I nativi sono sempre i custodi migliori?

Lettera di Federica Ottanelli giunta in redazione dal titolo "I nativi sono sempre i custodi migliori?".

28 Dicembre 2011
I nativi sono sempre i custodi migliori?
Voglio riprendere l'argomento affrontato nell'articolo «Terre collettive: i nativi siamo noi!», pubblicato su Terra Nuova Giugno 2011 a firma di Gabriele Bindi.
Fare riferimento alle legislazioni vigenti che tutelano le terre comuni è una buona tattica politica, in quanto ci dà buoni strumenti legislativi per cambiare in meglio le cose. Condivido l'idea di fare appello alle leggi che proteggono le culture native per proteggere gli ambienti; per L'Italia poi sarebbe una vera rivoluzione. Tuttavia, attenzione a non sposare ideologie preconcette, frutto di menti più o meno razionali o romantiche. Cerchiamo piuttosto di promuovere e di coltivare anche la cultura, cioè la capacità di armonia e di comprensione tra uomo e natura, che non è scontata tra gli eredi della popolazione autoctona ed è propria anche di un'umanità non necessariamente «nativa».

Non mi è chiaro come un popolo possa essere definito nativo e quali caratteristiche abbia, in un dato luogo sperduto dell'Italia di oggi, un popolo nativo «vero», «incorrotto» e «incorruttibile». Non essendo abbastanza informata in materia, mi limito a riferirmi alla bio regione apuana, che conosco
meglio. Qui, più che di nativi, possiamo parlare di eredi, quasi perfettamente integrati nel sistema socioeconomico circostante, del popolo originario. Questo, in qualche modo, cambia le cose; infatti ce ne corre tra gli apuani di oggi e i «buoni selvaggi» di svariati secoli fa. Siamo certi che questi nativi ricercherebbero le soluzioni più adatte, più colte, più armoniche all'ambiente apuano dove vivono? Non ci stiamo affidando troppo a un pregiudizio di buona gestione del territorio, propria di coloro che possiamo definire «nativi»?

La sua inchiesta, signor Bindi, mi pare viziata da questo pregiudizio (sposato forse per disperazione in questo mondo così maltrattato) e quindi incompleta e parziale. Conosco i cosiddetti comunelli apuani, che gestiscono le terre per la comunità certamente meglio della multinazionale Henreaux che gestisce le terre confinanti. Tuttavia questi comunelli non fanno molto, oltre a escavare del marmo. Non sono certo tutti uguali, ma ce ne corre tra l'uso indiviso del compascuo e delle risorse agropastorali e l'uso che si fa oggi del territorio da parte dei comunelli. Forse sono vagamente più attenti allo sfruttamento, ma da lì al dichiarare «tutto il potere ai comunelli», ce ne corre. Un'inchiesta meno pietosa sarebbe stata certamente più utile alla causa, che tra l'altro io sposo. Attendevo infatti questo suo articolo annunciato nel gruppo Facebook Salviamo le Apuane.

I nativi apuani o, meglio, gli eredi di oggi, sono immersi in una matrice culturale che dà forma alla loro relazione con la bio regione. L'illuminato Granduca di Toscana, quasi tre secoli fa, privatizzò le terre comuni, spinto dal desiderio di «modernizzare» la legislazione di allora e anche di fare cassa. I comunelli sopravvissuti nelle Apuane sono quelli che hanno interpretato al meglio lo spirito di quella privatizzazione, adattandosi e aggirando la legge, ricomprando in modo indiviso le loro terre (un'idea geniale) e poi, nel tempo, interpretando la logica capitalistica del profitto per la piccola comunità locale. Sono arrivati perciò a gestire anche l'escavazione del marmo con logica imprenditoriale, spesso in contrasto con gli ambientalisti che rivendicano anch'essi la «proprietà» di quelle terre, ma sempre ignorati del diritto di usufruirne.

Volendo riconoscere ai comunelli la loro storica relazione con il loro territorio, ammetto che lo sfruttamento operato dai comunelli è, forse, vagamente e limitatissimamente più amorevole di quello della Henreaux, che sfrutta il territorio apuano per il solo profitto di pochissimi (certamente non nativi) e senza alcuna relazione né forma d'amore per quelle stesse terre. Si potrebbe quindi preferire come male minore e, laddove non è stato sacrificato a logiche imprenditoriali multinazionali più forti e superiori, poteva essere perfino difendibile.

