Il genocidio silenzioso

A tutti i popoli dovrebbe essere garantito il diritto di vivere senza lo spettro del genocidio. Eppure agli indigeni non è riconosciuto questo diritto e vengono spazzati via attraverso torture, assassini, carestie programmate.

23 Dicembre 2002

A tutti i popoli dovrebbe essere garantito il diritto di vivere senza lo spettro del genocidio. Eppure agli indigeni non è riconosciuto questo diritto e vengono spazzati via attraverso torture, assassini, carestie programmate. E' proprio questo il loro destino?
La morte di Virginia Choquintel, avvenuta qualche mese fa a Rio Grande, segna la fine di un tribù, gli Ona, con novemila anni di storia. Capita di nuovo ciò che è già successo con gli indigeni della Terra del Fuoco (Argentina): il dover registrare la scomparsa dell'ultimo esemplare. Addio ultima Ona. In origine la Terra del Fuoco era abitata da quattro tribù: gli Haush (mangiatori di alghe); gli Onas e gli Yamanas (esperti canoisti); gli Alakaluf. Nel secolo scorso, però, colonizzazione e epidemie decimarono le tribù, sino alla scomparsa totale. Tutto ciò ripropone in materia drammatica l'atteggiamento di noi cosiddetti civilizzati nei confronti di quei popoli che amiamo definire primitivi, solo perché sono colpevoli di farsi portatori di un'altra cultura. C'è proprio bisogno di una riflessione più approfondita. 
Mentre il secolo si avvicina alla fine vengono meno una dopo l'altra le speranze che erano state formulate dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Il ripudio della guerra, del colonialismo e la fiducia in un diritto internazionale che potesse costituire un'alternativa al diritto del più forte appaiono finalmente per quello che sono: un sogno che è durato cinquant'anni e dal quale ci stiamo svegliando. Un risveglio così duro che molti cercano ancora di rinviarlo, ma è solo questione di tempo, perché prima o poi la realtà sarà troppo evidente per poter continuare a negarla. 

Sepolcri imbiancati
Quello che è più duro, però, non consiste nel dover ammettere che ci siamo illusi, quanto nel dover ammettere che questo è accaduto perché la guerra, il colonialismo e l'oppressione non erano mai finiti. Non solo, ma che in questi anni sono riusciti a sviluppare una capacità mimetica che ne ha garantito al tempo stesso la sopravvivenza e la capacità di operare in piena libertà. Uno degli esempi più evidenti lo fornisce il colonialismo: oltre a non essere finito è stato riprodotto in modo spietato proprio dalle ex colonie: basti pensare alla tragedia di Timor Est, l'ex colonia portoghese invasa dall'Indonesia nel 1975 e annessa l'anno successivo. Il tema sul quale vogliamo soffermarci in modo più dettagliato è l'aggressione silenziosa, ma devastante, che colpisce nei modi più svariati i popoli indigeni del pianeta: basti pensare alla lotta disperata di quelli che combattono contro le multinazionali del petrolio e del legno, contro gli esperimenti nucleari e le loro spaventose conseguenze, contro l'ingegneria genetica che vorrebbe trasformarli in cavie umane. Tutti questi problemi, di cui molti difensori dei diritti umani continuano a disinteressarsi nel modo più totale, erano già evidenti nel 1982, quando alcune associazioni indigeniste nordamericane organizzarono la conferenza Native Resource Control and the Multinational Corporate Challenge: Aboriginal Rights in International Perspective (Washington, 12-15 ottobre 1982). Da allora sono passati 17 anni ma il documento finale rimane attualissimo, perché evidenzia i pericoli del "progresso" e dello "sviluppo" e ci ricorda, se ancora ce ne fosse bisogno, che gli indigeni non sono curiosi resti del passato, ma uomini e donne che lottano per avere un futuro.


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di Alessandro Michelucci

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