Addio alla posizione del loto

Un brano tratto dal libro "Lo zen e l'arte di invecchiare bene" ovvero: suggerimenti per mantenersi diversamente giovani con ironia e dignità. Addio alla posizione del loto...

24 Novembre 2013
Addio alla posizione del loto

Addio alla posizione del loto

Sono seduta su una sedia. Beh, certo. Quello che intendo dire è che sono seduta zazen su una sedia. Lo zazen è la meditazione zen da seduti, e di solito diciamo ‘sedersi’. Semplicemente ‘sedersi’. Meditare su una sedia è qualcosa di completamente nuovo per me, un cambiamento che nasce senza dubbio da un insieme karmico di motivi e di situazioni, anche se quello più importante è la mia artrosi degenerativa alle ginocchia.

Tutti sanno che un discepolo zen profondamente devoto alla via medita seduto sul pavimento a gambe incrociate. Buddha era seduto a gambe incrociate quando duemilacinquecento anni fa sotto l’albero di pipal raggiunse l’Illuminazione e a dimostrazione di ciò esistono in tutto il mondo milioni di statue che lo raffigurano in quella posizione. Io stessa ne possiedo alcune a casa mia. L’immagine del Buddha seduto in raccoglimento è l’icona fondamentale del buddhismo. Ottocento anni fa Maestro Dogen, fondatore della scuola Soto in Giappone, istruì i discepoli su come sedersi nella posizione del loto completa o nella semi-posizione del loto. Queste sono antiche asanas yoga, posizioni sacre, garantite. In passato, quando i miei arti erano elastici, credevo di essere destinata a raggiungere l’Illuminazione soltanto sedendo per lungo tempo in semi-posizione del loto sul mio zafu foderato di nero (il cuscino rotondo per la meditazione). Oggi mi rendo conto di quanto sia illogico presumere che soltanto chi siede a gambe incrociate possa varcare quella soglia e raggiungere l’Illuminazione.

I giorni trascorsi seduta a gambe incrociate mi provocavano un dolore che era più che istruttivo. Tutti sanno che all’origine della pratica zen c’è il precetto di non astenersi dalla sofferenza, e ciò implica non sottrarsi al dolore alle ginocchia. Le sesshin (lunghi periodi di meditazione e raccoglimento zen) sono un’occasione per imparare a restare seduti anche soffrendo.Se quando provo dolore alle ginocchia lo considero niente più che dolore alle ginocchia, sono una persona felice che ha dolore alle ginocchia. Così mi è stato insegnato in oltre trent’anni di pratica zen.

Alcuni anni fa, quando ancora mi raccoglievo in meditazione seduta sul pavimento, un altro praticante dopo essersi sottoposto a un intervento chirurgico al ginocchio dovette passare alla sedia (per esperienza so per certo che una percentuale considerevolmente alta di praticanti zen necessita di interventi chirurgici alle ginocchia). Gli chiesi se gli piaceva meditare su una sedia ed egli mi rispose che gli mancava il dolore, in quanto senza di esso era “più difficile concentrarsi” durante lo zazen. Le sue parole mi lasciarono del tutto sbalordita. Anch’io avevo scoperto che il dolore aiuta la concentrazione mentale, ma su che cosa ci si concentra? Sul dolore. Ed è utile?

Un altro amico durante lo zazen ha avuto una vera e propria rivelazione. Ha avvertito un forte dolore, ma si è ripromesso di non muoversi fino alla fine, indipendentemente da tutto. Il dolore si è acuito sempre più, egli è rimasto immobile, rivolto al muro, e a pochi minuti dalla fine della meditazione gli si è spalancato un intero universo. Ha visto che “ogni cosa è il tutto”. Quando più tardi mi ha spiegato quello che aveva provato ha commentato: “Senza sofferenza non si ottiene nulla”. A me, però, non è mai accaduto nulla del genere.

