Il migliore alleato contro l’osteoporosi: la vitamina D

Il ruolo della vitamina D nella prevenzione e nella cura dell'osteoporosi.

25 Aprile 2019
Il migliore alleato contro l’osteoporosi: la vitamina D. Salute naturale

Molti ricercatori considerano la vitamina D un ormone e con il passare del tempo si scoprono azioni importantissime legate a questa sostanza.
La paura di una sua eventuale tossicità da accumulo, che riguarda tutte le vitamine liposolubili, sono state ridimensionate. La dose consigliata è salita a 2.000 UI (unità internazionali) al dì e la soglia di nocività è stata elevata a 50.000 UI giornaliere.

Nella fisiologia e nella nutrizione dell’essere umano la vitamina D ha il compito di regolare il metabolismo del calcio e del fosforo. Essa promuove l’assorbimento intestinale di questi due minerali influenzando direttamente il processo di mineralizzazione dell’osso.
In assenza o in deficienza di vitamina D la mineralizzazione della matrice ossea è fortemente indebolita, con il risultato che si può manifestare rachitismo nei bambini e osteoporosi e osteomalacia (rammollimento osseo) negli adulti.

La vitamina D si trova solo in alcuni cibi, specialmente in alcuni oli di pesce e, in misura minore, nel fegato, nelle uova e nel latte.
È fondamentale l’esposizione alla luce solare, ragione per cui la D è conosciuta anche come vitamina del sole. Quando la pelle è esposta ai raggi solari il 7-deidrocolesterolo accumulato subisce una trasformazione fotochimica negli strati profondi dell’epidermide e del derma, formando la provitamina D3; questo processo richiede circa tre giorni.
Successivamente la proteina di trasporto convoglia, attraverso la circolazione sanguigna, il colecalciferolo nel fegato, dove viene convertito in 25-idrossicolecalciferolo.
Dal fegato arriva poi ai reni, dove è ulteriormente e definitivamente innescato nella sua forma attiva.

La vitamina D è immagazzinata nei tessuti grassi e nei muscoli scheletrici. Tra i tessuti grassi si trova nel fegato, nel cervello, nei polmoni, nella milza, nelle ossa e, ovviamente, nella pelle.
La quantità di vitamina D accumulata durante la primavera, l’estate e l’autunno serve a coprire eventuali carenze durante la stagione invernale ma non sempre questo meccanismo è così lineare. La deficienza di vitamina D è piuttosto grave alle latitudini nordiche dove, durante l’inverno, i raggi solari sono scarsi e deboli. Sembra però che deficit gravi si manifestino anche in molte città americane ed europee.

Uno studio condotto a Baltimora su adulti sopra i 65 anni ha dimostrato una carenza di vitamina D nel 50-60% dei soggetti. La debolezza muscolare è emersa come il sintomo fisico più costante nei soggetti deficitari in età avanzata (Henne, Janssen et al. 2002).
L’alimentazione ridotta, la minore esposizione ai raggi solari, il marcato assottigliamento della cute, l’alterato assorbimento intestinale e l’indebolita reazione di idrossilazione a livello del fegato e dei reni sono alla base dell’insufficienza di vitamina D nella terza età.

Alcuni ricercatori americani hanno confrontato un gruppo di persone che quotidianamente erano sottoposte a una integrazione di vitamina D con un altro trattato con placebo; ebbene, nel primo gruppo si è verificata una diminuzione della mortalità. Tale studio ha concluso che 776.000 ospedalizzazioni per frattura dell’anca avrebbero potuto essere evitate nell’arco di 5 anni con notevole risparmio di sofferenze e di costi (Dietary Supplement Education Alliance 2007).

Altri studiosi sostengono che le integrazioni effettuate tramite i cibi più comuni (per esempio il latte) non sono sufficienti a compensare l’aumentato fabbisogno di vitamina D determinato dalla carenza di esposizione solare. Nei casi in cui il supplemento alimentare e la collocazione al sole fossero carenti, gli studi suggeriscono l’assunzione di 800/1000 UI di vitamina D al giorno (Holick 2008).

Anche altri studi confermano l’azione positiva generata dalla supplementazione di vitamina D, da sola o in associazione con il calcio; nell’anziano essa agisce sull’aumento della densità ossea e sulla prevenzione delle fratture.

Coloro che seguono un’alimentazione vegana dovrebbero assumere vitamina D tramite alimenti vegetali fortificati (latte di soia o alcune margarine), i vegetariani, invece, attraverso i latticini convenientemente addizionati poiché il latte, pur contenendola, ne è povero.
In Italia solo alcune marche di latte di soia sono addizionate con vitamina D3 di sintesi, ma i consumatori devono informarsi adeguatamente perché in alcuni casi essa conterrebbe gelatina estratta dalla pelle di bovini. È inoltre frequente la presenza di vitamina D3 sintetica di cui è ignota la provenienza.

Solo la vitamina D2 (ergocalciferolo), meno attiva, è sicuramente adatta ai vegani.
Il calcitriolo (1.25 diidrossivitamina D3) aumenta l’assorbimento intestinale di calcio e stimola l’attività degli osteoblasti (Tilyard et al. 1992).

Pertanto, pur non potendo tornare ai tempi della nonna, quando i bambini correvano all’aria aperta e assumevano, spesso controvoglia, il fatidico cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, dovremmo intervenire sulle nostre abitudini poco sane: ore passate in ufficio o al chiuso, al computer, alla televisione o alla guida dell’automobile ci hanno esposto a tante malattie di cui faremmo volentieri a meno.

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di Terra Nuova


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