere funambolico, alla ricerca continua di un’evoluzione creativa che non ammette convenzioni. Oppure il più recente Il maestro e le maghe, in cui ripercorre le tappe fondamentali e folgoranti della propria formazione.

La sensazione è quella di avere a che fare con una vita intrigante e inafferrabile, un ineguagliabile destino di fronte a cui si può solo soccombere o trasformarsi, cambiando continuamente pelle. Forse è questa la ricetta per arrivare alla venerabile età di 82 anni e sembrare ancora un ragazzino. Ma la sua ridondanza di immagini e suggestioni potrebbe essere una tecnica prestabilita: creare il corto circuito mentale per instillare dosi di saggezza, come un vecchio maestro che dispensa i koan, criptici indovinelli che i suoi discepoli hanno il compito di decifrare.

Se c’è un’opera che più riesce a condensare il percorso umano e spirituale di Jodorowsky credo che sia proprio Psicomagia, un libro intervista che propone una psicologia che sfugge alla comprensione razionale e che si fonde inevitabilmente nel misticismo. Come spiega l’autore, «l’inconscio accetta il simbolo e la metafora, dando loro la stessa importanza che darebbe a un fatto reale. Insomma, l’inganno di stregoni e fattucchieri può essere a fin di bene». Agli occhi di un osservatore mediocre, imbrigliato nella ristrettezza del ragionamento logico, potrebbe sembrare il pensiero di un ciarlatano.

Jodorowsky in effetti ha giocato molto su questo aspetto di «imbroglione sacro» o «ciarlatano trascendentale», facendo dello scandalo e dell’autoironia un cavallo di battaglia costante di tutto il suo percorso, in cui per molti anni, per sua stessa ammissione, ha cercato di liberarsi di un ego troppo ingombrante. «A lui, che è uno sciamano contemporaneo, piace molto che lo chiamino ciarlatano. E gli piace molto definirsi così» dirà su di lui Naranjo «dato che uno dei suoi temi è quello dell’inganno sacro. Ma quando non si può fare altrimenti c’è anche un inganno benevolo». Del resto, come sostiene l’artista, la realtà non è per niente razionale, anche se ci fa comodo pensare che lo sia, perché ci dà più sicurezza e ci tranquillizza. Cosa è o non è reale? «Trattenere soltanto l’apparenza immediata della realtà significa tradirla e soccombere all’illusione» scrive in Psicomagia.

Cabaret mistico
La spiritualità per Jodo - in Francia lo chiamano anche così - è sempre stata una voce fondamentale, mai scissa dalla sua opera più matura. Ma l’istrione che c’è in lui non ha mai finito di mescolarvisi, come un novello Zarathustra che lancia messaggi sulla piazza del mercato. Una delle performance rituali più conosciute sono le sedute di cabaret mistico, in cui l’attore mescola sapientemente sacro e profano per giungere a un nuovo concetto di terapia panica collettiva. Accanto alla lettura di testi sacri, tra un’I Ching, un testo sufi e le Upanishad, ha così cominciato a presentare una serie di barzellette, altrettanto efficaci per esplorare l’essere umano con i suoi problemi, le sue paure, o insicurezze. Testi anonimi, storie umili ed esilaranti, che però affondano anch’esse le radici nell’inconscio, suscitando «la risata salvifica».

Potremmo anche vederla così: forse Jodorowsky non ha mai smesso di essere un ragazzino e combinarne delle belle. Il rischio però è quello di non comprenderne la serietà: allo stesso modo dell’amico Naranjo, l’artista Jodorowsky non si dimentica di esaltare la necessità di uno sguardo lucido. Per sua stessa ammissione, anche l’atto poetico estremo, che permette di manifestare i propri tratti latenti o le energie inibite, ha un grande bisogno di coscienza per non degenerare nella distruttività o nella violenza.

I moralisti di oggi e di ieri si dovrebbero ricredere. Jodorowsky il provocatore, il regista dell’osceno e dell’orripilante, lo sciamano dell’assurdo, non cede alla facile tentazione di identificarsi con il sogno, né con i vari metodi di fuga nell’inconscio. La visione magica della realtà ha bisogno di lucidità, di distanza con cui poter osservare le cose di tutti i giorni, che secondo Jodorowsky non si discostano in modo netto dalla logica dei sogni.

