Roberto Gava: «Continuo a sostenere e praticare una medicina a misura di persona»

Roberto Gava, medico omeopata, specializzato cardiologia, in farmacologia clinica e tossicologia medica, prosegue nel suo lavoro malgrado la radiazione dall'Ordine che lo ha colpito nel 2017, verso cui ha presentato ricorso. «Ho sempre sostenuto la necessità di una medicina a misura di paziente e ho sempre cercato di personalizzare le terapie. Questa è la mia convinzione».

17 Novembre 2019

Roberto Gava, medico omeopata, cardiologo, specializzato in farmacologia clinica e tossicologia medica, prosegue nel suo lavoro malgrado la radiazione dall'Ordine che lo ha colpito nel 2017, verso cui ha presentato ricorso. «Ho sempre sostenuto la necessità di una medicina a misura di paziente e ho sempre cercato di personalizzare le terapie. Questa è la mia convinzione».

Lo abbiamo intervistato.

Dottor Gava, come sta personalmente e professionalmente dopo la proposta di radiazione dall'Ordine dei Medici che l'ha colpita nel 2017?

«Sono in attesa del giudizio da parte della Commissione apposita del Ministero della Salute che deve giudicare la decisione di radiazione del mio Ordine. Essendoci un procedimento in corso preferisco non aggiungere altro. Comunque, sono tranquillo, vado avanti e attendo il giudizio. Lo attendo con serenità interiore, perché penso che ogni problema della vita non debba essere visto come se qualcuno fosse contro di noi, ma come occasione di crescita personale».

Da sempre lei sostiene la necessità di una medicina a misura di persona, di paziente. Cosa intende con questo?

«Questo è sempre stato lo scopo della mia professione clinica. Ho sempre cercato di personalizzare le terapie sia quando lavoravo l'Università, sia lavorando in ospedale come specialista ambulatoriale, sia nell'esercizio della mia professione privata. Dato che ogni persona è una realtà a sé, è palese che il consiglio medico, sia esso farmacologico, non farmacologico, psicologico, spirituale o più genericamente di correzione dello stile di vita, debba essere sempre rigidamente personalizzato. È questa la mia convinzione, il fondamento di tutto il mio approccio medico e quindi di ogni mia scelta preventiva o curativa. Con una Medicina centrata sulla malattia, il medico si concentra solo su di essa e il paziente è presente solo come portatore della stessa, come destinatario passivo delle decisioni del medico. Anche nella fase di ascolto il medico considera quasi sempre solo gli elementi della narrazione che lui può curare e che confermano la sua ipotesi di un problema puramente biologico, cioè organico. Il punto di vista del paziente o dei suoi familiari e la loro storia di vita diventa allora poco importante, una perdita di tempo e quasi un impedimento, … ma agendo in questo modo si perde la possibilità di personalizzare la terapia perché non si indaga la causa profonda dei sintomi del paziente. In una Medicina centrata sul paziente, invece, il medico cerca di raggiungere, accanto alla comprensione della patologia, una sufficiente comprensione delle interpretazioni, dei sentimenti e delle aspettative che i sintomi generano nel paziente e cerca di capire il filo conduttore di tutta la storia di quest’ultimo. Non dobbiamo dimenticare che ogni sintomo non è solo un qualcosa da sopprimere farmacologicamente come un “disturbo” che deve essere eliminato. Come da duecento anni ci sta insegnando la Medicina Omeopatica, ogni sintomo ha finalità e significati molto profondi e personali che devono essere capiti».

Quindi, significa che il medico deve cercare la soggettività, non l’oggettività nel malato?

«Purtroppo, la Medicina Positivista si è orientata ad essere sempre più tecnica e sempre più conoscenza biologica finendo per materializzare e disumanizzare il rapporto medico/paziente. L’uomo, nella sua essenza di persona costituita da corpo, psiche e spirito è straordinariamente e meravigliosamente complesso e il medico, se è cosciente della sua intelligente ignoranza, deve accostarsi a lui con grande umiltà considerandolo nella sua complessità. Purtroppo, noi medici non siamo formati a questa complessità e troppo spesso non abbiamo neppure l’umiltà per intuire che abbiamo bisogno di fare un cammino per approcciarci correttamente alla persona umana e quindi continuiamo a considerare il malato come solo corpo o parte di una parte. Eppure, sappiamo tutti che:

  • non dobbiamo considerare la malattia, ma il malato;
  • non dobbiamo considerare i germi, ma il sistema immunitario indebolito;
  • non dobbiamo considerare l’organo malato, ma il “tutto” dell’organismo che ha permesso quella malattia;
  • non dobbiamo considerare solo il corpo, ma il “tutto” della persona.

Ma se sappiamo questo, perché dobbiamo tenere conto dei fatti oggettivi della malattia e non dei fatti oggettivi e soggettivi del malato? Delle due realtà, qual è la più importante? La malattia o il malato? Eppure, la maggioranza dei trattamenti è di effetto momentaneo e ha come obiettivo quello di togliere i sintomi della patologia, non le sue radici (i farmaci più usati sono gli “anti-”: anti-biotici, anti-dolorifici, anti-febbrili, anti-spastici, ecc.). Dobbiamo renderci conto che l’uomo non è un ammasso di cellule e che per portarlo a una completa guarigione il medico deve considerarlo nella sua globalità di persona indivisibile, unica e irripetibile».

