Riformulazione del lavoro in chiave bioregionale basato sulle reali necessità e sulle risorse disponibili Riconoscersi in ciò che è

09/11/2015 di Comitato per "Treia Comunità Ideale" - treiacomunitaideale@gmail.com

Dunque: c’è il problema della crisi e con essa della disoccupazione: le fabbriche chiudono per mancanza di commesse sufficienti per mantenere il personale e ammortizzare i costi fissi, in più sia le pubbliche amministrazioni ma anche i privati cittadini fanno fatica a pagare e molte ditte falliscono per cui non possono pagare i loro creditori… insomma, cose complicate, ma semplici nello stesso tempo...

Riformulazione del lavoro in chiave bioregionale basato sulle reali necessità e sulle risorse disponibili

Quel che c’è da chiedersi è come mai, fino a qualche anno fa, non era così e si stava più o meno tutti relativamente bene tanto che abbiamo attirato qui da noi schiere di stranieri per un posto di lavoro che noi ormai disdegniamo perché troppo faticoso, sporco, umile.

Ma a parte questi discorsi, come mai non c’è una programmazione e una redistribuzione del lavoro e quindi della ricchezza?

Come mai non c’è un organismo che analizza quali sono i bisogni essenziali della popolazione (in sanità si chiamano LEA, ma ho il dubbio che questi non siano valori realistici, ma lasciamo perdere) in beni e servizi di prima necessità (cibo, vestiario, abitazioni, arredo casalingo, utensileria casalinga e di lavoro, piccoli e grandi elettrodomestici, autovetture, mezzi di trasporto collettivi, strumenti di comunicazione, servizi sanitari e farmaceutici, attività commerciali e connessi, attività ricreative e culturali e altri che non sto qui ad elencare.

Si potrebbe stabilire di quanti lavoratori un paese ha bisogno e di quante ore di lavoro per ciascuna attività si ha bisogno da qui ad un periodo futuro X (un po’ come si fa con le “quote latte”. Si potrebbe poi fare il calcolo dell’entità della forza lavoro presente nel paese o in una parte del paese per redistribuire le attività per ogni cittadino, anche a seconda delle propensioni personali e senza disdegnare trasferimenti lavorativi da una branca all’altra, anche per rendere la vita lavorativa più interessante e meno monotona.

Certo bisognerebbe eliminare molte attività inutili, recuperando invece quelle utili, e che si mettesse un freno al consumismo. Così si potrebbe lavorare meno e lavorare tutti, slogan molto in voga negli anni '70, ma che purtroppo non vedo ripreso da nessun gruppo politico di oggi. Invece adesso chi un lavoro ce l’ha magari è sfruttato ma non ha nemmeno il coraggio di reagire e ribellarsi per paura di perderlo.

Nella società che vorrei invece ognuno dovrebbe lavorare un minimo ricevendo un salario giusto per vivere decorosamente.

Si dovrebbe lavorare un numero di anni tale per cui ne rimangano un po’ da vivere liberamente, anche per accudire i propri anziani e i propri nipoti o anche semplicemente chi ha bisogno, e sono in molti.

Al momento attuale sembra che tutti, sia a scuola che sul lavoro, dobbiamo dimostrare di essere i migliori, quelli che si impegnano di più, sia fisicamente che intellettualmente e dimostrando la massima disponibilità, ingenerando spesso invidie e competitività invece che collaborazione, senza considerare che è sufficiente amare il proprio lavoro, farlo con gioia per essere produttivi. Sentimenti questi che non sempre sul proprio posto di lavoro, per mille motivi, si riescono a provare.

In sintonia con quanto qui espresso, si è costituito un comitato per la rivalutazione delle risorse umane creative e per il lavoro alternativo che sta organizzando a Treia una manifestazione, per l'8 dicembre 2015, dal titolo: "Fiera delle eccellenze bioregionali": vedi il pdf in allegato al termine dell'articolo per maggiori dettagli e informazioni.

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