Tutti i giorni un'avventura

Heidemarie Schwermer la sua decisione nella vita l'ha veramente presa: da 14 anni ha abbandonato il denaro e scoperto un nuovo modo di vivere, dove la ricchezza è rappresentata da molto altro. La sua esperienza è una testimonianza importante in un mondo governato dalla moneta, ecco un passo tratto dal suo libro "Vivere senza soldi".

08 Giugno 2010









Vivere senza soldi - L'esperienza sorprendente di una donna che da 14 anni ha eliminato del tutto il denaro dalla propria vita.
di Heidemarie Schwermer
Editrice AAM Terra Nuova
cod. EA014 - Pagg. 184 -  € 13,00
(prezzo per gli abbonati € 11,70)














Persone
Non avevo mai fatto la conoscenza di tante persone diverse come negli anni della mia "nuova vita". Fino a quando avevo lavorato normalmente, avevo vissuto, come quasi tutti gli altri, in quella che, di volta in volta, era stata la mia "nicchia" sociale, incontravo prevalentemente persone che la pensavano come me e riflettevo su come fare a cambiare questa situazione.

Un primo passo fu certamente la fondazione della "Centrale dai e prendi". Più tardi, quando cominciai a custodire le case degli altri, mi ritrovai nel bel mezzo di variegati eventi sociali. Normalmente andavo a stare in case che erano vuote perché i loro abitanti se ne stavano a Giava o da qualche altra parte, ma talvolta è successo che fosse affidato alla mia custodia non solo l'animale domestico, ma anche un abitante abbandonato, come accadde in na bella casa grande, il cui intero piano inferiore era temporaneamente a mia disposizione. Al piano superiore abitava però Mamma, un'amabile signora di un'ottantina d'anni che badava a se stessa e viveva ancora molto autonomamente. Per i "ragazzi" tuttavia era meglio che, durante la loro assenza, ci fosse qualcuno in casa a darle un'occhiata.

Prima della partenza ci incontrammo tutti affinché Mamma e io potessimo "fiutarci" a vicenda. Ci piacemmo e così non ci furono ostacoli a una temporanea convivenza. In primo luogo discutemmo di un paio di inevitabili azioni comuni: una volta alla settimana una grande spesa, e poi, di quando in quando, un pranzo a due; per il resto niente disturbi inopportuni. La casa si trovava in una zona periferica e ogni giorno dovevo prendere il tram per andare in ufficio. L'abbonamento mensile me lo avevano offerto i miei ospiti, il frigorifero era pieno e in dispensa c'erano provviste a sufficienza.

La prima settimana, Mamma ed io ci attenemmo scrupolosamente agli accordi e non ci disturbammo. Il venerdì me l'ero preso libero per la grande spesa che andammo a fare insieme nel vicino supermercato. La seconda settimana ruppi l'accordo e bussai alla porta di Mamma per scambiare due parole. La cosa diventò presto un'abitudine: una visitina quotidiana che faceva piacere a tutte e due. Non ci volle molto perché la vecchia signora, che normalmente non voleva "essere di peso a nessuno", trovasse il verso di scendere da me al pianterreno. Facemmo lunghe conversazioni. Le nostre vite si erano svolte in modo tanto diverso che ciascuna "ricavava" qualcosa dai nostri incontri. Per la Mamma, al centro della vita c'era sempre stata la famiglia, il matrimonio; che suo marito fosse morto da un paio d'anni era un fatto che l'angustiava molto. Parlava molto apertamente della solitudine di cui soffriva nonostante i saldi legami familiari. Anch'io raccontai di me.

Alla fine delle mie sei settimane, fra noi si era sviluppata una specie di amicizia, e dopo ho continuato a farle visita regolarmente.
In un paese, in cui vivevo isolata e lontana da ogni vita culturale, veniva a trovarmi un bambino di quattro anni. All'inizio solo perché voleva le caramelle, che la padrona di casa teneva pronte per i bambini e le bambine del paese. Ogni giorno parecchi monelli suonavano il campanello, endevano la mano e poi scomparivano. Quando il barattolo fu vuoto, non vidi più nessuno, salvo il piccolo Max che continuò a venire; noi due, infatti, avevamo scoperto il piacere di cantare insieme. Dall'epoca in cui avevo fatto la maestra ricordavo un mucchio di canzoni che si potevano accompagnare bene con la chitarra. A dire il vero, Max era un bambino iperattivo e non riusciva a concentrarsi a lungo su una cosa, ma col canto non voleva mai smettere e imparava velocemente nuovi testi, sorprendendo così la sua mamma. Anche lei mi veniva a trovare di tanto in tanto e mi raccontò che il comportamento del figlio la preoccupava: inventava storie stupide e diceva le bugie. Il fatto che Max raccontasse cose fantastiche, che avevano poco a che fare con la sua vita quotidiana, aveva colpito anche me. Una di queste storie riguardava un aereo che lui aveva sempre a disposizione e col quale poteva volare dappertutto. Io mi prestai al gioco e insieme inventammo luoghi magnifici, in cui atterravamo, e grandi avventure che vivevamo in quei posti.

