Esercizi di anticonformismo: l’editoriale di aprile
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di Nicholas Bawtree, direttore editoriale di Terra Nuova
Ci sono gesti semplici che stanno lentamente scomparendo dalla nostra vita quotidiana. Camminare senza una meta precisa. Guardarsi negli occhi mentre si parla. Leggere con calma un libro. Prendersi il tempo per trovare le parole giuste per esprimere ciò che sentiamo davvero. Non sono solo abitudini dimenticate. Sono anche piccoli atti di libertà.
Viviamo in un’epoca che sembra muoversi in direzione opposta: velocità, un flusso ininterrotto di informazioni, attenzione frammentata. Tutto deve essere immediato, rapido, disponibile. E così rischiamo di perdere proprio ciò che ci rende più umani: la capacità di fermarci, riflettere, dare un nome alle cose e alle emozioni che attraversano la nostra vita.
È una questione che riguarda anche il mondo dell’ecologia. Parliamo spesso di cambiamento – nei consumi, nell’agricoltura, nella produzione energetica – ma raramente ci chiediamo quale trasformazione interiore renda davvero possibile quel cambiamento.
Sul numero di aprile della rivista Terra Nuova abbiamo intervistato lo scrittore e studioso Igor Sibaldi, che ci propone una riflessione provocatoria, esortandoci a non essere “stupidi”; ma non nel senso in cui di solito intendiamo questa parola. “Stupido”, ricorda Sibaldi, deriva dal latino “stupeo”: restare fermi, bloccati. In questo senso la stupidità non è mancanza di intelligenza, ma piuttosto rinuncia a esplorare, ad andare oltre ciò che è già stabilito. E forse è proprio questo uno dei rischi della nostra epoca: adattarci troppo facilmente. Accettare parole, abitudini e comportamenti che tutti usano senza più domandarci che cosa significhino davvero.
Per uscire da questa condizione non servono necessariamente gesti clamorosi. Servono piuttosto piccoli esercizi di anticonformismo quotidiano: coltivare la profondità invece della fretta, ampliare il nostro vocabolario, interessarci più al senso delle cose che alle mode del momento. Ma soprattutto – suggerisce Sibaldi – dovremmo recuperare una parola quasi dimenticata: “volere”.
Volere non è scegliere tra alternative già predisposte da altri. Non è neppure desiderare ciò che vediamo negli altri o ciò che la pubblicità ci suggerisce di desiderare. Il volere autentico nasce quando sentiamo che qualcosa non basta più e ci muoviamo verso un altrove che ancora non conosciamo.
Se ci pensiamo bene, è una questione profondamente ecologica.
Il rischio più grande, oggi, è che anche l’ecologia venga lentamente assorbita dalle logiche di mercato. Che diventi una semplice opzione di consumo: un prodotto sugli scaffali accanto agli altri, con un’etichetta un po’ più verde. Ma l’ecologia, nella sua radice più profonda, è tutt’altro. È una trasformazione culturale, prima ancora che tecnologica. Riguarda il nostro modo di abitare il tempo, di stare nelle relazioni, di guardare il mondo.
Per questo il cambiamento ecologico nasce spesso da scelte molto concrete e quotidiane: recuperare attenzione, profondità, presenza. Tutte qualità che non si comprano e non si vendono, ma che possono cambiare radicalmente il nostro modo di vivere.
Perché ogni cambiamento autentico comincia proprio da qui: dal tornare, semplicemente, a essere umani.
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