Stelle spezzate

Sono una giovane donna di 30 anni, laureata e precaria al lavoro, che a maggio ha avuto il meraviglioso dono di diventare mamma di una bellissima bambina... La lettera di Aurora, "Stelle Spezzate".

28 Dicembre 2011
Stelle spezzate
Vorrei proporvi una breve riflessione sulla recente scomparsa di un noto campione di motociclismo a seguito di un grave incidente. Premetto che non sono qui per fare la solita moralista, ma in questi giorni sentivo un fuoco dentro di me, che mi ha portato a scrivere quanto segue. Io non mi ritengo un'appassionata sportiva, ma quest'anno, in particolar modo nel periodo estivo, trovandomi spesso a casa le domeniche pomeriggio data la tenera età di mia figlia, ho seguito assieme a mio marito le varie tappe della Moto GP.

Fra tutti i motociclisti, Simoncelli spiccava per la sua carica vitale, spesso al limite dell'esuberanza, per le sue indubbie qualità di sportivo e, ahimè, per le sue uscite di strada, di cui ogni tanto si rendeva protagonista, creando scompiglio durante la gara. Io, in qualità di neo mamma quale sono ora, mi trovo a provare una gran compassione per questo ragazzo che ha dato tanto, troppo, tutto, fino a sacrificare se stesso per la sua grande passione, qual'è la moto. E provo ancor più cordoglio nei confronti della sua famiglia, che ha investito tanto tempo ed energie per permettere al proprio figlio di realizzare un sogno, diventare cioè un campione sportivo.

D'altro canto, però, mi dissocio da quanti giornalisti e improvvisati opinionisti l'hanno definito un «guerriero » o addirittura «un eroe dei nostri tempi», nelle varie trasmissioni televisive andate in onda a seguito dell'evento. Penso piuttosto che si debba fare un'amara riflessione, per l'ennesima volta, su quella che è la macchina mediatica per cui oggi tuo figlio viene glorificato come un dio e il giorno dopo potrebbe scomparire nel nulla.

Senza voler apparire troppo pessimista, temo che la vicenda del «Sic» si avvicini parecchio a questa dinamica: rapido successo, fama internazionale, ingaggi per varie trasmissioni e spot pubblicitari e poi, nel momento della prova, quando sono piovute fior di critiche per il suo temperamento in pista (vedi ad esempio la vicenda Pedrosa), ecco la caduta nel vuoto, ancor prima che a terra. Lui solo contro un tagliente sistema mass mediatico. Gli stessi che l'avevano assunto all'Olimpo dei big, gli si ritorcevano contro. La sensibilità di quel ragazzo di appena ventiquattro anni è stata colpita, a mio avviso, da questa insanabile contraddizione, insita da ormai più di dieci anni nel modo di fare show business, con le conseguenze poi note a tutti.

Pare che la logica che soggiace ai reality show per cui o sei in o sei out, o sei dentro o sei fuori dal sistema, sia stata estesa ai vari ambiti della società, fra cui non di meno quello sportivo, che è il campo della competizione per eccellenza. Credo che sia giunto il momento di dire basta a questa tendenza del vivere «qui e ora», perché tanto «del doman non c'è certezza». Non sono per quelli che preferiscono vivere cento giorni da pecora anziché uno da leone, ma qui la posta in gioco è ben più alta di un triste ritornello metaforico: qui si tratta di uscire da una logica di dominio mediatico per ritrovare pienamente se stessi e costruire autentiche relazioni con gli altri.

Abbiamo bisogno di politiche sociali orientate alla famiglia e non all'individualità, alla condivisione con gli altri e non alla pura e semplice competitività, abbiamo bisogno di dare certezza lavorativa alle giovani generazioni laddove c'è un futuro incerto. «Il lavoro nobilita l'uomo», recitava un vecchio adagio, ed è vero. Abbiamo bisogno di fare forse un passo indietro, di tornare a svolgere mansioni che creino professionalità e soddisfazione per chi le svolge, che costruiscano legami di solidarietà con i compagni di lavoro. Fintanto che si continuerà ad alimentare il mercato dell'eroe del momento (come sosteneva Andy Warhol: «verrà un tempo in cui tutti potranno dirsi eroi per almeno 15 minuti », e ci siamo tutti dentro a questa tendenza), specchio di una disumana società del precariato e del mordi e fuggi, non si va da nessuna parte. E ci troveremo a piangere, per tanti altri lunghi anni, altre giovani o meno giovani vite spezzate, fisicamente o spiritualmente.

Scusate lo sfogo, un abbraccio a tutti i lettori di Terra Nuova.

Articolo tratto dalla rubrica "Terra Nuova dei Lettori" pubblicato su Terra Nuova - Gennaio 2012 disponibile anche come eBook.

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