Oggi possiamo dire che la sua psicomagia ha influenzato molti psicologi e scuole di pensiero. Tanto per restare in tema, lo stesso istituto SAT, (Seekers after truth) diretto da un tale Claudio Naranjo, lo ha invitato a tenere corsi in Spagna e in Messico, per insegnarne le tecniche psicologiche.  Se l’uomo abita il mondo poeticamente, vuol dire che è anche in grado di crearlo e di cambiarlo, con le proprie suggestioni. Il messaggio è chiaro e forte: «Io non credo nella rivoluzione politica, credo nella reevoluzione poetica» ha dichiarato Alejandro alla mostra del cinema di Venezia di due anni fa. «Solo nell’arte e nella poesia si rivela l’inconscio, che funziona per mezzo della metafora». Solo l’artista o il mistico possono comunicare in questo mondo. O come dice lo stesso regista nella Montagna sacra, solo un terapeuta artista del calibro di Claudio Naranjo.

Lo psichiatra artista
Altro carattere quello di Naranjo. Acque placide e cristalline che lasciano trasparire una vasta profondità di sapere e di conoscenza. «Una persona fedele al proprio vissuto, che agisce secondo i principi fondanti della Gestalt, nel qui e ora» racconta Angelo Contarino, collaboratore di Naranjo, uno dei promotori di SAT Italia. «In ogni conferenza, come in ogni workshop, a cui ho partecipato, mi ha sempre colpito la sua capacità di rimanere sereno e allo stesso tempo presente a se stesso. Indubbiamente un maestro, oltre che della psiche, dell’aspetto meditativo e spirituale».

L’amico di Castaneda
Anche Claudio Naranjo non è certo, come direbbe Marcuse, un uomo a una dimensione. Nato a Valparaiso in Cile nel 1932, e cresciuto in una casa dove circolavano politici, letterati e artisti importanti, dopo la laurea in medicina si iscrisse alla Scuola di specializzazione in psichiatria di Santiago. Ma terminata la specializzazione si rese conto di non sapere realmente come curare i pazienti. Non si sentiva ancora sufficientemente maturo per poter esercitare la professione di psicoterapeuta, e decise allora di proseguire la sua ricerca sul piano esperienziale. Nel 1963, mentre lavorava all’Istituto cileno di antropologia medica, iniziò a studiare gli stati alterati di coscienza, secondo l’uso di diverse culture native americane. «Naranjo fu molto amico di Castaneda» spiega Contarino «al punto che al suo arrivo in Europa molti lo confusero con lo stesso antropologo. Naranjo non conobbe direttamente Don Juan, ma si circondò di altri iniziati sciamanici».

La prima ferita
In seguito all’incontro con Oscar Ichazo, Naranjo rielaborò la mappa dell’enneagramma, facendo propria l’antica tradizione cristiana asiatica che aveva già influenzato Gurdjieff. In base a questa figura geometrica, le tipologie dei caratteri sono limitate a nove. Secondo la sua rielaborazione, gli esseri umani durante l’infanzia vengono «feriti» spesso inconsciamente dai genitori e, in seguito a queste carenze, si difendono sviluppando dei tratti predominanti del carattere, che determinano il cosiddetto enneatipo. Ma le carenze psicologiche, secondo Naranjo, sono ancora più profonde e si innestano su un vuoto di tipo ontologico: una frattura da recuperare sul piano spirituale.

L’inventore dell’enneagramma fu anche l’allievo di Fritz Perls e partecipò alla costruzione di modelli di vita alternativi, sulla scia della comunità californiana di Esalen. E questa tensione alla trasformazione della società oggi è ancora ben presente, in un lavoro di educazione che travalica il cambiamento individuale e ambisce a cambiare il mondo. Negli ultimi due decenni l’attenzione dello psichiatra si è però concentrata sul tema dell’educazione. Naranjo è arrivato infatti a sostenere che i principali problemi della nostra civiltà, inclusi gli eccessi di violenza e ingiustizia, dipendano dall’organizzazione patriarcale della mente umana e della società. Una forma mentis che domina ancora la nostra cultura e ne limita l’evoluzione, producendo falsi valori. Rispetto agli insegnamenti tradizionali, Naranjo propone un curriculum supplementare di autoconoscenza, rieducazione interpersonale e cultura spirituale che non ha niente a che fare con l’autoritarismo religioso. «C’è bisogno di un’educazione interessata a evitare il superfluo, che non sprechi gli insegnanti in un impegno quasi meccanico, come succede oggi, restituendo loro il compito propriamente umano di rieducazione interpersonale».

