I limiti del pensiero positivo

Dalle trappole del marketing alla sindrome del mondo perfetto. La negatività è sempre presente, ma si può affrontare… condividendo, respirando e camminando. L’intervista a Pino De Sario.

16 Gennaio 2019
I limiti del pensiero positivo. Stili di vita

Cosa c’è di sbagliato nell’essere sempre positivi?

Sia come persone singole sia come gruppi siamo in una dinamica simile a quella del giorno e la notte. Giorno e notte si susseguono in maniera ciclica, ma anche con un’evidente discontinuità. Così le nostre parti positive e negative rispondono alle stesse regole e leggi. Ho imparato a diffidare di persone e di idee e modelli che propugnano solo aspetti perfetti e positivi. Ecco, siffatte proposte sono a mio avviso solo trappole manipolatorie ed enfatiche. Siamo secondo me tutti un po’ negativi e un po’ positivi… e c’è bisogno di prenderne coscienza.

Negli ultimi tempi nel vocabolario della politica è entrato in scena, con un’accezione negativa, il termine «buonismo». La negatività è salita al potere?

Non lo so, ma osservo dei modelli in crisi. Nel mondo aziendale, e nel marketing, ci vengono presentati dei prodotti con solo volti patinati e felici. Sono immagini che ci fanno del male, come le propagande che dicono «tutto ruota intorno a te!». Si continua ad elargire fiumi di egocentrismo becero solo per vendere qualche prodotto in più. D’altra parte la negatività, con la crisi economica in atto da ormai più di un decennio, ha fatto la sua comparsa nelle biblioteche, nei pronto soccorso, agli sportelli della Pubblica Amministrazione.
Negli ultimi tempi avvertiamo un po’ tutti più cattiveria e rancore, siamo come imbolsiti da tensione e acredini più varie. Uno dei motivi è sicuramente l’incertezza economica, che rende l’ambiente insicuro e sollecita il nostro sistema nervoso, nelle forme più automatiche e inconsce.

Cosa intendi quando parli della sindrome del mondo giusto?

È la battaglia enfatizzata per la giustizia, che ha dominato anche la mia mente negli anni del mio impegno ecologista e della controcultura. Una battaglia doverosa e ammirevole, per carità, ma che finisce per assumere toni esagerati di rifiuto, in cui non va mai bene niente. Si abbracciano modelli idealizzanti e mitici, che schiacciano le realtà ordinarie inevitabilmente incompiute e limitate.
Il mondo giusto spinge le persone a diventare ciniche, assolute, verbose, lottatrici contro tutto e tutti e questo è davvero troppo! Da portatori di un’istanza ammirevole ci si trasforma in rompiscatole, in persone sempre serie, che hanno un motivo a cui aspirare, e si rifugiano nell’altrove, pur di non vedere cosa si muove sotto il naso, che poi è quello che passa il convento, minimale, ma anche possibile e concreto.

«Nella negatività c’è la parte migliore della vitalità di una persona». Una frase di Jerome Liss, tuo mentore, maestro e collaboratore. Cosa significa esattamente?

La paura per esempio ci rende più attenti, la delusione ci mette in contatto con chi ha fallito o con chi fa fatica.
Jerome diceva questo durante le sedute di aiuto, quando esplorava il vissuto di un allievo disperato o rabbioso. Nel mezzo di questi racconti concitati, con l’attivazione di emozioni e corporeità, coglieva scintille di onestà e di vitalità soffocata. Emozioni che una volta tirate fuori riprendevano il loro corso naturale. Nella rabbia c’è anche vitalità e nella tristezza c’è anche riflessione.

Come primo direttore responsabile di Terra Nuova dici di essere rimasto affezionato all’idea di ecologia. Riusciresti a spiegarci in poche parole cosa significa fare comunicazione ecologica?

Che bella questa tua domanda! Comunicazione ecologica è tante cose insieme, ma ora me ne vengono in mente due: la prima è la mescolanza di fattori negativi e positivi, come il giorno e la notte di cui parlavamo. La seconda è l’ondeggiare costante tra dare cura all’individuo e non dimenticarsi del gruppo, o anche curare il gruppo e non tralasciare l’attenzione agli individui. Ecologico sta per integrato, sistemico, ciclico, dinamico, olistico.

Non passa giorno che i quotidiani non si riempiano di delitti, stupri, maltrattamenti e violenza domestica. Perché siamo ancora così maledettamente schiavi di rabbia, vendetta ed emozioni distruttive?

La negatività ha tre provenienze. La prima è di tipo biologico e appartiene alla specie: c’è un allarme recondito innato che ci preserva nei casi di minaccia, ma che ci fa anche esasperare le situazioni e perderne il controllo.
La seconda è psicologica, viene appresa nella rete familiare nei primi anni di vita, dove viviamo inevitabilmente il senso del buono e del cattivo. Poi ce n’è una sociale e culturale data dal potere delle situazioni che in alcuni casi ci cambiano letteralmente i pensieri e i comportamenti.
Geni, personalità e contesti sono una grande mescolanza di geni e ambiente insieme. Questa epigenetica può produrre collegamenti avariati che se non ben condotti portano persone e gruppi a compiere cose orride.

Di fronte alla negatività reagiamo spesso secondo meccanismi di attacco o fuga. Qual è la prima cosa che dovremmo cominciare a fare in queste situazioni di stress?

Possiamo iniziare a curare il nostro lato negativo, prendere coscienza che abbiamo dentro di noi semi positivi e semi negativi, in forma innata, e che poi per apprendimento in parte andiamo anche a consolidare. Ci sono poi tre cose che possono aiutarci: la prima è quella di condividere le negatività personali con un amico che ci offre ascolto e accoglienza evitando giudizi e ricette; la seconda è imparare l’arte del respiro che ci porta presenza mentale e ci permette di gestire la rabbia; la terza è quella di fare un giro in senso lato, ma anche nel senso più stretto: quando siamo in preda a un dispiacere possiamo provare a fare un giro intorno alla casa per sbollire le emozioni più violente. Possiamo essere naturalmente agitati, ma culturalmente possiamo calmarci.
Condividendo, respirando e camminando.

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Brano tratto dall'articolo Come affrontare la negatività

Leggi l'articolo completo sul numero di Terra Nuova Gennaio 2019

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di Gabriele Bindi


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