Mucca pazza: è ancora allarme

Anche se le autorità sanitarie europee tendono a minimizzare i rischi, la sindrome della mucca pazza è molto lontana dall'essere stata debellata.

31 Dicembre 2002
Secondo una recente ricerca un'équipe di ricercatori dell'università di Oxford, nei prossimi anni in Gran Bretagna

Le cifre della ricerca notevolmente più basse rispetto a quelle proposte da altri studi precedenti, rimangono comunque allarmanti. Per lo studio, pubblicato nell'ultimo numero di Nature, i ricercatori del Wellcome Trust Centre per l'epidemiologia delle malattie infettive, hanno costruito un modello statistico basato su tutti i dati disponibili della variante 'giovanile' del morbo di Creutzeld-Jackob (vCjd), legata al consumo di carne bovina infetta, che fino a oggi ha ucciso nel solo Regno Unito oltre cinquanta persone.

Per arrivare alla stima l'équipe ha tenuto conto del numero di capi abbattuti nel Regno dall'80 al '96 - circa 750.000 - dell'incidenza della malattia sulla popolazione, del suo periodo di incubazione, del grado di contagiosità degli animali nei vari stadi d'incubazione e dell'efficacia delle misure di sicurezza adottate.

"La difficoltà di prevedere in maniera esatta lo sviluppo della sindrome - spiegano i ricercatori inglesi - deriva dalla fatto che non si conosce ancora la durata del periodo di incubazione della malattia". Insomma, ad un anno dalla revoca del bando alle esportazioni di manzo britannico, in Gran Bretagna è di nuovo allarme mucca pazza. Come dimostra anche l'indagine, avviata dalle autorità sanitarie su quattro decessi causati dal morbo di Creutzfeldt-Jakob, la variante umana dell'encefalopatia spongiforme bovina (Bse).

Tutte le vittime abitavano nel piccolo centro di Queniborough, nell'Inghilterra centrale, o lo frequentavano spesso. E tutte avevano mangiato carne del posto. Tre, che vivevano in un raggio abbastanza ristretto, sono morte nel 1998, a poche settimane di distanza l'una dall'altra. Inoltre nella zona è stato riscontrato un caso di sospetto morbo di Creutzfeldt-Jakob.

"E' molto improbabile che si tratti di una coincidenza. Ma i collegamenti sono difficili da trovare e dimostrare. Per questo motivo abbiamo aperto un'inchiesta", ha dichiarato Alison Langley, portavoce del ministero della Sanità britannico. Secondo le autorità sanitarie, le vittime di Queniborough sarebbero state esposte all'agente patogeno "molti anni fa" e avrebbero contratto la terribile malattie verso la fine degli anni '80, mangiando carne infetta.

Il dottor Philip Monk, capo dell'equipe che sta conducendo gli accertamenti, ha assicurato che non c'è motivo di allarme, ma per il professor Roy Anderson, epidemiologo alla Bbc, si può invece parlare di nuova epidemia, soprattutto se si considera che nei primi sei mesi del 2000, sono stati registrati già 14 decessi per la variante del morbo di Creutzfeld- Jakob, contro i 18 casi mortali all'anno registrati negli ultimi cinque anni.

Se questa è la situazione nel Regno Unito, da dove il morbo della mucca pazza si è diffuso nel resto d'Europa, qual è la situazione in Italia?

Indagini lacunose e dati incerti Per conoscere la situazione in Italia abbiamo intervistato Enrico Moriconi, veterinario, con una lunga esperienza nel servizio pubblico, membro del Comitato scientifico di Legambiente. All'inizio di settembre è entrata in vigore la nuova direttiva Cee sull'etichettatura delle carni.

Si tratta di un'iniziativa sufficiente per tutelarsi dal rischio mucca pazza?

La prima cosa da dire è che in realtà, gli esercenti hanno ancora tempo fino alla fine di novembre per provvedere all'etichettatura delle carni. In ogni caso, più che indicare la provenienza degli animali, la nuova etichetta consente solo di conoscere dove l'animale è stato macellato. In altre parole, se un animale è stato allevato in Germania o in Gran Bretagna, ma ingrassato e macellato in Italia, sull'etichetta risulterà che si tratta di carne italiana.

di Mimmo Tringale

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