“Terra comune, non guerra”: le richieste dell’alleanza della società civile
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Domenica 18 ottobre oltre 300 persone di organizzazioni agricole, ambientaliste e sociali si sono riunite a Roma per confrontarsi sul programma dell’alleanza “Terra comune, non guerra”, di cui fa parte anche Terra Nuova.
La giornata di confronto ha visto la presenza anche di alcuni politici. Al centro del dibattito: il rincaro dei prezzi; lo sfruttamento nelle campagne; la povertà alimentare; e il consumo smisurato del suolo. «Tra il 2021 e il 2026 il costo del carrello della spesa in Italia è aumentato di quasi il 30%, gravando pesantemente sulle tasche dei cittadini – spiegano i promotori – Questo incremento non si è tradotto in una maggiore remunerazione per chi coltiva la terra né per chi la lavora. Al contrario, tra il 2010 e il 2020, ha chiuso il 30% delle aziende agricole italiane (pari a quasi 490mila realtà). A questo scenario si aggiunge la morsa del cambiamento climatico. Siccità, gelate fuori stagione e alluvioni non sono più minacce future, ma perdite concrete nei bilanci aziendali e rischi per la salute di chi lavora». Terra Comune, nata alcuni mesi fa e che ora si va strutturando, punta il dito «contro il modello agroindustriale e chi lo ha avvantaggiato, colpevole di consumare suolo, abusare della chimica di sintesi e sfruttare la manodopera, alimentando proprio quel collasso climatico che poi lo mette in ginocchio».
Durante l’incontro è stato presentato il documento politico scritto dalla rete, “Un cibo che nutre. Un’agricoltura che cura”: 90 proposte e 8 azioni prioritarie per trasformare i sistemi alimentari.
Con le otto priorità del documento – agricoltura, terra, biodiversità, territorio e attivazione di comunità, prezzo e valore del cibo, reddito, lavoro, terra non guerra – l’obiettivo «è costruire una vera transizione agroecologica dei sistemi alimentari, spostando le risorse pubbliche dall’agricoltura industriale a quella di piccola e media scala. Il documento offre proposte concrete: mettere al centro l’accesso alla terra per migliaia di giovani che vorrebbero accedervi e coltivarla in modo sostenibile; garantire il diritto degli agricoltori a conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi; approvare una legge quadro sulle politiche locali del cibo che consenta ai comuni di legiferare su questi temi e riconoscere i distretti biologici come istituzioni di governance locale; garantire che i prezzi dei prodotti coprano i costi di produzione per assicurare una vita degna a chi produce e a chi lavora; adottare una strategia nazionale contro la povertà alimentare; spezzare il legame tra prezzi bassi e sfruttamento; rifiutare il 5% del PIL per il riarmo».
«È ora che si decide se tra vent’anni l’Italia avrà ancora agricoltori o soltanto colline abbandonate che franano a ogni pioggia, e se mangiare bene resterà un diritto di tutti o diventerà un lusso legato alle condizioni economiche – ha dichiarato Fabio Ciconte, portavoce di Terra Comune – Il cibo non è una merce qualsiasi, ma la questione centrale del nostro tempo e plasma il modello di società in cui viviamo: ridefinire il modo in cui si distribuisce il valore lungo la filiera non è più negoziabile, è una scelta di democrazia. Se il cibo costa di più a chi lo compra e rende di meno a chi lo produce, allora la domanda non è qual è il prezzo del cibo, ma dove finiscono i soldi che spendiamo».
Per questa ragione Terra Comune chiede ai politici «di assumersi la responsabilità precisa di portare il cibo al centro dell’agenda politica, riconoscendolo come una priorità trasversale e non solo strettamente legata al comparto agricolo. Le 90 proposte presentate offrono una base concreta per costruire impegni politici, orientare le risorse pubbliche e cambiare le regole di un sistema che finora ha solo impoverito le persone e consumato i suoli».
Le otto priorità individuate da Terra Comune
• Terra, non guerra: investire nella sicurezza alimentare e nella pace. Rifiutare l’aumento della spesa militare fino al 5% del PIL e chiedere che le risorse pubbliche siano orientate anche alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, al lavoro e al rafforzamento dei sistemi alimentari locali. Ridurre la dipendenza dell’agricoltura da energia, fertilizzanti, sementi e mangimi importati significa rendere il Paese meno vulnerabile alle crisi internazionali e costruire una sicurezza che parta dai bisogni delle persone.
• Promuovere la transizione agroecologica. Riorientare le risorse pubbliche, a partire dalla Politica agricola comune, verso le aziende agricole di piccola e media dimensione, sostenere il biologico artigianale, ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi e accompagnare la riconversione degli allevamenti intensivi. Un’agricoltura capace di rigenerare suoli, tutelare la biodiversità e affrontare la crisi climatica deve diventare un obiettivo strutturale delle politiche pubbliche.
• Garantire prezzi giusti, redditi dignitosi e diritto al cibo. Il prezzo pagato dalle famiglie non si traduce automaticamente in un reddito adeguato per chi produce. Occorre intervenire sulla distribuzione del valore lungo la filiera, contrastare le pratiche commerciali sleali, rendere trasparenti i costi di produzione e assicurare condizioni economiche dignitose a produttori e lavoratori. Allo stesso tempo, serve una strategia nazionale contro la povertà alimentare, affinché il cibo sano e di qualità non diventi un privilegio riservato a chi può permetterselo.
• Realizzare una transizione giusta nelle filiere alimentari. Superare un modello fondato sulla competizione al ribasso, che comprime i compensi di chi produce e favorisce lo sfruttamento del lavoro. La transizione deve redistribuire opportunità e valore, garantire diritti e tutele lungo tutta la filiera e accompagnare le imprese e i lavoratori nei cambiamenti necessari.
• Costruire una nuova visione del commercio. Ripensare le regole degli scambi perché non siano soltanto strumenti di competizione sui prezzi, ma leve per garantire equità, trasparenza e sostenibilità. Rafforzare il potere contrattuale dei produttori, contrastare le pratiche sleali e valorizzare le relazioni commerciali che riconoscono il lavoro, la qualità e il valore ambientale e sociale degli alimenti.
• Dare ai territori strumenti per governare le politiche del cibo. Promuovere una legge quadro nazionale sulle politiche alimentari territoriali, sostenere i distretti biologici e utilizzare la domanda pubblica, dalle mense scolastiche alla ristorazione collettiva, per valorizzare produzioni di qualità, lavoro dignitoso e filiere locali. Il cibo può diventare una leva di rigenerazione delle aree interne, di contrasto allo spopolamento e di rafforzamento delle comunità.
• Orientare l’innovazione verso l’agroecologia, non soltanto verso l’agroindustria. Investire nella ricerca pubblica, nella formazione e nell’assistenza tecnica, mettendo al centro i bisogni reali degli agricoltori e delle comunità. L’innovazione deve essere accessibile, partecipata e orientata all’interesse pubblico, contribuendo alla resilienza climatica, alla fertilità dei suoli e all’autonomia delle aziende, senza creare nuove concentrazioni di potere economico e tecnologico.
• Ampliare la democrazia e la partecipazione alle scelte sul cibo. Dare voce a tutte le componenti del sistema alimentare, dai piccoli produttori ai lavoratori agricoli, dalle cooperative ai sindacati, dalle organizzazioni sociali ai consumatori. Le politiche che decidono come viene prodotto, distribuito e consumato il cibo non possono essere definite senza coinvolgere chi ne vive quotidianamente le conseguenze.



