La crescita non richiede sforzo ma tanta tanta pazienza! Riconoscersi in ciò che è

08/10/2018 di Paolo D'Arpini

Essere quel che si è, senza remore né rimpianti...

La crescita non richiede sforzo ma tanta tanta pazienza! Blog

Quando eravamo bambini a volte sentivamo il desiderio di sentirci grandi, per farci rispettare dagli adulti che invece ci trattavano da bimbetti… Altrettanto succede allorché si diventa anziani, trattati come oggetti ingombranti e ritenuti "imbelli" e incapaci di stare in linea con i tempi.

Che tragedia umana questa del comportamento differenziato da quando si è giovani a quando si è vecchi, come se fossimo umani solo nell’età di mezzo. All'inizio si vuole crescere (ovvero andare avanti) e alla fine si vorrebbe decrescere (ovvero tornare indietro).

Per quanto mi riguarda, ormai sono arrivato al superamento del senso dell'età. Essendo giunto ai 70 anni, e oltre, ed essendo soddisfatto della mia vita, guardo tutto con stupore e gioia di esserci ancora.

Quando si invecchia senza rimpianti la vita appare come un meraviglioso regalo, meraviglioso perché sappiamo che l'abbiamo vissuto sino in fondo... Comunque da giovanissimi  ci poteva succedere che temessimo di non riuscire a diventare grandi... e aspettavamo quel momento sforzandoci di “diventar grandi”. Ma come si può crescere con lo sforzo? Bisogna lasciare che la natura segua il suo corso mantenendo in noi stessi la fiducia che qualsiasi sia la nostra situazione essa corrisponde alle nostre esigenze. Un bel giorno, osservandoci senza pretese, ci siamo ritrovati “perfettamente cresciuti”.

Se la perfezione non fosse intrinseca nella nostra natura come potrebbe esserci nella vita universale, in Dio? La perfezione è la nostra qualità primigenia ma non siamo in grado di riconoscerla e ci logoriamo tremendamente per raggiungerla o ci angustiamo credendo di poterla perdere.

Ricordo un proverbio che mi citavano i vecchi contadini di Calcata: «il meglio è nemico del bene»… Ed è proprio così, arrabattandoci e cercando di migliorare non riusciamo a percepire il bene che già è in noi. Ma in fondo cosa significa essere perfetti? Semplicemente essere quel che si è senza remore né rimpianti, senza cercare l’approvazione di qualcuno, perché se siamo quel che siamo evidentemente ci compete. Da ciò nasce spontaneità e naturalezza…

Purtroppo quel che ci manca è la fiducia e da questa carenza sorge il desiderio e la paura e in tal modo si aziona quel meccanismo “diabolico” che ci fa commettere un errore dopo l’altro, più sbagliamo e più commettiamo errori, cercando di rimediare con altri errori, altre paure e altri desideri. E intanto, visto che questa è la propensione della maggioranza degli uomini, la società umana va a rotoli, perché non può funzionare come un meccanismo, non è fatta di semplici ingranaggi e di numeri…

Vorrei tanto dire al lettore: «Fermati…! Accettati e vedi se, dopo che hai iniziato a volerti bene e a voler bene al tuo prossimo e al luogo in cui vivi, c’è ancora qualcosa da cambiare in te. Vedrai che troverai la perfezione nella semplicità e scoprirai il significato della santità (nel senso antico della parola "santità", che vuol dire “interezza”), senza bisogno di andare a implorarla da un papa, senza bisogno di sentirti approvato da un potere “superiore”.  Potrai allora ritrovare la dignità di vivere delle tue proprie risorse nella condizione in cui ti trovi».

E perché no…?

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