Un maestro una volta mi disse: “Se eviti il dolore adesso, che cosa farai più avanti, quando sarai vecchia e malata e sentirai dolore senza possibilità di evitarlo? Non vuoi imparare a conviverci?”. Quando mi sono trovata a doverlo affrontare sul serio, ho deciso di varcare quella soglia. Credo che in ogni caso proverò sempre più dolore da ora in avanti, quindi perché soffrire di più? Praticando seduta ho imparato alcune cose sul dolore: se ci si muove troppo presto per ottimizzare la propria postura, il dolore si farà persistente, a prescindere dalla posizione che si assume. Invece, se si resta perfettamente immobili quando il dolore si manifesta, spesso scompare o si attenua molto. Questo tipo di dolore è come un bimbo che richiama l’attenzione altrui e si infastidisce quando non ci riesce. Allenarsi a non muoversi torna utile anche nella vita di tutti i giorni al di fuori della zendo, per esempio all’opera, o in un incontro di lavoro, o su una barella del pronto soccorso. Ho appreso anche che nella meditazione zazen si arriva a un punto in cui il dolore si fa così intenso che non scomparirà più, ma peggiorerà soltanto, fino a quando in genere mi arrabbio contro di esso e contro una pratica spirituale che mi impone una cosa del genere. Dopo tutto, il dolore è un sistema d’allerta cautelativo messo a punto dall’evoluzione per impedirci di farci male sul serio. La ragione per la quale si soffre sfiorando un fornello rovente è che ciò ci evita di ustionarci completamente la mano.

Il dolore è una componente rituale importante di molte tradizioni religiose: durante la Settimana Santa i penitentes si flagellano a sangue la schiena; alcuni pellegrini raggiungono i templi sacri salendo gli scalini di pietra sulle ginocchia gonfie e sanguinanti; gli indiani americani che vogliono avere una visione restano immobili e nudi sotto il sole cocente. Tutti questi, però, sono riti speciali di passaggio, sono transitori, non certo pratiche quotidiane. Sono giunta al punto di avere risultati sempre inferiori stando seduta a gambe incrociate. Ho iniziato a praticare zen a trentadue anni, quando sedevo nella semi-posizione del loto con un disagio sopportabile: nelle sesshin le gambe mi facevano male, ma sapevo che la sofferenza faceva parte del gioco. Adesso che ho superato i sessant’anni ho l’artrosi alle ginocchia. Posso rimanere a gambe incrociate per un po’, se mi sistemo in modo alquanto complicato tutta una serie di cuscini per puntellarmi, ma dopo un quarto d’ora circa il dolore si fa davvero acuto. L’anno scorso mi sono fatta visitare da un ortopedico e quando gli ho detto che pratico meditazione zazen lui mi ha rimproverata perché sto seduta a gambe incrociate. Adesso, per ordine del medico, sto seduta su una sedia. Avrei potuto chiedergli una prescrizione da presentare al mio maestro, ma non ne ho avuto bisogno, in quanto per fortuna di questi tempi tutti i maestri zen che conosco chiudono un occhio se ci si siede sulle seggiole. È consentito, pur non essendo esplicitamente previsto. L’unico maestro inflessibile che ancora mi dà problemi è quello dentro di me.

Per farla breve: quando ho fatto la mia prima sesshin su una sedia ho dovuto mettere in disparte il mio orgoglio. Ed è stato un punto di svolta. C’erano parecchie altre persone sedute sulle sedie e sono stata grata per il fatto di non dover sovrastare da sola tutti gli altri e che la mia testa non spuntasse esponendomi alla vista di tutti. Pensate un po’, quella è stata la prima sesshin della mia vita in cui non ho dovuto lottare contro me stessa chiedendomi: “Perché diavolo sto facendo una cosa simile?”. Mi sono messa comoda. Ed è stata la prima volta che dentro di me non ho pregato che la campana suonasse quanto prima la fine del raccoglimento. Ciò mi ha reso possibile essere qui adesso. Per meglio dire, visto che sto scrivendo, mi ha reso possibile esserci allora.

