La ribellione della felicità Felici ECOntenti

05/11/2018 di Elena Piffero

La felicità nuoce gravemente all'economia di mercato.

La ribellione della felicità. Blog

Matt Haig nel libro Reasons to stay alive (Ragioni per rimanere vivo), che descrive la sua lotta alla depressione, ne parla così: «Se fossimo felici con quello che abbiamo, perché dovremmo aver bisogno di altro? Come si fa a vendere una crema idratante anti-invecchiamento? Si convincono le persone che l'invecchiamento è qualcosa di cui preoccuparsi. Come si ottengono voti per un partito politico? Si convincono le persone che l'immigrazione sia qualcosa di cui preoccuparsi. Come si promuove la chirurgia estetica? Sottolineando i difetti fisici. Come si vende un nuovo modello di smartphone? Convincendo le persone che altrimenti rimangono indietro».

Si crea così un circolo perverso: la soddisfazione e l'appagamento sono temporanei e subito svaniscono, rimpiazzati di nuovo dall'ansia e dalla frustrazione di un nuovo presunto bisogno da soddisfare. L'economia ci vuole infelici, e l'economia ci rende infelici perché nel rincorrere queste illusioni ci richiede sempre più sforzo, sempre più denaro, sempre più energie. Non abbiamo più tempo di dedicarci ad altro. E intanto, nell'indifferenza dei più, le risorse finite del pianeta si riducono, aumenta l'inquinamento, ci giochiamo il futuro.

Coltivare la felicità diventa quindi un atto rivoluzionario.

Un atto rivoluzionario fondamentale perché da una parte ci riporta a una dimensione più gratificante dell'esistenza, e dall'altra erode dalle fondamenta il meccanismo del consumismo.

Distinguere quali sono i nostri bisogni reali da quelli indotti non è immediato, ma è un buon punto di partenza. Della «strategia delle 5 R» della sostenibilità (rifiuta, riduci, riusa, riconverti, ricicla), non a caso la prima comporta una selezione: rifiutare ciò che non serve, di cui possiamo fare a meno. Una volta che ci si cominci a riflettere, il percorso del rifiuto può portare lontanissimo, ma ognuno ha il suo personale.

Non si tratta certo di un percorso di privazione: nell'eliminare il superfluo, la sensazione è liberatoria. Si sta meglio, con meno bisogni.

Qualche esempio.

Da anni mio marito e io non possediamo televisore. E non ne sentiamo la mancanza. Non siamo sottoposti al bombardamento della pubblicità né al trionfo dei programmi spazzatura: per i film ci sono i DVD o alcuni siti tipo Vimeo, per le inchieste interessanti è possibile usare RaiPlay. La radio poi offre notiziari e approfondimenti spesso più sostanziosi della tv.

Potremmo spingerci oltre ed eliminare la connessione a internet, ma non siamo pronti in questo momento poiché internet ci permette di mantenere rapporti più diretti con la famiglia lontana, e per noi questo è importante.

In famiglia, siamo stati d'accordo nel rifiutare di acquistare vestiti nuovi se lo si può evitare. Si è creato con gli amici un passamano di capi che vengono rimessi in circolo, una volta dismessi: molti di questi sono ancora quasi nuovi, specie nel caso di vestiti da bambini che vengono indossati poco perché il proprietario tende a crescere in fretta. Altri sono dismessi perché diventati troppo larghi o troppo stretti. Per quelli che non troviamo con il passamano, ci rivolgiamo a negozi di seconda mano.

La mancata frequentazione di boutiques o grandi magazzini ci tiene al riparo dal capricci della moda; tendiamo a mettere nei cassetti solo capi comodi, che sappiamo che indosseremo volentieri; allo stesso tempo riduciamo il nostro impatto sul pianeta dal momento che estendiamo la vita di oggetti già prodotti anziché alimentare la produzione di nuovi.

Indossare abiti di seconda mano può sembrare impensabile ad alcuni, per altri è un'abitudine consolidata. I percorsi sono personali, è la riflessione alla base che è la stessa: perché lo sto facendo/acquistando? Mi farà davvero stare meglio o vogliono solo farmelo credere? Ne ho davvero bisogno? Ci sono alternative?

L'ultimo esempio: la mia sfida radicale dell'estate appena trascorsa. Ho rinunciato a lamette, cerette e ammennicoli per la depilazione e mi sono tenuta i peli delle gambe senza però rinunciare ai pantaloni corti. L'input è venuto da mio marito: «Perché dovresti depilarti?», mi ha chiesto. «Fa parte del tuo corpo, mica ti danno fastidio i peli sui polpacci. Sennò che messaggio dai ai tuoi figli? Che devono vergognarsi di come sono fatti?». Non è stato facile, la spinta a conformarsi era molto forte, per timore del giudizio altrui. Ma sono sopravvissuta e sono soddisfatta di questa piccola rivendicazione di auto-determinazione. Nell'accettare anche questa che la società sembra considerare un'imperfezione del corpo femminile, mi sono sentita libera. Invece di seguire l'incoraggiamento a spendere tempo e denaro in pratiche depilatorie senza fine, ho rivendicato il mio diritto a impiegarli in qualcosa di più gratificante. Magari non una rivoluzione, ma un piccolo gesto di consapevole ribellione.

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