In bilico. Siamo più vicini all’estinzione o all’evoluzione?

Per chi ha gli occhi aperti sui fatti del mondo, sono tempi spaventosi e allo stesso tempo incoraggianti. Da un lato si rincorrono nuovi studi e notizie drammatiche sulla salute degli ecosistemi, con la nostra stessa sopravvivenza come specie che appare sempre più a rischio; dall’altro la società sta iniziando a muoversi, seppure a passi incerti, verso direzioni inedite.

25 Settembre 2019
In bilico. Siamo più vicini all’estinzione o all’evoluzione? Ambiente

Grossi cambiamenti culturali, politici, economici sembrano sul punto di emergere. È vero, il tempo a nostra disposizione per cambiare rotta sta per scadere, o forse, come sostengono alcuni scienziati, è già scaduto. Ed è anche vero che già altre volte nella storia la società è sembrata sul punto di cambiare rotta e poi non l’ha fatto; solo per fare un esempio, negli anni Settanta dopo la pubblicazione dello studio I limiti dello sviluppo, commissionato al Massachusetts Institute of Technology da parte del Club di Roma.

Eppure, il ritmo con cui avvengono oggi questi cambiamenti ci può far ipotizzare che qualcosa di grosso si stia muovendo sotto la superficie visibile degli eventi, in quei meccanismi sotterranei e inconoscibili che regolano i sistemi complessi.

In una celebre frase di Storia di un crimine, Victor Hugo scriveva che «c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto».
L’idea che i cambiamenti climatici siano un’emergenza mondiale era evidentemente pronta per emergere e sembra aver trovato in Greta Thunberg un ottimo viatico, un meme potentissimo in cui incarnarsi. La giovane attivista svedese che ha dato origine al movimento globale di Fridays for Future simboleggia la voce di un mondo futuro che indica la strada al presente. Parallelamente alle manifestazioni di studenti e studentesse, nel Regno Unito è nato un altro movimento dal piglio ancora più critico e provocatorio, Extinction Rebellion, i cui attivisti chiedono ai governi di tutto il mondo di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2025.

In stato di emergenza climatica

Queste improvvise mobilitazioni sembrano aver dato una scossa anche ad alcune istituzioni: aumentano ogni giorno di numero i Comuni al mondo che dichiarano lo stato di emergenza climatica. Un atto dal forte valore simbolico: significa riconoscere che ci troviamo in una situazione anomala e fuori controllo, che mette in pericolo i territori e i loro abitanti. L’iniziativa è nata in Australia a febbraio del 2017, ma fino alla fine del 2018 erano in tutto una cinquantina le amministrazioni che avevano approvato il provvedimento.
Oggi sono 523, e il numero è in continuo aggiornamento (c’è persino un sito: www.climateemergencydeclaration.org , che li conta).
Complici le mobilitazioni, la campagna ha superato il punto critico e si sta diffondendo velocemente in tutto il mondo, coinvolgendo ormai anche intere regioni e stati nazionali, come Scozia, Galles, Regno Unito, Irlanda e Catalogna.

Se dichiarare l’emergenza climatica è un atto con poche conseguenze pratiche, non mancano a livello internazionale i provvedimenti dalle ricadute immediate. In Russia, una delle nazioni da sempre più restie a prendere provvedimenti relativi ai cambiamenti climatici, il Governo ha presentato a marzo una bozza di legge per regolare le emissioni di gas climalteranti.
Intanto l’Unione europea ha varato, sul finire dello scorso anno, una delle normative più interessanti e all’avanguardia nel campo delle energie rinnovabili, quella sui prosumer energetici. Se correttamente recepita dagli Stati membri, permetterà alle persone di autoprodurre e scambiare energia autonomamente, incentivando produzione e distribuzione locale e riducendo gli sprechi1.

Terreni fertili per il cambiamento

Il campo delle energie rinnovabili è fra quelli in maggior fermento, non solo dal punto di vista politico. Una nuova molecola presentata da un team di ricercatori svedesi sembrerebbe in grado di risolvere il problema dell’accumulo, da sempre tallone d’Achille delle rinnovabili2, mentre nuovi studi mostrano come i pannelli fotovoltaici domestici abbiano ormai raggiunto delle ottime prestazioni in termini di ritorno energetico sull’investimento (EROEI), superiori a quelle di molte fonti fossili3.