Lode alla sedia, vero sostegno spirituale! La sedia è un oggetto realizzato per potersi sedere, un dono inventato e prodotto dagli esseri umani per gli esseri umani. Il nostro corpo sa come stare seduto su una sedia. In una persona seduta su una sedia c’è anche un’incantevole geometria: le gambe, il sedere e la schiena del corpo vivente sono perfettamente paralleli alle gambe, al sedile e allo schienale della seggiola, in un doppio zigzag che mette in evidenza tutto il rigore degli angoli retti.
Talvolta mi manca un po’ il fatto di stare seduta sul pavimento: dopo tutto, è una bella sensazione starsene a terra, stare giù, ma in tali occasioni rammento a me stessa che di fatto siedo su una sedia collocata sul pavimento. Quindi, sono seduta sul pavimento. Oltretutto, il fatto importante è essere in grado di rialzarsi quando suona la campana.

La pratica zen prevede due fasi: sedersi e alzarsi, e per me alzarsi dal pavimento significa sottrarre tempo all’attività seguente. Non intendo privarmi della possibilità di usufruire del bagno prima che inizi lo zazen successivo. A una recente sesshin alla quale ho preso parte in un centro tradizionale di pratica zen, la seconda che ho affrontato su una sedia, ero proprio l’unica a meditare su una sedia, pur non essendo la più anziana. Quella circostanza mi ha lasciato perplessa: ero l’unica seduta su una sedia perché ero l’unica con problemi di cartilagine al ginocchio? O perché ero la più buona a nulla? O ancora perché ero l’unica a non darsi pensiero di quello che gli altri avrebbero potuto pensare di me?

Seduta lì, sulla seggiola, mi sono resa conto che la cosa non rivestiva alcuna importanza. L’unica vera domanda da porsi, l’unica che ha sempre senso, è soltanto questa: sto facendo del mio meglio? Se seduta su una sedia do il meglio di me, allora significa che sono seduta in modo perfetto. Nello stare seduti su una seggiola vi sono molte incognite, quindi non crediate che sia facile. Si può stare molto male anche seduti su una seggiola. I cinque ostacoli principali – lascivia, accidia, cattiva volontà, irrequietezza e dubbio – mi assillano sulla sedia con la stessa facilità con la quale mi assillavano quando sedevo sul pavimento. Anche il dolore si presenta, di tanto in tanto, forte e lancinante, tra le scapole, ma so che non mi può far male più di tanto e che non dura a lungo. Seduta su una sedia provo gratitudine per la pratica. Mi piace star seduta ben eretta, mi compiaccio di ogni respiro. Non sto sulla difensiva in attesa che arrivi il dolore né combatto contro me stessa per il fatto di essere una lagna. Non devo più patteggiare tutto il tempo, come facevo prima: dieci respiri ancora e poi mi muovo un poco. Controllo la mia postura: sento i piedi ben piantati a terra, sento la spina dorsale ben eretta, sento le ossa ischiatiche a contatto con il sedile della seggiola. Sono accanto agli altri, nella stanza. Seduti per terra o su sedie stiamo praticando insieme, uniti da un medesimo silenzio.

E in futuro? Chissà. Forse praticherò su un’amaca, oppure starò seduta in meditazione zen su una chaise longue a bordo piscina. Quando arriverò a tanto ve lo farò sapere.

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di F. Del Guerra


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Francesco

30/08/2018 19:26

Il dolore insegna. Perfino quando questo diventa un piacere o motivo di orgoglio, può ancora insegnare qualcosa. Poi, il viaggio porta alla piena accettazione e anche questa insegna o, per chi non comprende o si ostina al passaggio precedente, "segna".

CHIARA

25/03/2015 17:08

Ci sono tanti dolori nell'esistenza con cui dover imparare a convivere, non vedo perché si debba aggiungere anche quello alle ginocchia dovuto ad una postura sbagliata e procurarsi danni che potrebbero essere permanenti. Ma si sa, i gusti sono gusti... diceva quello che si ciucciava i calzini sudici!

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