La tintura naturale sposa la produzione industriale

Riscoprire la colorazione tessile naturale ha molteplici vantaggi ecologici, oltre a valorizzare le tradizioni di un territorio. L’esperienza di Stefano Panconesi e una   panoramica sui tanti colori che la natura può offrirci.

06 Settembre 2019
La tintura naturale sposa la produzione industriale. Ecotessuti

La tintura naturale dei tessuti, oltre a essere una tecnica, è a tutti gli effetti un’arte. Ha origini antiche quasi quanto il mondo, insieme alla filatura e alla tessitura, cui è strettamente legata. Le scoperte e le applicazioni fatte nel corso del tempo in uno di questi campi hanno di conseguenza influenzato gli altri facendoli procedere di pari passo, anche se, per quanto riguarda la tintura, gli aspetti estetici e decorativi godono certamente di maggiore attenzione, oggi più che mai con colori e trend che si rinnovano ogni stagione.

Tutte le antiche civiltà, sviluppando un’attività tessile, ne hanno poi affiancato una tintoria, anche se con caratteristiche molto diverse in base alle materie prime vegetali disponibili localmente. È stato con l’avvento della rivoluzione industriale, a metà Ottocento, che i coloranti naturali sono stati pian piano sostituiti da quelli chimici fino a scomparire del tutto nel secolo scorso. I motivi, oltre al fatto che i colori di sintesi risultavano molto più veloci ed economici da ottenere, perché bastavano pochi componenti chimiche, del catrame e un buon laboratorio, sono legati anche all’introduzione dei tessuti sintetici come il nylon, che hanno costretto l’industria tessile a cercare nuovi tipi di coloranti e processi di tintura più complessi per la scarsa reattività alla colorazione di queste nuove fibre.
Ma le sempre più urgenti problematiche ambientali e gli studi condotti sulla tossicità di certe componenti contenute nei coloranti, che provocano tra le altre cose dermatiti allergiche da contatto, hanno portato a riscoprire l’uso delle tinture naturali e a rivalutarle. Ciò ha fatto sì che venissero reinserite nei processi industriali.

La tintura naturale industriale

Negli ultimi anni la considerazione dell’industria tessile nei confronti dei coloranti naturali è cambiata, anche se le produzioni non sono ancora particolarmente elevate, soprattutto perché certe loro caratteristiche, come gli standard di resistenza alla luce, più bassi dei colori sintetici, insieme alla minore unitezza del colore e alla difficoltà di ripetizione perfetta, creano una certa diffidenza nei produttori. Eppure, non solo hanno il pregio di provenire da materie prime naturali, che non consumano risorse fossili e non contengono residui dannosi per la salute e l’ambiente ma, essendo meno stabili alla luce, si modificano nel tempo rendendo unici i capi tinti.

I vantaggi della colorazione naturale li conferma Stefano Panconesi, quarta generazione di tintori naturali, dal bisnonno che tingeva le trecce di paglia per i cappelli sulle colline fiorentine al babbo «Memo» che gli ha trasmesso la passione per questa attività.
Stefano oggi mette a disposizione la grande esperienza maturata in questo campo con consulenze cartelle colori alle aziende tessili della moda italiane ed estere, partecipando a convegni e mostre sul tema ecotessuti (come quella in corso al museo Ferragamo di Firenze dal titolo Sustainable thinking), organizzando con enti pubblici e privati corsi di tintura naturale. Dal 2010, a Pettinengo, in provincia di Biella, dove risiede attualmente, insieme alla compagna architetto Sissi Castellano ha creato l’associazione Casa clementina per il recupero e la divulgazione di antiche tecniche di tessitura a mano e di tinture naturali di origine esclusivamente vegetale. Dell’industrializzazione della colorazione naturale, Panconesi si occupa da oltre trent’anni con tutte le difficoltà che comporta.

«Il passaggio dall’attività artigianale a quella industriale ha reso necessario un adeguamento delle tecniche sia per poter utilizzare le macchine industriali, sia perché le tinture antiche erano il risultato di così tanti passaggi che sarebbero oramai improponibili, perché sarebbe anacronistico pensare di entrare in una tintoria industriale con sacchi di foglie, radici e bacche» racconta Stefano, che da dieci anni utilizza gli estratti secchi. Questi ultimi si ottengono dalla pianta secca, che viene fatta bollire e poi filtrata, mentre la tecnica di tintura utilizzata è quella a mordente, cioè il materiale tessile viene prima bollito con un sale, il mordente appunto, e poi tinto. Andare in giro per il mondo a cercare nuove piante e nuove tecniche di tintura per poterle adattare all’industria tessile della moda è per Stefano una sfida continua, come lo è adattare le ricette di tintura ai macchinari delle tintorie, cercando oltretutto il risparmio energetico e una sempre maggiore garanzia di riproducibilità.

Cosa offre la natura

Le materie prime a disposizione per colorare i tessuti sono le più varie e non riguardano solamente le piante; nell’immenso mondo dei funghi e dei licheni ci sono alcune specie che danno bellissimi colori alle fibre, in particolare alla lana. I popoli nordici ricorrevano a questa tecnica per tingere i propri manufatti tessili, data l’enorme quantità che è possibile reperire in quei territori.
C’è poi la colorazione con i cachi, detta Kakishibu, con cui i giapponesi tingevano le reti da pesca, gli abiti da lavoro e i sacchi di riso per il sake; dal succo del caco fermentato si ottiene una tonalità beige che col tempo scurisce e ha anche altre caratteristiche, come l’idrorepellenza e l’essere antisettica. Da rivalutare le colorazioni nostrane con gli scarti del carciofo bianco di Pertosa e la cipolla ramata di Montoro, entrambi presidio Slow Food; il primo, varietà a rischio estinzione e recuperato dagli anni ’90, fornisce colorazioni nei toni del verde, giallo e marrone, la seconda, eccellenza del territorio campano, permette, dal recupero delle sue tuniche, di ricavare anche pitture ecologiche per rivestimenti esterni. Due esempi, questi ultimi, di recupero dei residui agroalimentari e insieme di valorizzazione di un territorio.

E poi ci sono il legno dell’albero campeggio, da cui si possono ottenere dei viola, il lilla, il blu scuro e anche il nero; la robbia, le cui radici essiccate danno un colorante rosso usato fin dall’antichità. Che risalgano ai tempi antichi, che siano di più recente scoperta o che attendano di esserlo, come le tecniche che Stefano Panconesi conosce nei suoi viaggi, le colorazioni naturali sono una risposta valida ed efficace all’esigenza di prodotti e processi di produzione a minore impatto ambientale, legate magari alla tradizione di un popolo e di un territorio, che vengono in alcuni casi recuperati e rivalutati.
Perché non investire sulla natura, che ci fornisce già di tutto?

PER INFO: www.pancolori.eu

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Luglio-Agosto 2019

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