Siate salvatici

Il 2012 è alle porte, ma nessuno parla più della tanto attesa catastrofe finale. Intervista a Igor Sibaldi su 2012 e dintorni.

25 Novembre 2011



Circa due anni fa, il 2012, era diventato un argomento molto di moda, oggetto di articoli, libri, interviste e talk-show. È anche stato prodotto sul tema un film costosissimo, farcito di effetti speciali, che non ha avuto molto successo di critica e di pubblico. Cosa succede?

È evidente che non succederà niente di quello che è stato previsto, e allora le numerose Cassandre improvvisate hanno creduto opportuno cercare qualche altro motivo di notorietà. Ci sembra però importante cercare di capire perché l'uomo, in tutte le latitudini e le epoche storiche,  è stato affascinato dall'idea della fine salvifica e della catastrofe finale...

Trattando il tema del cambiamento, inevitabilmente il discorso cade tra due possibili opzioni: lavorare per il cambiamento personale o per quello della società? Sibaldi mette l'accento sul percorso personale, un approccio «individuale», anche se non individualista. E anche se a noi piace pensare alla possibilità di percorrere contemporaneamente i due binari, quello del cambiamento personale e sociale insieme, crediamo che l'intervista che segue sia molto fertile e stimolante per andare oltre i luoghi comuni che restringono il nostro modo di pensare.

D: Igor, potresti spiegarci innanzitutto cosa intendi quando dici «ora che i giochi sono fatti»?
R:
Con il 2012 capita quello che accade regolarmente con le cose di cui tutti parlano: c'è una gran parte di non verità. Perché quando tutti parlano di una cosa, è facile che questa venga manipolata. Allo stesso tempo, però, c'è anche una buona parte di verità. La parte di verità di cui vorrei parlare, indipendentemente dai testi Maya che non conosco direttamente, è che ciò che oggi chiamiamo 2012 è una fase che si presenta regolarmente nella storia delle civiltà, e sempre in modo clamoroso.

D: Vuoi dire che anche nella nostra storia recente ci sono stati momenti assimilabili al 2012?
R:
Sì. L'ultima volta è capitato nel 1939. Tutto un mondo ben strutturato, che sembrava destinato a durare a lungo, è crollato. In quell'anno, chi aveva capito il cambiamento è entrato in un periodo ottimo. Chi non lo ha capito e ha preferito il conformismo o l'attaccamento al passato, è rimasto travolto, come l'Italia, la Germania o la nazione ebraica in Europa. Un'altra volta è accaduto nel 1796, quando un giovanotto (Napoleone Bonaparte, ndr), troppo giovane per fare il generale, è arrivato in Italia e sorprendendo tutti ha cominciato a sconfiggere uno dopo l'altro eserciti fortissimi, come quello austriaco e quello russo, e a stravolgere il panorama geopolitico dell'Europa centrale. Perché Napoleone era nuovo, e il resto era vecchio. Si era, come oggi, in un periodo «2012».
Capita spesso che ci siano delle fasi di cambiamento così brusche che, a dirlo in modo grossolano, sembrano la fine del mondo; varie fini di un mondo, non del mondo: questo è importante precisarlo. Gli antichi conoscevano bene queste fasi di crisi delle civiltà. Per esempio, il racconto dell'arca di Noè è una descrizione su come si affronta il crollo di un mondo. Oppure si pensi a Mosè, che a un certo punto dice al suo popolo disperso (allora non si chiamavano ancora ebrei): «Andiamo via dall'Egitto!». Quel popolo stava bene dov'era, a quel tempo non c'era niente di meglio dell'Impero egiziano, ma lui gli mette in testa la terra promessa, perché ha capito che sta per prodursi una fase di crollo delle civiltà, e sa che in questi casi la miglior cosa da fare è guardare oltre. Cercare oltre, costruire oltre. Poi c'è l'episodio più evidente, così evidente che di solito non lo si vede.
Nel primo secolo qualcuno cominciò a pensare: questo Impero Romano tra un po' crolla. In Palestina due leader, Giovanni Battista e Gesù, la pensavano così. In base alla tradizione Gesù affermava l'imminenza della fine del mondo, ma in realtà diceva: «Il sistema che vedete crollerà e non ne resterà pietra su pietra che non sia diroccata». Questo si è dimostrato vero pochi anni dopo la sua morte: di Gerusalemme non erano rimaste che rovine, e cinque generazioni dopo, l'Impero romano era in completo disfacimento.
Le due voci, Giovanni Battista e Gesù, auspicavano due «dopo» diversi. Giovanni Battista era legato a comunità come gli Esseni, che sostenevano la necessità di organizzarsi in comunità isolate, formando un piccolo soggetto collettivo; gli altri potevano pure andare in malora. Gesù invece aveva un'idea diversa: non occorreva, secondo lui, creare un soggetto collettivo, formare un gruppo. Occorreva piuttosto essere totalmente svincolati dal crollo nel proprio intimo. Occorreva mettersi al riparo diventando nuovi dentro. Sono due punti di vista. A me piace di più il secondo, ma in passato ha funzionato bene anche il primo...


La versione completa dell'articolo è pubblicata nel numero cartaceo della rivista Terra Nuova - Dicembre 2011 disponibile anche come eBook.



Qui di seguito il video integrale dell'intervista:







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di Cecilia Gallia

Luigi Spena

14/11/2014 00:55

Meraviglioso ,sembra l'uovo di Colombo ,semplice e logico .

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