Tessuti tutti frutti

Dagli agrumeti della nostra Sicilia alle piantagioni esotiche di ananas, fino ai grandi mercati ortofrutticoli dei Paesi Bassi, il futuro del tessile è nella frutta. Piccoli grandi passi verso la moda sostenibile.

18 Agosto 2019
Tessuti tutti frutti. Ecotessuti

Oggi, solo in Italia, si sprecano 5,1 milioni di tonnellate di cibo l’anno, un paradosso, quando altrettanti milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, e insieme un grave problema, dato che lo spreco alimentare ha un impatto negativo sull’ambiente, con tonnellate di rifiuti organici per la maggior parte smaltiti in discarica che generano quantità incontrollate di gas effetto serra. Secondo una ricerca dell’osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano, il settore dell’industria alimentare, e in particolare quello dell’agrifood, è uno tra quelli a più elevato impatto sociale e ambientale.

Per fortuna qualcosa si sta muovendo e ha a che fare con realtà, sia italiane sia estere, che danno a questi scarti una seconda vita, anche migliore della prima, perché trasformano bucce, foglie, frutta di seconda scelta in tessuti di prima qualità per abbigliamento e accessori, anche per la casa e l’arredamento. Alcune sono nate come startup e dopo importanti riconoscimenti e collaborazioni con case di moda stanno completando il processo di ricerca e sviluppo per poter replicare il proprio modello a livello globale, altre sono diventate aziende comprovate che lavorano costantemente con brand d’abbigliamento ma che, contemporaneamente, rendono il prodotto disponibile al consumatore finale sulla propria piattaforma online.

La loro presenza sul mercato, in fase già consolidata o ancora progettuale, è la rassicurante dimostrazione di quanto sia vasta la possibilità di sperimentare nuovi materiali, con il doppio vantaggio della lotta allo spreco su più fronti; ottenere un tessuto del tutto simile alla pelle da uno scarto agroalimentare significa, ad esempio, combattere il forte inquinamento provocato proprio dall’industria conciaria e limitarne quindi i danni. Oppure, realizzare una fibra cellulosica che non sfrutta le risorse naturali, ma riutilizza un sottoprodotto, riduce lo sfruttamento di terra e acqua e l’uso di pesticidi inquinanti, oltre a soddisfare la crescente richiesta di cellulosa per uso tessile dovuta alla volatilità dei prezzi di cotone e petrolio.

La fibra «spremuta» dagli agrumi

È proprio dalla volontà di salvaguardare le risorse naturali e donare una seconda vita a ciò che è comunemente considerato uno scarto, che nasce Orange Fiber1, l’azienda italiana fondata nel 2014 da Adriana Santanocito ed Enrica Arena, che ha brevettato e produce tessuti sostenibili e innovativi per la moda a partire dai sottoprodotti dell’industria di trasformazione degli agrumi. Orange Fiber, in collaborazione con il Politecnico di Milano, ha sviluppato un processo per creare un tessuto immaginando di riutilizzare le oltre 700.000 tonnellate di sottoprodotto che l’industria di trasformazione agrumicola produce ogni anno in Italia e che altrimenti andrebbero smaltite, con dei costi per l’industria e l’ambiente.

L’azienda ha potuto inaugurare il primo impianto pilota a Catania nel 2015 ma già prima, in occasione della Vogue Fashion Night Out milanese, aveva presentato i primi prototipi, ovvero un raso bianco e un pizzo nero e bianco ottenuti tessendo la fibra con della seta comasca.
Attualmente, l’impianto siciliano, date le sue ridotte dimensioni, assorbe solo una parte delle migliaia di tonnellate di sottoprodotto dell’industria di trasformazione degli agrumi, ma la sua posizione strategica, in prossimità con la materia prima, permette di ottimizzare la logistica e di mettere in atto la prima trasformazione del materiale, cioè l’estrazione della cellulosa dal «pastazzo» di agrumi, che non è costituito solo di arance.