Chiedo a chi scrive su TN di propugnare, prima di tutto, la cultura intesa come capacità di armonia con la natura, e di riconoscerla non solo come una prerogativa selvaggia di un mitico passato, ma anche come meta evolutiva futura per l'umanità. Chiedo inoltre di approfondire l'aspetto culturale della «natività», che così indefinita non è sufficiente garanzia per la buona gestione futura delle terre. Mi viene ora in mente, in un'aula affollata dell'Università di Pisa occupata dalla Pantera vari anni fa, un relatore (di cui non ricordo il nome), che ci parlò della relazione d'utilità tra l'ape e la sua tecnologia, e il fiore e la sua tecnologia. Il succo del ragionamento che seguimmo in quell'aula fu che la velocità con cui si evolvono le tecnologie di relazione deve essere paragonabile e confrontabile, altrimenti succede un disastro. Se l'ape evolvesse troppo rapidamente le sue tecnologie rispetto a quelle del fiore, diventerebbe una rapinatrice di polline - con tutte le conseguenze del caso - piuttosto che insetto impollinatore.

I nativi sono sempre i custodi migliori?
Forse parlare di popoli nativi deve essere piuttosto un invito e un aiuto a riscoprire le tecnologie, prima di tutto come tecnologie di relazione tra l'uomo e la terra che lo ospita, anziché un'occasione in più per rivendicare diritti prevalenti di uomini su uomini, sostenuti o meno dal diritto internazionale (escludendo di nuovo la terra dai ragionamenti). Magari, misurare la velocità con cui l'uomo «usa» la Terra potrebbe essere quel criterio che mi manca per definire un popolo nativo.

• Alla lettera "I nativi sono sempre i custodi migliori?" risponde Gabriele Bindi, autore dell'articolo
Gentile Federica, sono contento della tua risposta, così sentita e pertinente. Mi dispiace che tu abbia colto nell'articolo solo una sorta di mitizzazione della cultura indigena. Tanto per essere chiaro, sono abituato a pensare in modo critico e dialettico, senza fare sconti a nessuna ideologia, neppure quella rousseauviana del «buon selvaggio». Voglio ancora credere nel ruolo di una cultura che può armonizzare con la natura ma, di fronte allo smembramento dell'ambiente, mi piace anche evocare un sentimento comune di appartenenza ai territori e alla loro storia; per cui vorrei ribadire il mio invito a una sorta di «orgoglio indigeno», contro gli interessi predatori di industrie e grandi opere.

Come direbbe il poeta Gary Snyder, credo che il diritto dei nativi sia anche un diritto della terra, alla wilderness o natura selvaggia, che invece non va confuso con la misera logica del «padroni a casa propria». In questo senso condivido il tuo stesso sconcerto verso esperienze di gestione di comunelli, spesso poco lungimiranti. Non credo che gestire autonomamente un territorio significhi avere diritto all'escavazione in proprio o alla caccia libera. Il bene collettivo non può essere lasciato alla mercé di arbitri individuali o di clan. Anno dopo anno sulle Apuane osservo gli alberi ammalarsi e vedo montagne sbranate a morsi dalle ruspe. Se intervengo sulla questione è perché ho un sentimento, questo sì un po' mistico, di rispetto verso queste montagne. La mia indignazione passa attraverso il richiamo agli indigeni, agli avi che cavarono questi dirupi, curandone le ferite. Se si attribuisce un diritto naturale ai Guaranì in Paraguai, o ai Mapuche in Patagonia, vorrei che si potesse fare la stessa cosa per gli Apuani in Alta Versilia o in Garfagnana. Un riconoscimento che non è un semplice lasciapassare per fare quello che si vuole, ma un invito a sentirsi più partecipi e responsabili.

Lasciamo un po' di spazio al sentimento, se si aspetta la cultura potrebbe diventare troppo tardi.


La lettera "I nativi sono sempre i custodi migliori?" è tratta dalla rubrica "Terra Nuova dei Lettori" pubblicato su Terra Nuova - Gennaio 2012 disponibile anche come eBook.

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