Stili di vita
Moda: ora non si può più distruggere l’invenduto
Dal luglio scorso le grandi aziende del tessile-abbigliamento europee non possono più distruggere l’invenduto: che sia finalmente un deterrente alla sovraproduzione?
Dal luglio scorso le grandi aziende del tessile-abbigliamento europee non possono più distruggere l’invenduto: che sia finalmente un deterrente alla sovraproduzione?
«Gli abiti di Shein contengono ancora sostanze chimiche pericolose che violano i limiti imposti dall’Unione Europea»: lo afferma un nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Germania.
Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Tra le principali destinazioni c’è l’Africa, che nel 2019 ha ricevuto il 46% del tessile usato dall’UE: per la metà si tratta di indumenti di scarto che inquinano l’ambiente. I dati di Greenpeace.
È stato lanciato in Toscana l'Hub delle Nazioni Unite per la moda e il lifestyle; Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, ha partecipato al meeting sottolineando come anche in agricoltura, così come nella moda, sia necessario un cambio di paradigma verso pratiche più sostenibili, consumi responsabili e scelte di vita consapevoli.
Il 57% del tessile complessivo prodotto è poliestere, confermando come questa sia ancora la fibra più utilizzata a livello globale. Un primato difficile da scavalcare e che, stando alle previsioni per i prossimi anni, potrebbe continuare ad aumentare. Un incremento dovuto sia all’eccesso produttivo del settore moda che al costo (economico, non certo ambientale) di questo materiale. Negli ultimi 40 anni, infatti, il prezzo del poliestere è passato da 10 dollari a 1 dollaro al kg! Nei paesi europei è più economico del petrolio: difficile farne a meno, soprattutto per un’industria ultimamente basata sulla creazione di prodotti di scarsa qualità.
Il test condotto dalla testata tedesca Oko-test ha individuato nei capi venduti dalla cinese Shein alcune sostanze ritenute pericolose. Nel complesso sono stati analizzati 21 capi d'abbigliamento e scarpe.
“Rendere visibile l’essenziale” è il filo rosso che Fa’ la cosa giusta! - la Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili - intreccia per la prossima edizione, la ventesima, in programma dal 22 al 24 marzo all’Allianz MiCo di Milano.
Si chiama Slow Fiber ed è nata dall'incontro tra Slow Food Italia e sedici aziende del tessile: si tratta di «un esempio concreto di cambiamento positivo che passa da un processo produttivo sostenibile, volto alla creazione di prodotti belli, sani, puliti, giusti e durevoli, perché rispettosi della dignità della persona e della Natura nel suo delicato equilibrio» spiega Slow Food.
WildAnika è una giovane azienda di abbigliamento biologico per bambini che vende online, nata con lo scopo di diffondere la cultura del biologico nel settore dell’abbigliamento, concentrandosi soprattutto sulla fascia 0-6 anni.
Nell’immaginario collettivo quando si parla di abbigliamento naturale ed eco-sostenibile l’immagine che appare è quella di una coppia felice con bambini che attraversa un campo di grano indossando camicie e abiti di cotone naturale o lino grezzo, cappelli di paglia e sandali di corda.
C’è grande fermento intorno alla tecnologia della stampa tridimensionale, che apre a nuovi materiali ecocompatibili, stimolando la creatività dei designer che la considerano lo strumento per rivoluzionare il futuro.
Si ricavano dagli alberi e dai loro frutti, senza compromettere l’ecosistema: sono i materiali innovativi, come le fibre di Kapok, legno e cocco, che trovano impiego nel settore della moda etica e non solo.
In questo periodo dell’anno in particolare si fa ancora più importante l’esigenza di scegliere un abbigliamento che ci faccia stare bene. Un abbigliamento che ci protegga dal freddo ma senza sudare. È possibile? Certo che si, e la soluzione risiede più che mai nei tessuti naturali. Tessuti che non contengono sintetico e poliestere, i quali ci fanno solo credere di tenere caldo.
Il futuro dei materiali sostenibili può passare anche dal laboratorio? Perché no? Ecco alcuni esempi di tessuti creati osservando e riproducendo i microrganismi presenti in natura.
In un buon paio di scarpe, la differenza la fanno i materiali. Dalla concia vegetale delle pelli ai materiali cruelty free, come la canapa, il lino e il cotone. Per camminare comodi e col passo leggero.
Dagli agrumeti della nostra Sicilia alle piantagioni esotiche di ananas, fino ai grandi mercati ortofrutticoli dei Paesi Bassi, il futuro del tessile è nella frutta. Piccoli grandi passi verso la moda sostenibile.
Durevoli e a basso impatto: la ricerca per realizzare jeans ecologici non poteva che partire dall’Italia, dove questo tessuto trova le sue origini e dove oggi fiorisce una filiera etica e sostenibile.
Da sempre consapevole di quanto fosse importante un cambiamento dell’industria della moda, Altramoda propone da 10 anni abbigliamento biologico ed ecosostenibile grazie alla scelta di fibre naturali ed ecologiche.
Ecco il filato che viene dal mare e aiuta a tenere puliti gli oceani: realizzato recuperando le reti da pesca trovate sui fondali marini e altri rifiuti plastici, è prodotto da un’azienda italiana. Con un occhio allo stile.
È uscito il nuovo rapporto di Greenpeace sull'impatto del settore moda sull'ambiente: “ Fashion at the crossroads”. Ancora non ci siamo, l'impatto ambientale è ancora elevato, c'è tanto da fare.