Il nome dell’azienda, infatti, non deve trarre in inganno, perché oltre alle arance nel pastazzo ci vanno anche limoni, mandarini e pompelmi. Successivamente la cellulosa viene mandata in Spagna e trasformata in filato da un partner dell’azienda, per poi tornare in Italia, presso una tessitura comasca, e subire l’ultimo processo a fibra. Il prodotto finito si presenta di colore bianco naturale, si può tingere, stampare e lavare come qualsiasi altro tessuto tradizionale, è biodegradabile e le varianti finora prodotte comprendono un raso e un popeline, ottenuti tessendo l’esclusivo filato rispettivamente con la seta comasca e il cotone, e un twill che è invece 100% Orange Fiber, impalpabile e leggero, simile alla viscosa.

Dalla sua fondazione l’azienda ha compiuto passi importanti, vincendo premi internazionali come il Global Change Award indetto dalla H&M Foundation e dando vita a collaborazioni con importanti case di moda come quella di Salvatore Ferragamo, con cui ha realizzato la Ferragamo Orange Fiber Collection, fatta di tagli e linee essenziali su camicie, abiti, pantaloni e foulard arricchiti dalle stampe originali dell’architetto e designer Mario Trimarchi.

Ma la produzione continua e per il futuro l’azienda sta lavorando a varie tipologie di tessuti, dai più strutturati ai più delicati, in modo da poter soddisfare tutte le esigenze di creazione dei brand di moda.
Nel medio termine Orange Fiber prevede di continuare a testare, migliorare e scalare la propria idea di business con uno sviluppo ulteriore del processo basato sul modello dell’economia circolare. Se l’azienda ha un sogno è quello di trasformarsi in leader italiana nel segmento dei tessuti sostenibili attraverso una produzione sempre più green di fibre cellulosiche da fonti rinnovabili e ciò va di pari passo con l’impegno nella tutela dell’ambiente e nella trasparenza dell’intera catena di produzione. E in futuro, forse, la preziosa fibra potrà anche profumare della stessa materia con cui è realizzata: la fresca essenza degli agrumi.

Dall’ananas un’alternativa alla pelle

È nata da una startup anche Piñatex, l’ecopelle ricavata dalle fibre di foglia di ananas. Ma il suo viaggio è cominciato negli anni ’90, quando la spagnola Carmen Hijosa, esperta del settore pelletteria, faceva da consulente per l’industria filippina di esportazione delle pelli. Sconvolta dall’impatto ambientale della produzione di massa di pellame e della concia, ha cambiato strada, pur sapendo che il PVC (cloruro di polivinile) non era la soluzione, poiché altrettanto inquinante come tutti i materiali plastici. E l’alternativa sostenibile l’ha trovata ispirandosi a un’antica tecnica di tessitura della tradizione filippina che ricorre alle fibre vegetali e in particolare alle foglie di ananas. L’idea di Carmen era di creare un nuovo tessuto-non tessuto che potesse avere un basso impatto ambientale per tutto il suo ciclo di vita e un impatto sociale ed economico positivo. Ci sono voluti anni di studio, partiti dalle Filippine e continuati tra Spagna e Regno Unito, dove è stata poi fondata la startup Ananas Anam, per arrivare alla creazione di Piñatex, realizzato appunto con le fibre delle foglie di ananas, destinate altrimenti a diventare rifiuti.

Il processo di lavorazione è lungo e complesso; dopo la raccolta dell’ananas, i coltivatori filippini estraggono le fibre dalle foglie tramite la decorticazione, una pratica che non solo dà loro un reddito supplementare, ma che fornisce alla comunità locale, tramite i residui del procedimento, biomassa da utilizzare come biocarburante o concime naturale. Insomma, nulla viene sprecato. Le fibre vengono poi decapate e sottoposte a un processo industriale per diventare una rete non tessuta, che costituisce la base di Piñatex. Successivamente i rotoli di tessuto-non tessuto sono trasportati in Spagna per la finitura specializzata, il processo che rende il materiale simile alla pelle, adatto per calzature e accessori, abbigliamento ma anche arredamento d’interni e tappezzeria automobilistica.