Lo sviluppo delle rinnovabili e il progressivo esaurimento dei principali giacimenti di petrolio rendono sempre più sconveniente investire nelle risorse fossili, così anche i fondi d’investimento stanno correndo ai ripari. In Norvegia, uno dei più grandi fondi sovrani del mondo, da un trilione di dollari, che da sempre investe esclusivamente in petrolio, ha deciso di spostare in maniera sostanziale i propri investimenti verso progetti di energia eolica e solare.
Sempre in Norvegia il parlamento ha ritirato l’autorizzazione, con una maggioranza molto ampia, alle trivellazioni a largo delle isole Lofoten, rinunciando a un giacimento molto grande, stimato fra gli 1 e i 3 miliardi di barili di petrolio.

Certo non mancano i segnali in controtendenza, come l’elezione di Bolsonaro in Brasile o le politiche energetiche di Trump negli Usa (quest’ultimo tuttavia, nonostante gli incentivi, ha visto chiudere 50 centrali in due anni di presidenza, con altre cinquanta che dovrebbero chiudere a breve, il che fa di lui il presidente che sta involontariamente guidando l’America fuori dal carbone). Ma sembrano più l’eccezione che la norma, rispetto a un’inerzia del sistema che oggi sembra spingere verso una direzione di maggiore sostenibilità.
E ancora potremmo parlare del boom dell’industria dell’auto elettrica, dei progressi fatti nel campo della bioedilizia, del pacchetto europeo sull’economia circolare e dello stop alle plastiche monouso.
Insomma, la sensazione è quella di vivere un’epoca anomala, in cui ci troviamo da un lato molto vicini al punto critico del collasso ambientale, dall’altro sull’orlo di enormi trasformazioni sociali, economiche e culturali in senso ecologico.

Discutere la regola del mercato

Certo, ancora siamo ben lontani dall’aver risolto, o iniziato a risolvere, tutti i nostri problemi. Né abbiamo la certezza di essere ancora in tempo. Quello visto fin qui non è un cambiamento sufficiente: le cose che stanno succedendo oggi, dalla transizione verso le rinnovabili all’affermazione della mobilità elettrica, all’aumento della consapevolezza globale sui cambiamenti climatici, sono quelle che possono succedere all’interno di un sistema competitivo regolato dal mercato. Ed è un bene che succedano. Tuttavia ci sono cose che all’interno di questa «scatola» sono molto più difficili da fare, come ridurre drasticamente i consumi di risorse, non produrre rifiuti, utilizzare molta meno energia. Per farle servono cambiamenti molto più profondi, che hanno a che fare con la natura più intima del sistema, con i suoi assiomi di base. Modifiche che riguardano aspetti che spesso neppure consideriamo, come la qualità delle relazioni che costruiamo con gli altri esseri umani e con gli ecosistemi, le modalità con cui prendiamo le decisioni, i modelli di governance che scegliamo di applicare come società.

Che lo si voglia o no, tante cose cambieranno nei prossimi anni, ed è realistico pensare che il mondo così come l’abbiamo conosciuto fin qui non esisterà più. Tuttavia forse non è troppo tardi per costruire una società più sostenibile e resiliente, persino più felice. Siamo piuttosto lontani dal farlo, stiamo ancora muovendo i primi passi, ma ogni viaggio, anche il più lungo, inizia sempre allo stesso modo: con un passo.

 

Note

1. La Spagna ha già recepito la direttiva, anticipandola. A ottobre scorso ha approvato una legge persino migliorativa, in cui si prevede, fra le altre cose, la possibilità per diversi consumatori d’essere associati allo stesso impianto di generazione con regole che consentono la configurazione di installazioni collettive a partire da 500 metri dal punto di consumo o la possibilità di riunirsi in collettivi energetici.

2. La ricerca è stata condotta da un gruppo di ricercatori della Chalmers University of Technology. La molecola, composta da carbonio, idrogeno e azoto, è in grado di immagazzinare l’energia solare e poi di rilasciarla «a richiesta». Tuttavia si stima che saranno necessari circa dieci anni di sperimentazioni prima che possa essere eventualmente commercializzata.

3. Fonte: Simon Davidsson Kurland e Sally M. Bensonbc, The energetic implications of introducing lithium-ion batteries into distributed photovoltaic systems (https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2019/s/c9se00127a#!divAbstract ).

 

Andrea Degl’Innocenti è giornalista, scrittore e divulgatore, cofondatore del giornale web Italia che Cambia (www.italiachecambia.org ). Esperto di sostenibilità, economia e società, collabora con varie testate fra cui Terra Nuova, Il Manifesto, Nsl Radio Tv. È autore dei libri Islanda chiama Italia (Ludica 2013, Arianna 2013), I diari dell’Italia che cambia (assieme a Daniel Tarozzi, Ludica 2014) e E ora si cambia (assieme a Daniel Tarozzi, Terra Nuova Edizioni/Arianna 2017).

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Luglio-Agosto 2019

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