Io mi divertivo a immergermi nelle fantasie del bambino e a riuscire a stargli dietro. Qualche volta addirittura lo superavo in "stramberie". Alla fine ogni volta sottolineavo che avevamo inventato qualcosa di veramente meraviglioso e che eravamo proprio i più grandi inventori di tutti i tempi. A Max questo piaceva parecchio. Si sentiva finalmente preso sul serio. Quando, alla stazione, fu il momento di separarci, mi sussurrò: "Ti amo". Nei periodi in cui abitavo a Dortmund, due volte alla settimana mi occupavo di Martha: era sugli ottantacinque anni e già da tempo si era preparata a morire, ma fino a quel momento non si era saputa decidere veramente a farlo. Da più di tre anni era costretta a letto, quasi completamente paralizzata, tranne il braccio destro, che poteva ancora muovere un po', e la mente che aveva ben lucida. Alla vecchia signora piaceva molto comandare e maltrattare chi le stava intorno, specialmente quella povera donna della figlia che si era accollata la sua assistenza quotidiana.

La prima volta che la incontrai, Martha non fece che raccontarmi, senza interruzioni, delle storie della sua famiglia. Dopo il quinto incontro ero in grado di dire tutto d'un fiato i nomi dei suoi nove fratelli nella giusta successione, dal più vecchio al più giovane o anche alla rovescia, proprio come piaceva alla signora. Sapevo dove e che cosa avevano studiato i diversi nipoti ed ero al corrente di tutte le faccende private della famiglia. Da me Martha non voleva sapere niente, e così, all'inizio, assunsi la parte dell'ascoltatrice. Alla lunga, però, questo mi sembrò troppo poco, e dentro di me si ridestò la terapeuta. Martha, come anche un profano poteva constatare, era profondamente amareggiata: non faceva che inveire e andare in collera, accusava il mondo in generale, e la figlia in particolare, di fare ogni cosa sbagliata. Nessuno si occupava sul serio di lei, di questo la vecchia signora era totalmente convinta.

Uno dei fondamenti del lavoro terapeutico è che, per essere aperti alla terapia, i clienti cerchino aiuto e debbano desiderarlo: chiedono delle risposte e le ricevono. Con Martha il caso era diverso: lei non chiedeva e neppure voleva ottenere delle risposte, e le mie "offerte di aiuto" si perdevano miseramente nel nulla. Non fare la missionaria, dicevo a me stessa, non forzare la mano, sii solo paziente e ascolta, niente di più! Era comunque un sollievo per la figlia, dicevo a me stessa per tranquillizzarmi. Tacere è un'attitudine che va imparata, e io imparai a tacere. Martha inveiva, io ascoltavo. E un giorno, del tutto all'improvviso, mi disse: "Tu mi fai bene", così, semplicemente. Per caso, avevo sentito male? No, affermò, e ripeté addirittura una seconda volta la sua inaudita dichiarazione, mentre una timida lacrima le si affacciava all'occhio destro. Io rimasi di stucco e sconvolta, perché di solito da Martha non si riusciva a sentire niente di positivo. Se le si chiedeva se le era piaciuto il pranzo preparato con tutti i sentimenti faceva finta di non sentire. Anche l'aiuto della figlia, che era a sua disposizione ventiquattr'ore su ventiquattro, per la vecchia signora sembrava essere del tutto scontato.

Dopo questa osservazione sensazionale non potevo fare più come se non esistessi. Cominciai coraggiosamente con un nuovo programma: cantare e lodare. In effetti cominciammo a parlare e Martha confessò che, come madre, aveva fallito, che era per colpa sua se la figlia era diventata com'era, eccetera eccetera. "La maggior parte delle madri pensano in questo modo", dissi io, "e si tormentano con i sensi di colpa. Ma non siamo tenuti a essere perfetti. Tu hai dato il tuo meglio, e tua figlia gestisce bene la sua vita. E questo è a te che lo deve. Quindi tu non sei una cattiva madre, ma una buona madre". Queste parole sorpresero Martha che cominciò a piangere. "Una cosa così non me l'ha mai detta nessuno finora, l'unica cosa che mi sono sentita dire è che ho sbagliato sempre tutto". Mi strinse la mano e da quel momento fu molto più accessibile. Un giovanotto, che mi aveva visto in televisione, persuase la madre a ingaggiarmi. Una domenica pomeriggio fui invitata a prendere il caffè e fui esaminata dalla famiglia, una madre con due figli adulti, un maschio e una femmina. Evidentemente superai l'esame, comunque il comitato mi fece custodire la casa con annessi e connessi. Anche in questo caso si è sviluppata un'amicizia con visite regolari e l'altrettanto regolare dichiarazione che adesso io faccio parte della famiglia.

Esperienze del genere hanno rappresentato per me una gioia enorme nella mia "nuova vita", ma dimostrano che la fiducia non ha bisogno di anni per svilupparsi, bensì può fiorire del tutto spontaneamente. I bambini mi hanno invitato per le date più importanti della loro vita, al momento di cominciare a andare a scuola o alle feste familiari. Gli adulti mi hanno affidato i loro tesori più grandi e aperto il loro cuore. Prima avevo fatto esperienze simili soltanto negli incontri con amici intimi. Queste vecchie amicizie hanno continuato a significare molto per me, ma, da quando vivo senza soldi, sono caduti i confini che fino a quel momento mi avevano separato dagli "estranei".


Testo tratto da pagina 81 e seguenti del libro.

di F.G.

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