Sorvegliare e impaurire

Il limite tra prevenzione e allarmismo può interessare relativamente chi si occupa di politiche sociali, sanitarie, di ordine pubblico. Ma non può non preoccupare chi ha una sensibilità educativa autentica.

20 Ottobre 2018
Sorvegliare e impaurire. Stili di vita

Oggi questo limite, già da sempre valicato per i più diversi motivi, è oggetto di continui superamenti. Il risultato è una società della paura, della paranoia, della diffidenza.
Una paura che si installa molto presto in ciascuno di noi, fin da piccoli. La scuola per prima ci mette del suo a incutere paura, a mescolare dosi inspiegabili e deleterie di paura all’esperienza, che in sé potrebbe essere all’insegna del piacere e della meraviglia dell’apprendere.

Perché tanta paura, tanta minaccia, tanta sanzione nei confronti di chi sta provando a sperimentare la propria apprensione del mondo? Perché tante prove, tanti esami, valutazioni nei confronti di chi si affaccia al possibile piacere di imparare, provando, sbagliando, individuando lentamente la forma del suo personale modo di intendere, acquisire, comprendere?

L’esperienza scolastica per quasi tutti noi è stata, oltre che la scoperta dei campi del sapere, quella del giudizio e dalla paura del giudizio. Quell’impronta è rimasta con noi a lungo, forse per sempre.

Ma oggi a questo trattamento improprio dell’esperienza di imparare si aggiungono ogni giorno nuove fonti di angoscia, ansia, paura. Le biopolitiche del nostro tempo, quelle che si occupano della nostra salute, del nostro corpo, della nostra mente, in modo sempre più assillante e talora pretestuoso, investono i bambini fin dalla più tenera età, con la motivazione della prevenzione del danno. I bambini sono sottoposti a continui esami, diagnosi, interventi di correzione. È ben difficile per loro scampare ad azioni di manipolazione corporea, al martellamento intorno ai pericoli da cui essi son circondati e che costringono le loro vite in reclusori, in campi recintati, sempre al guinzaglio di adulti, sottoposti a dispositivi di rettificazione di ogni genere ma soprattutto a continue diagnosi psichiche non appena il loro comportamento devia da quella che si considera una norma sempre più stretta e impervia. Tutto ciò non può che alimentare un sentimento di incertezza, di timore, di ansia rispetto al proprio stato, a come esso possa essere giudicato, nonché una dipendenza assoluta della propria salute (psichica e fisica) da figure di specialisti e da tecniche imperscrutabili.

A ciò si sommano le grandi politiche che riguardano l’alimentazione, il clima e l’inquinamento, la sicurezza degli ambienti domestici, l’igienizzazione sempre più forsennata, la paura delirante per ogni incidente, ferita, trasgressione, che non fanno altro che incrementare l’atmosfera minacciosa, irta di pericoli e inagibile che circonda la vita di bambini e adolescenti.

Certo, poco si fa per rendere l’ambiente, i comportamenti adulti, le strade, il mondo vitale di bambini e ragazzi e di noi tutti più libero da inquinanti e da merci pericolose, più ospitale per il loro e anche nostro naturale desiderio di avventura, di cimento e di assunzione della giusta dose di sfida e di conquista che ogni crescita comporta, attraverso errori e normali cadute. In questo panorama, la paura, l’ansia, la diffidenza crescono e rendono i più giovani sempre più inabili a costruire un loro percorso autonomo, a vivere la loro vita, a prendersi i loro rischi, insomma a esistere a parte intera, non a vegetare come polli d’allevamento in gabbie sempre più strette e sorvegliate.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Ottobre 2018

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di Paolo Mottana


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