Barriere architettoniche o barriere mentali?

Le riflessioni di un lettore di Terra Nuova.

06 Febbraio 2020
Barriere architettoniche o barriere mentali? Stili di vita

Recentemente è stata sollevata una questione, una polemica, sulle barriere architettoniche in Bassano del Grappa. Si trattava di una ragazzina in carrozzella, la quale non poteva entrare in una saletta sopraelevata dalla strada, dove doveva partecipare a un canto natalizio scolastico.

Altre volte, in questi ultimi anni, sono avvenute osservazioni sulle barriere architettoniche nelle nostre città, ma fino a circa cinquant’anni fa, in Italia, i disabili erano tenuti «segreti» presso le loro famiglie, talvolta dimenticati. Non si sentiva il bisogno di eliminare barriere. Questa consuetudine avveniva da centinaia di anni, regolando la vita dei borghi e delle famiglie meno fortunate. Questo è uno dei motivi per i quali l’odierna società non riconosce quel che è giusto per i disabili. È una questione di cultura. Bisognerebbe allora parlare di «barriere mentali» anziché barriere architettoniche, anche a livello governativo, perché i governi non si impegnano.

È la democrazia, dove c’è, con le varie forme di libertà ad essa collegate, che sta scardinando lentamente la mentalità conservatrice. Questa è una prova che i tempi stanno decisamente cambiando in meglio, anche se si presentano nuovi e insoliti problemi. Si potrebbe obiettare che i disabili non danno un contributo, ma ci sono esempi di disabili fisici estremamente validi in capacità intellettuale (anche nell’arte, nello sport), oppure capaci di alimentare l’amore famigliare, quello vero, e anche la coesione sociale.

Partendo da questa positiva valutazione sui diritti dei disabili e sui vantaggi per il bene comune, il tema si estende verso altre categorie umane, come cultura, razza, stato sociale e sessuale, fino a categorie non umane e ambientali. Anche il riconoscimento della dignità di queste diverse categorie ha grande valore sociale ed etico, ma presenta le solite «barriere».

Un esempio di dignità e libertà per l’ambiente sono le iniziative per il risparmio e per il riciclo dei beni di necessità, che crea consapevolezza civile e vitalità ambientale. Un esempio di libertà per gli animali è la fine – auspicabile – degli allevamenti intensivi, non solo per migliorare la salute umana, ma anche per la dignità degli animali stessi.

I problemi climatici, attualmente presenti, derivano in buona parte dalla pressione biologica di miliardi di animali in allevamento e dall’espansione territoriale ed antropica. Quindi bisogna riconoscere che l’antico e antropocentrico rapporto ambiente/animale/uomo ora provoca più danni che vantaggi, insieme all’alimentazione umana!
Va quindi preso in serio esame il valore di: carnivorismo, vegetarismo e vegetalismo.

Tra questi fattori, solo il vegetalismo, detto anche veganismo (cibi solo vegetali) assicura la migliore e più rapida risposta per il benessere animale e umano, oltre a rimediare ai danni sull’ambiente: è una sollecitazione che arriva dalla scienza moderna! Tuttavia, l’eccessivo consumo di carne e altri prodotti anti-ecologici, spesso superflui, denotano una società che sembra non accettare, non conoscere, le nuove raccomandazioni. È evidente che una secolare cultura di consumi e di attività impattanti non può cambiare in breve tempo, anche se c’è urgenza di porre rimedio sull’ambiente.

Tuttavia, nei paesi dove esiste la democrazia, i vegani vengono aspramente criticati ed evitati, tanto dal cittadino comune quanto dal medico incompetente. Ristoranti, trattorie, convitti scolastici, religiosi, caserme, carceri, sagre e deschi famigliari regolarmente non offrono cibo vegano: lo ignorano! Così anche i vegani trovano «barriere» culturali nelle loro città e nelle loro famiglie, come le trovano i disabili; ma la democrazia, con l’esercizio alla giustizia, dove c’è, sta facendo il suo corso verso l’equilibrio tra le varie esigenze per il bene comune.

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Articolo tratto dalla rubrica Terra Nuova dei lettori

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di Bassiano da Bassano


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