INHABIT - è davvero possibile vivere insieme?

Il regista Matteo Manghi, armato di telecamera, indaga il significato più profondo di "vivere insieme", affacciandosi su quelle realtà che non si sono arrese all'individualismo abitativo e che, in con un atto di resistenza, hanno intrapreso un percorso comune.

23 Febbraio 2020

La pelle, i vestiti, la casa. Questi sono i tre strati, i tre confini, che mediano per noi un equilibrio fra la protezione e il contatto, fra l’interno e l’esterno secondo l’artista e architetto Hunderwasser. Quella “terza pelle” che è la casa, ha pertanto dei connotati profondamente simbolici. Ben lontana dall’essere solo un luogo in cui rifugiarsi la sera per riposare, la casa è il centro del nostro vivere, del nostro ritirarci e riaffacciarci sul mondo.

Negli ultimi decenni abitare in famiglie mononucleari è diventato uno standard, la normalità.

In questo contesto decidere di vivere insieme o di mettere su una lavanderia comune nel proprio condominio suona come un’idea innovativa o bizzarra, sebbene fino a qualche generazione fa l’abitare collaborativo o la messa in comune di beni durevoli - si pensi ai forni del paese, in cui tutti cuocevano il pane - era un’esperienza comune.

Il regista Matteo Manghi, incuriosito dai racconti e dal lavoro accademico dell’amica ricercatrice Silvia Sitton rispetto all’abitare collaborativo ha deciso di indagare a sua volta il fenomeno, armato dello strumento che più gli appartiene: una telecamera. È così che nasce il documentario INHABIT – un viaggio alla scoperta delle esperienze in cui la casa è vista prima di tutto come un luogo di relazioni.

“Ci hanno e ci siamo inculcati - perché la società siamo noi - che staccandoci l’uno dall’altro, cercando un’individualità e difendendola, avremmo avuto più libertà. Non so quanta di questa autonomia e libertà che abbiamo guadagnato sia reale”, ha spiegato il regista. “Nell’individualismo abitativo abbiamo perso l’opportunità di alleggerirci la gestione della vita quotidiana, di vivere in case più adatte alla nostra vita anche contenendo i costi. Abbiamo perso soprattutto i rapporti umani e ad oggi il vicino di casa è diventato quella persona dalla quale guardarci, quello che rompe per definizione.

Certo, anche l’abitare collaborativo ha i suoi lati oscuri. Si tratta di un contesto che stimola ed obbliga a fare i conti con se stessi, a mettersi in discussione. I soggetti intervistati nel documentario non negano di aver vissuto litigi e scontri, anche accesi. Alla fine, tuttavia, la voglia di andare avanti smussa gli angoli.

“Non credo che ci siano persone in grado di vivere insieme e persone che invece non ne sono in grado. Forse quello che fa la differenza è l’essere disposti a farlo.” - ha commentato il regista, citando l’esempio di Porto 15 – il primo cohousing pubblico italiano. Se spesso l’abitare collaborativo nasce da un gruppo di persone che si sono auto-selezionate e che insieme progettano la declinazione dell’abitare che possa rispecchiarli al meglio, nel caso di Porto 15 il progetto ha preceduto la scelta del gruppo. Eppure, anche in questo processo che inverte le due fasi, le persone coinvolte hanno riprodotto lo stesso tipo di dinamiche degli altri co-housing, e hanno segnalato la volontà di continuare a vivere insieme anche al termine del progetto disegnato dalle istituzioni.

Un’altra grande sfida dell’abitare collaborativo che il regista ha messo in luce è stato il vuoto legislativo con cui i progetti si trovano a dover fare i conti. Le politiche abitative ad oggi non tengono conto della possibilità di vivere insieme, e la burocrazia resta dunque impreparata.

In un periodo storico in cui le istituzioni non sanno più operare in direzione di un welfare sociale, tuttavia, unirsi, mettersi insieme per rispondere a delle esigenze comuni è un atto di forte di resistenza umana.

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di Cristina Diana Bargu


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