Alimenti transgenici: quali garanzie per i consumatori bio?

Il 50% di soia e il 33% di mais coltivati negli Usa sono transgenici. I primi prodotti sono arrivati anche in Italia, mimetizzati tra gli alimenti naturali. I rischi per la salute? Imprevedibili. Ecco come difendersi.

24 Dicembre 2002

Il 50% di soia e il 33% di mais coltivati negli Usa sono transgenici. I primi prodotti sono arrivati anche in Italia, mimetizzati tra gli alimenti naturali. I rischi per la salute? Imprevedibili. Ecco come difendersi La percentuale dei contrari varia da paese a paese, ma oramai un dato è certo: la maggioranza dei consumatori europei, per l'esattezza il 61% secondo una ricerca della Healey and Baker, si oppone apertamente agli alimenti contenenti organismi geneticamente manipolati. Un'avversione, quella contro il cibo biotech, il Frankenstein food, come lo chiamano in Inghilterra, che, nonostante la continua pressione dei media e delle aziende interessate, accumuna tutti. Dal Giappone, dove più di 3 mila consigli comunali si sono schierati contro, agli Usa, qui Greenpeace ha citato in giudizio l'Agenzia per la protezione dell'ambiente per obbligarla a ritirare alcuni permessi di coltivazione rilasciati con troppa faciloneria. Le piante manipolate geneticamente e gli alimenti da esse derivati sembrano aver risvegliato nei consumatori un desiderio di protagonismo che sembrava sopito da tempo. Perché tanto clamore? Si tratta di un timore giustificato o solo di inutile allarmismo? E quali sono le garanzie per i consumatori, soprattutto per chi da tempo ha fatto la scelta del biologico?

Un vuoto normativo
Per quello che concerne la coltivazione e la commercializzazione di prodotti alimentari geneticamente modificati il riferimento normativo, anche in questo caso, sono le disposizioni dell'Unione europea. Prendiamole in esame. Non esiste alcuna restrizione all'importazione di prodotti agricoli modificati, che per il momento sono mais, soia e loro derivati. Per la coltivazione nei paesi dell'Unione Europea si può impiantare, a scopo commerciale, esclusivamente mais transgenico, previa registrazione delle sementi in un apposito registro. Ma non c'è da stare allegri: il registro europeo è ancora in costituzione, così ogni nazione può disporne di uno proprio. In realtà, nonostante ci sia una precisa normativa comunitaria, ogni paese sta cercando di arginare l'ingresso del cibo biotech a suo modo. L'Austria, per esempio, ha vietato con un referendum l'impiego di qualsiasi pianta transgenica; ma nei fatti ha dovuto accettare la normativa europea. Gli inglesi hanno bloccato l'importazione di una varietà di colza transgenica; in Francia, dopo un primo periodo favorevole, è stata imposta una moratoria di due anni; in Danimarca, il Governo è riuscito a far sottoscrivere all'industria un accordo volontario contro la commercializzazione e la coltivazione per tutto il '99 di piante Ogm. In casa nostra, invece, l'opposizione alla coltivazione di mais transgenico è completamente rientrata. E al momento le polemiche sull'ingegneria genetica dividono trasversalmente i partiti.

La strategia delle multinazionali
"In tutto il mondo - spiega Alessandro Giannì, responsabile Greenpeace per la campagna biodiversità - è in atto una forte pressione da parte delle multinazionali agro-alimentari. La strategia è quella di mescolare gli alimenti trasngenici a quelli convenzionali, per renderne difficile la separazione. I loro esperti, stanno facendo di tutto per fare passare il principio della "sostanziale equivalenza". Siccome la soia manipolata geneticamente può essere ritenuta del tutto simile - dicono, affermando una evidente falsità - a quella convenzionale non c'è bisogno di distinguerla con una apposita etichettatura". Per fortuna, il principio, non è stato avallato dal Parlamento Europeo. Così, la legge entrata in vigore, lo scorso 3 settembre, obbliga i produttori di alimenti transgenici ad evidenziare in etichetta la presenza di Dna o di proteine provenienti da piante transgeniche.

di Massimo Ilari e Mimmo Tringale

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