Sono tanti i marchi che utilizzano il tessuto, da Hugo Boss a Edun, da Trussardi a Matea Benedetti a Laura Strambi, quindi sia brand di eco-fashion che quelli della cosiddetta moda mainstream, non sempre avvezzi all’uso di materiali sostenibili.
Con sedici piante di ananas, che corrispondono all’incirca a 480 foglie, si ottiene un metro quadrato di Piñatex, che è vendibile in tutto il mondo sul sito ufficiale dell’azienda con la possibilità (raccomandata) di acquistare prima dei campioni per capire mano, cioè per toccare la consistenza e tutte le altre caratteristiche tattili, e testare la resa. L’impegno di Carmen Hijosa nella ricerca e nello sviluppo del materiale va comunque avanti, tanto che l’imprenditrice non nasconde l’ambizione di poter trovare delle applicazioni del tessuto anche in ambito sanitario.

Da frutta di seconda scelta a filato

A combattere gli sprechi cercando contemporaneamente un’alternativa alla pelle ci hanno pensato anche Koen Meerkerk e Hugo de Boon, un giovanissimo duo di designer diplomati presso l’accademia Willem de Kooning di Rotterdam. Con la passione per l’upcycling, cioè per quella tecnica con cui materiali di scarto e vecchi prodotti vengono lavorati e trasformati in oggetti che hanno un valore maggiore di quello iniziale, i due stilisti si sono concentrati sullo sviluppo di un nuovo processo eco-compatibile che converte la frutta di seconda scelta in un materiale simile alla pelle.

Il progetto si chiama Fruitleather Rotterdam e ha un’alta potenzialità produttiva, considerando che la quantità scartata dagli importatori dei Paesi Bassi è praticamente infinita. La procedura che porta alla realizzazione dell’eco-tessuto non è tanto diversa da quella degli chef. Infatti, è osservando le loro tecniche e in particolare una che vede schiacciare, cuocere ed essiccare la frutta per trasformarla in caramello, che Meerkerk e de Boon hanno ideato la loro tecnica: la frutta viene privata dei semi, poi frullata e la polpa così ottenuta viene bollita per eliminare i batteri, per poi essere «spalmata» su apposite lastre da forno per il processo di essiccamento. Al materiale essiccato viene successivamente applicata una finitura particolare che lo rende in tutto simile alla pelle, un tessutonontessuto che può essere lavorato, quindi tagliato, cucito, impunturato e stampato proprio come la pelle tradizionale.
Con un chilo e mezzo di frutta si ottengono 100 metri quadrati di Fruitleather che possono diventare scarpe, borse e altri prodotti.

Ora il duo creativo ha un proprio spazio presso Bluecity, innovativo hub di Rotterdam per imprenditori «circolari», dove lavorano per rendere il materiale sempre più resistente. Intanto però, sul loro sito, c’è già la possibilità di acquistare dei campioni raccolti in una scatola, si tratta di quattro fogli A5 di Fruitleather, in diversi colori, goffrature e varietà di fibre (anche se i due designer ammettono che la loro fibra preferita è quella del mango, la più resistente). L’acquisto dei campioni contribuirà a finanziare la continua ricerca e sperimentazione sul materiale.

 

Note
1. Di Orange Fiber avevamo già parlato nel 2016, a pochi anni dalla sua nascita (Terra Nuova di aprile 2016, pag. 19).

 

PER SAPERNE DI PIÙ

www.orangefiber.it
www.ananas-anam.com
www.fruitleather.nl

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Aprile 2019

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di Barbara Chiodi


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