Educare significa allora occuparsi del cuore e della profondità della mente, perché «il senso di vita non si può scoprire attraverso il pensiero razionale». Una frase che sembra presa dall’amico Jodorowsky, che in un certo senso rappresenta il suo alter ego più naturale. Ma Naranjo ha la sua arte e la sua ironia in uno stile che gli è proprio. «In tutti i seminari da lui condotti non ce n’era uno che non prevedesse un pianoforte o della musica da ascoltare» racconta Contarino. «Anche le meditazioni che propone si basano spesso sull’arte e le diverse tradizioni spirituali, ma anche sull’ascolto di brani di musica classica, con Claudio che salta al pianoforte e finisce per suonarci un pezzo».

Tra le fonti di ispirazione che oggi vale la pena recuperare Naranjo parla del buddismo, dell’enneagramma, ma anche del teatro e della danza terapia. Quasi un invito a nozze per l’istrione cileno. Oggi più che mai abbiamo bisogno di persone complete e non di parolieri da festival della filosofia. Ci piacerebbe veder sorgere un nuovo tipo di umanesimo, in cui la Psiche, nella sua solitudine, possa ritrovare il suo complemento: una sana spiritualità.

 
Alejandro Jodorowsky è nato nel 1929 in Cile e si è trasferito a Parigi dal 1953, dove ha fondato il movimento del teatro «panico». Regista di cinema e di teatro, attore, romanziere e sceneggiatore di fumetti, ha lavorato con Moeblus e Salvador Dali. Da anni tiene a Parigi il Cabaret Mystique, un’esperienza a metà tra il teatrale e la terapia di gruppo. Tra i testi più importanti, tutti editi da Feltrinelli: La danza della realtà, Psicomagia, Caberet mistico, Il maestro e le maghe. Tra i film ricordiamo El topo e La montagna sacra.

Claudio Naranjo, nato nel 1932 in Cile. Psichiatra e antropologo di fama mondiale, è esperto di Gestalt, enneagramma e spiritualità. Ha creato il programma SAT Educazione per la formazione professionale e personale degli insegnanti e degli operatori del mondo dell’educazione. Tra i testi più importanti: Carattere e nevrosi (Astrolabio); Gli enneatipi nella psicoterapia (Astrolabio); La via del silenzio e la via delle parole (Astrolabio); Cambiare l’educazione per cambiare il mondo (Forum); La civiltà, un male curabile (Franco Angeli). Con Terra Nuova Edizioni ha pubblicato il nuovo libro dal titolo "La rivoluzione che stavamo aspettando".

Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Ottobre 2011, disponibile su www.terranuovalibri.it sia nella versione cartacea che come eBook.

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LA RIVOLUZIONE CHE STAVAMO ASPETTANDO

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di Gabriele Bindi

eleonora mingoia

21/10/2011 18:23

interessante vedere a confronto questi due ricercatori, Il Cile è stato sempre un paese in fermento soprattutto per le discipline olistiche.
Il loro confronto ci consente a tutti di sperare che attraverso la creatività ciascuno di noi potrà trovare delle risposte nella vita.
Loro sono a conclusione di un sentiero dove sono passati miriadi di persone adesso è interessante vedere cosa hanno capito.........

eleonora mingoia

21/10/2011 18:23

interessante vedere a confronto questi due ricercatori, Il Cile è stato sempre un paese in fermento soprattutto per le discipline olistiche.
Il loro confronto ci consente a tutti di sperare che attraverso la creatività ciascuno di noi potrà trovare delle risposte nella vita.
Loro sono a conclusione di un sentiero dove sono passati miriadi di persone adesso è interessante vedere cosa hanno capito.........

marcoavenait

03/10/2011 15:42

ottimo!
il paradigma olistico si mostra alle nuove generazioni portato dai nonni del vecchio secolo, una benedizione a fare e un augurio ad essere

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