Latte materno: alimento a rischio?

Denuncia del Wwf inglese per la presenza di sostanze chimiche tossiche nell'alimento, per eccellenza, dei neonati. Chiesta un'indagine anche in Italia

19 Dicembre 2002
Il primo allarme risale al lontano 1972. Una dettagliata ricerca, condotta in tutta la Francia, sulla qualità del latte materno mise in luce dati raccapriccianti sul livello di inquinanti presenti nel più prezioso e insostituibile degli alimenti. Con non poca sorpresa dei ricercatori alcuni fra i campioni di latte, prelevati da puerpere, erano così inquinati da non essere conformi alle norme di commercializzazione valide per i prodotti animali.
In pratica, il latte di donna conteneva, in media, da cinque a dieci volte più esacloro cicloesano (Hch) e cento volte più Ddt rispetto a quello di mucca. Altri campioni presentavano sino a 20 mg di Ddt per chilo di materia grassa, quando il massimo tollerato dall'Oms per i prodotti caseari è di 1 mg. Conclusioni? I bambini allattati al seno assorbirebbero una quantità di insetticidi clororganici in dosi enormemente superiori a quelle giornaliere fissate dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Nonostante la gravità del quadro, gli effetti dell'inquinamento del latte materno sulla salute dei lattanti non hanno prodotto studi seri. E dire che nel frattempo altre sperimentazioni hanno accertato che mucche nutrite con foraggio contenente piccole quantità di Ddt non presentano lesioni o patologie visibili, mentre nel vitello alimentato con il suo latte compaiono disturbi nervosi di varia natura.
Killer silenziosi
Per fortuna la questione è stata riportata di nuovo a galla da un recente studio del dottor Gwynee Lyon, per conto del Wwf inglese. E i risultati confermano l'allarme del '72: i bambini del Regno Unito sono esposti, da 10 a 40 volte oltre il limite stabilito dall'Organizzazione mondiale della sanità, all'azione di un folto gruppo di agenti chimici capaci di alterare gli ormoni e la loro funzionalità. Il lavoro ha inoltre trovato nel latte materno più di 350 contaminanti artificiali, tra i quali ci sono 87 componenti della diossina e simili, e 190 volatili.
"L'espansione dell'industria chimica nel dopoguerra - puntualizza Gwynee Lyon - ha determinato l'aumento dell'esposizione dei feti agli inquinanti, ma solo ora si comincia a porre attenzione al fenomeno. I più preoccupanti sono gli effetti sottili a lungo termine, in particolare l'esposizone a livello dell'utero può danneggiare lo sviluppo mentale del bambino, aumentare i rischi di cancro, ridurre le difese immunitarie e la fertilità in età adulta". Ad essere più vulnerabili sono proprio i piccoli dei mammiferi: uomini, foche e lontre, organismi viventi che trovandosi in fondo alla catena alimentare tendono ad accumulare gli elementi nocivi.
Per illustrare in concreto le dimensioni di questa sorta di "eredità tossica", lasciata dai genitori ai propri figli, il Wwf inglese ha elaborato le conclusioni di innumerevoli ricerche che avevano preso in esame la presenza di inquinanti all'interno dell'organismo. Ebbene il numero di componenti individuati e i loro livelli di accumulo mostrano la necessità di effettuare controlli più severi, altrimenti si rischia di imboccare una strada senza ritorno. Del resto è ormai ampiamente noto che la salute umana è direttamente connessa con cibo, acqua, aria. Quando inquiniamo, paghiamo un prezzo troppo elevato. Allora, la parola d'ordine è di ridurre il rilascio di sostanze pericolose per la salute, per proteggere la salute e salvare il pianeta.
Sempre meglio al seno
Visto il fosco quadro, occorre abbandonare l'allattamento al seno? Certo che no. Anzi tutti gli scienziati sottolineano i suoi indubbi vantaggi: si va da quelli immunologici a quelli affettivi. A confermarlo ci sono tantissimi lavori olandesi. Il più lungo, è stato pubblicato nel 1995, prendeva in esame lo sviluppo neurologico di 418 bambini che avevano un'età di 18 mesi. La metà del gruppo campione era stato allattato al seno (almeno sino al sesto mese) e la restante artificialmente. La concentrazione del Pcb (difenili clorurati) nel cordone e nel plasma materno si sono assunti come indicatori dell'esposizione prenatale. Per

di Massimo Ilari e Mimmo Tringale

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