Corpi per la riconciliazione

Nell’affascinante progetto di un gruppo di artiste, danzatrici e antropologhe colombiane, il lavoro sul corpo diviene lo strumento per superare i conflitti e i traumi individuali e getta le basi per il cambiamento sociale a partire dalla coesistenza armonica.

11 Luglio 2019
Corpi per la riconciliazione. Stili di vita

Se pensiamo al corpo come a un territorio, possiamo immaginarlo come un luogo intessuto di segni: le tracce indelebili del nostro vissuto. È qui che, in maniera più o meno conscia, tutte le esperienze vengono registrate e conservate in maniera imparziale.
Il superamento dei traumi e la trasformazione delle emozioni che ne derivano in risorse creative ci permettono di rinegoziare la nostra posizione nel mondo: è questo l’obiettivo del lavoro sul corpo operato da un gruppo di artiste colombiane con il progetto «Corpi per la riconciliazione» (Enbodying reconciliation).

Nato a seguito del master universitario internazionale Choreomundus, che approfondisce l’impatto sociologico delle danze tradizionali, il progetto ha l’obiettivo di sviluppare una strategia terapeutica che fa ricorso alle tradizioni culturali collettive, che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio immateriale.

Una delle fondatrici del progetto, Diana Gutiérrez, ci spiega come da antropologa si sia resa conto della difficoltà da parte delle vittime di verbalizzare i traumi della guerra che da anni affligge il suo Paese, la Colombia, sia per paura di ritorsioni, sia perché non è facile parlare delle violenze vissute. In questo contesto, l’approccio corporeo ha da subito rivelato il suo effetto catartico. «Il lavoro con il corpo altera il respiro, il battito cardiaco, provoca adrenalina e questo ci permette di entrare in uno stato psichico diverso, in cui siamo più sensibili. Esploriamo i nostri limiti, andando oltre le barriere mentali e a un certo punto, senza che ce ne rendiamo conto, siamo molto aperti e disponibili a parlare. L’esperienza condivisa come gruppo, poi, attraverso il contatto, l’attenzione e l’ascolto, crea una relazione con l’altro molto forte: ecco quindi che si apre una nuova prospettiva che ci permette di conoscere noi stessi e di parlare della nostra storia in maniera molto reale» spiega Diana.

La tecnica impiegata mira a coinvolgere gruppi di persone affinché la riconciliazione con il passato avvenga non solo in se stessi, ma anche nella collettività in cui si è inseriti.
Per ottenere questo risultato Diana ha creato un proprio metodo che deriva dalla commistione di diverse discipline: in prima istanza il teatro e la danza tradizionale.

Danza, mappe e teatro

Grazie al master, Diana ha potuto fare una ricerca sul campo nel variegato territorio colombiano, studiando in maniera sistematica come si trasmette la danza tradizionale soprattutto ai bambini nei contesti marginali. Questo le ha permesso di comprendere la rilevanza della danza come fattore determinante per restituire forza ai suoi partecipanti e favorire il riscatto sociale. Ecco perché durante i workshop si evoca proprio questo genere di balli; attraverso il lavoro sul ritmo, che comprende esercizi autonomi o in coppia, si riesce ad aumentare la percezione di sé e dell’ambiente.
Questo contatto fisico permette di creare uno spazio relazionale libero dalle formalità del quotidiano e di sperimentare il superamento delle barriere che ci separano dall’altro.
Anche il racconto della propria esperienza viene inserito all’interno di questa attività astratta, favorita dal ritmo. In questo modo la narrazione si frammenta, si razionalizza e ci induce a osservare la nostra storia «dall’alto», creando la giusta distanza da cui affrontarla.

Partendo dal presupposto che il nostro corpo è il territorio che meglio conosciamo e sul quale per primo dobbiamo intervenire con la cura e la difesa, il metodo di Diana Gutiérrez si ispira inoltre alla pratica della cartografia impiegata anche in antropologia, che viene usata in questo caso per mappare le zone del corpo in modo da individuare i luoghi in cui esso ha registrato i blocchi.
Il lavoro avviene a coppie ed è il preludio per un contatto più profondo tra le persone, che apre le porte a un confronto molto intimo, in cui è più facile parlare di sé e lasciarsi andare. Alla fine, poi, si arriva alla rappresentazione teatrale o performativa di ciò che è stato condiviso; quest’ultimo strumento viene utilizzato in gruppo o a due come modo per chiudere il processo innescato, come un dono verso chi ci ha resi partecipi della propria storia.

Emanciparsi dal trauma grazie al corpo

«Lo scopo di ogni intervento è capire come il nostro corpo, attraverso il lavoro collettivo, permette di emanciparci dal trauma» racconta ancora Diana. «Il trauma è lì, non lo neghiamo, però tiriamo fuori la rabbia e la trasformiamo attraverso la rappresentazione, perché la ferita non rimanga aperta. Al di là del fatto di essere felici, arrabbiati o tristi, condividere il nostro sentire e affrontarlo attraverso ciò che ci unisce ha un valore di trasformazione che può diventare qualcosa di potente».

Il processo di riconciliazione collettiva è un passo fondamentale per costituire comunità pacifiche e rispettose.
Attraverso workshop o percorsi lunghi parecchi mesi, il gruppo lavora con bambini vittime delle guerra, migranti, rifugiati, detenuti, persone che hanno vissuto dei traumi importanti, ma Diana ci tiene a spiegare come questa pratica sia interessante per chiunque voglia anche solo comprendere meglio la propria identità. In fondo tutti abbiamo delle ferite, più o meno profonde, che in qualche modo dobbiamo trasformare in maniera creativa affinché il nostro benessere si tramuti in cura verso l’ambiente, verso l’altro e verso il patrimonio culturale.

In Italia

Diana Gutiérrez è venuta in Italia, presso l’Happy Center Bolognina, il laboratorio di comunità che lavora con i senza dimora del comune di Bologna, e presso l’associazione interculturale di donne Trame di Terra a Imola, per presentare il suo progetto attraverso dei workshop e con la Choreomundus Alumni Association, nata da un gruppo di allievi del master omonimo e ora composta da un centinaio di membri di diverse nazionalità, in cerca di un network per espanderne la messa in pratica.

«Credo sia importante cercare di capire cosa ci unisce come umani e il modo in cui possiamo lavorarci attraverso meccanismi che generano empatia, per questo ci interessa portare questo lavoro in diversi ambienti e tessere una rete internazionale, affinché si possa sviluppare il suo potenziale e generare realmente un cambiamento sociale».

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Aprile 2019

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