Puglia appesa a un filo... d'olio d'oliva

L’olivicoltura pugliese è al giro di boa: addio olivi secolari e millenari, benvenuto modello spagnolo, super intensivo, molto produttivo e redditizio. A parole. Perché i numeri e i fatti raccontano un’altra storia, che rischia di compromettere irrimediabilmente la Puglia e il suo popolo.

02 Aprile 2019

Da una parte olivi secolari e tradizionali, presidi contro desertificazione, siccità e dissesto idrogeologico. Indispensabili riserve idriche in una terra in cui già oggi l’acqua scarseggia. Giganti garanti della biodiversità, dalla funzione termoregolatrice del territorio e fonti di reddito per tante famiglie. Dall’altra impianti ad alta densità, intensivi e super intensivi, raccolta meccanizzata fatta per lo più da macchine autonome o gestite da poche persone, ampio uso di pesticidi e input idrici, cultivar brevettate o autosterili, imposte per legge.

Due mondi che si contrappongono e che oggi si trovano faccia a faccia, con tutte le loro contraddizioni e criticità. Se la riconversione olivicola pugliese diventasse realtà, a mutare non sarebbe infatti solo un modello agricolo ma il paesaggio, l’ambiente, l’economia e la qualità della vita di chi vi abita, come ci spiega Margherita Ciervo, geografa dell’Università di Foggia e autrice insieme a Lucia Uni del video “Il disseccamento degli olivi in Puglia”, elaborato nell’ambito del progetto GEOVISUM e presentato al concorso “Geography in a clip” (2018), dove ha ricevuto il 3° premio della giuria e si è aggiudicato il premio del pubblico.

Gli impianti super-intensivi sono più vulnerabili, più suscettibili a freddo, vento e siccità – spiega Ciervo – per questo richiedono terreni senza rischi di avversità, buona disponibilità idrica (2.500 mc/ha), un importante impiego di input chimici per il diserbo e per la difesa dai patogeni e parassiti, alti investimenti per impianti e macchinari”. Caratteristiche che stridono con la situazione salentina in cui questo modello si vorrebbe imporre.

“Parliamo di una terra già oggi in sofferenza idrica, con falde compromesse e suoli inquinati e impoveriti privi di sostanza organica. Si tratta di un’area già pesantemente provata dall’utilizzo smodato di erbicidi che subirà un ulteriore e irreversibile danno dalla produzione intensiva che si sta imponendo” denuncia Ciervo.   

Una produzione per lo più gestita attraverso una meccanizzazione integrale e una considerevole riduzione di manodopera. A risentirne sarà quindi anche l’occupazione. E non solo. Perché a cambiare radicalmente non sarà solo il lavoro ma anche la stessa proprietà fondiaria.

“Oggi nel Salento vi sono per lo più piccoli appezzamenti con una superficie agricola che in molti casi non supera i 2/3 ettari – afferma Ciervo – domani, se questo modello si imporrà avremo inevitabilmente una concentrazione delle terre favorita dalla mancanza di accesso al credito dei contadini e dalla svendita delle stesse che sarebbero, così, acquistate da chi possiede capitale al fine di avere superfici che consentano la massimizzazione della produttività commerciale e, dunque, la redditività degli impianti super-intensivi”.

Non è fantascienza. Il caso spagnolo, dove questi modelli hanno preso piede già negli anni’90, ci racconta proprio questo. Uno stravolgimento dell’economia locale passata ben presto da una forma territoriale caratterizzata da piccole aziende familiari, dall’autoconsumo e dalla vendita diretta a un’economia di mercato globale orientata alla competitività e dipendente per tutto dall’agrochimica e dalla grande distribuzione organizzata.

L’olio prodotto da queste nuove cultivar non sarà idoneo infatti al consumo ma servirà per “tagliare” altri oli di miglior qualità. Un affare solo per pochi.

“A differenza dei pronostici di alcune associazioni di categoria (Confagricoltura, 2012) – continua Ciervo –  proprio la Spagna ci insegna che un sistema olivicolo competitivo non comporta infatti maggiori benefici né per l’economia locale, che diventa dipendente dal mercato globale, né per per gli agricoltori che, oltre a rinunciare ai ricavi più elevati derivanti dalla vendita diretta e dai prodotti di qualità, divengono vulnerabili alla variabilità dei prezzi dei mercati già molto bassi”.

Ma gli agricoltori non saranno i soli a risentirne.

“Con il passaggio dalle campagne attuali ai campi agroindustriali, anche il paesaggio sarà stravolto. Gli olivi secolari saranno sostituiti con le cosiddette “pareti produttive” giovani olivi da sostituire circa ogni 15 anni, impiantati a filari per oltre 1500 piante a ettaro. Cosa comporterà tutto questo per chi questo contesto lo vive? Per il turismo? Per le future generazioni private di quello che è un vero e proprio Bene Comune?” conclude Ciervo.

La domanda più che mai legittima trova risposta nelle immagini aeree delle distese delle pareti degli olivi spagnoli, preoccupanti testimonianze di quanto questo modello produttivo sia fallimentare economicamente e socialmente. Sarà questa il futuro della Puglia?

Di tutto questo si parlerà venerdì 5 aprile all’Ex convento degli Agostiniani, a Melpignano (LE) alle ore 18.30.

Verrà proiettato ExpoliaH2O, un documentario di Entre Fronteras, che testimonia l’ecocidio causato in Almeria (Spagna), dalla conversione del modello agricolo, da tradizionale a super-intensivo.

Seguirà un dibattito in presenza di rappresentanti di:

AQUIFEROS VIVOS - piattaforma in difesa dell’acqua.

LUCÍA ACUÑA TORRES, segretaria di Aquiferos Vivos

JOSÉ LUIS LÓPEZ FERNÁNDEZ, attivista di Aquíferos Vivos

Introduce: LUCIA UNI, Artista

Modera: MARGHERITA CIERVO, Università di Foggia

COSATE VALLE D’ITRIA, Comitato di Salvaguardia Ambiente e Territorio

TERRA D’EGNAZIA, Territorio e Cittadinanza

In collaborazione con: AQUIFEROS VIVOS, Plataforma en Defensa del Agua en Almería

INFO E CONTATTI

cosatevalleditria@gmail.com - +39 327 2071702

di Elena Tioli


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