Quello che spesso lamentano i pazienti è che la medicina di oggi ha perso umanità, guadagnando magari in tecnologia ma non per questo diventando necessariamente più acuta e meno miope. Dopo quarant'anni di pratica medica, qual è l'idea che ha dell'approccio alla malattia e al malato? Si guarda al dettaglio o al tutto quando si cura una persona?

«Sono convinto che non si debba frammentare il corpo come la medicina specialistica troppo spesso oggi fa, perché ciò implica perdere l’aiuto alla guarigione che il corpo stesso, nella sua unità, fornisce sempre alle singole parti. l’uomo non è una macchina costituita da pezzi staccati tra loro, perché ognuno di noi è un “tutt’uno”, ma la materializzazione della scienza medica, in un certo senso, fa dimenticare l’unitarietà e l’indivisibilità della persona. Non possiamo certo interrompere il progresso medico legato alla superspecializzazione, di grande utilità specie in condizioni di emergenza, ma dobbiamo agire in modo che i suoi effetti non siano solo per un bene immediato (sintomatico) e/o localizzato, ma siano finalizzati al bene globale di tutta la persona. Nel mio ultimo libro “La Medicina che vorrei” ho spiegato chiaramente che abbiamo bisogno di un medico di visione globale (che potrebbe e dovrebbe veramente essere il medico di famiglia). Questo medico proprio perché la persona è una unità indivisibile, dovrà fare attenzione che l’agire per il bene di una parte non comporti uno squilibrio finale delle altre parti o del “tutto”. Ricordo una regola di fisiologia estremamente importante che mi sono permesso di definire in questo modo: “Il ‘tutto’ sostiene la parte”. Questa, che a mio parere è una legge universale, ci insegna che se noi non sappiamo trattare una patologia oppure riusciamo a migliorarla solo in parte utilizzando un trattamento farmacologico specifico, possiamo ottenere risultati aggiuntivi (e talvolta risolutivi) se rivolgiamo le nostre attenzioni e cure all’intero organismo o, meglio ancora, all’intera persona. Il nostro organismo, infatti, è come una famiglia dove ognuno è disposto ad aiutare colui che sta male, ma se tutti i componenti della famiglia stanno male, allora nessuno è in grado di aiutare gli altri. Pertanto, i trattamenti che nutrono, riequilibrano, sostengono e aiutano l’intera persona permettono al corpo di avere un’energia migliore e di attivare quei meccanismi di difesa e di compensazione che sono in grado di rafforzare, sostenere e talvolta anche di guarire la parte più debole o malata».

Secondo lei, qual è la definizione più corretta di prevenzione? E come la si realizza veramente?

«Sappiamo che la persona umana sana ha in sé le ‘armi’ per proteggersi da quasi tutti gli squilibri (ci sono poche eccezioni, come quelle causate dai traumi e dagli avvelenamenti). Pertanto, se una malattia si instaura, significa che la persona non è stata in grado di attivare tutte le sue difese. Partendo da un tale presupposto, risulta ovvio che la migliore prevenzione non è quella di agire di volta in volta sulla parte dell’organismo che secondo il nostro giudizio appare debole o alterata, bensì quella di tenere perfettamente funzionanti tutti i fisiologici meccanismi difensivi dell’individuo. Questo è raramente possibile con i farmaci chimici, sia perché agiscono solo su distretti ben delimitati del corpo, sia perché squilibrano invece di potenziare i nostri meccanismi fisiologici. Lo si può invece fare con qualcosa che agisca sull’intera persona mantenendo o ripristinando il suo complesso equilibrio. Pertanto: la migliore prevenzione, è mantenere in salute tutte le componenti della persona: il corpo, la psiche e lo spirito. Una corretta igiene spirituale, psichica e fisica o, per usare una terminologia che cerca di inglobare un po’ tutto, una conduzione totalmente sana della propria vita è sicuramente la migliore prevenzione di qualsiasi malattia. Oggi è difficile mantenere in equilibrio la nostra persona, perché siamo pericolosamente minacciati dall’inquinamento alimentare, atmosferico, acustico, elettromagnetico, farmaceutico, come anche da dolci, fumo, alcool e molti altri errori e vizi. In conclusione, a causa della patogenicità della nostra vita quotidiana, abbiamo tutti bisogno di qualche trattamento preventivo personalizzato e per farlo dobbiamo crescere in consapevolezza. È questo il motivo per cui ho scritto il mio ultimo libro “La Medicina che vorrei. Personalizzata, Integrata e Umanizzata”. L’obiettivo ultimo è far riflettere sul senso della malattia, su quali sono le sue cause e su come ci si deve comportare per prevenirla o curarla correttamente. Sono certo che questa lettura aprirà la mente a nuovi comportamenti che permetteranno di vivere meglio e che faranno crescere in ulteriore conoscenza e consapevolezza».

di Terra Nuova


Forse ti interessa anche:

Posta un commento