Terra Nuova Luglio-Agosto 2016
Terra Nuova Luglio-Agosto 2016Scopri di più
31 Dicembre 2015

Quando nella vita si è...per due terzi schiavi

Un calcolo un po' amaro, ma estremamente utile. Andrea Strozzi, autore di "Vivere basso, pensare alto", numeri alla mano, ha concluso che per alimentare il sistema che ci incarcera sacrifichiamo due terzi della nostra vita... Ecco la sua riflessione.

Quando nella vita si è...per due terzi schiavi

Ringraziamo Andrea Strozzi per avere autorizzato la citazione dal suo blog.

«Questo non vi piacerà. Per la verità, piace poco persino a me. Perché è… vero. Sono veri i numeri. Vere le emozioni. Vero il rimpianto. Vera la consapevolezza. Vero il successo. Vera la sensazione di libertà.

Come molti di voi ormai sanno, ho mollato un prestigioso lavoro dignitosamente retribuito nel 2014, dopo quasi quindici anni nel settore finanziario. A fare cose “serie”, diciamo. Delicate. Strategiche. Responsabilizzanti. Aggettivo ingannevole, quest’ultimo. Perché inevitabilmente… relativo. Relativo al contesto in cui mi trovavo. Io ero responsabile in quel contesto. Ma ero dannatamente irresponsabile in molti altri. Salto i passaggi intermedi (tutti raccontati nel mio libro), per dire che si arriva così al punto in cui, se alla mattina vuoi continuare a guardarti allo specchio senza abbassare lo sguardo, il salto devi farlo per forza. E infatti lo feci.

Con la fine del 2015, si sta chiudendo il primo anno interamente da outsider. Un anno in cui ho potuto gustarmi una nuova concezione della vita. Una dimensione in cui sono finalmente io a farmi le regole che possono servirmi. La prima e più importante di queste regole si chiama tempo. Non sono più gli altri a scandirlo adesso, ma soltanto io. Questa cosa è impagabile. E per molti aspetti indescrivibile. Credo che abbia intimamente a che fare con il concetto di libertà.

In questi giorni ho rimesso in fila le cose. Le ho ripensate. Rimuginate. Le ho valutate e rivalutate. Con occhi diversi. Con chiavi di lettura che fino ad ora avevo solo sfiorato. Adesso le ho quantificate. E ho paura, adesso. Paura a specchiarmi in ciò che sto per scrivere. Così come dovreste averla voi, paura. Per quello che è stato. E per quello che sarà. O che non sarà.

La questione è semplice:per chi, o per che cosa, si lavora.

Ho elencato tutte e sole le spese che nel 2013, l’ultimo anno intero in cui ho avuto un lavoro salariato, ho sostenuto per… lavorare! Che cioè erano strettamente dipendenti da quel lavoro. Perché funzionali ad esso. Spese piccole e grandi che ero costretto a sostenere per il solo fatto di trovarmi inserito in quel meccanismo. La famosa ruota del criceto, certo. Ho quindi convertito l’ammontare di quelle spese in ore e giorni di lavoro, banalmente dividendole per il mio guadagno netto orario. In pratica, ho applicato alla lettera la filosofia di José Pepe Mujica, in base a cui quando compro qualcosa, non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che mi è servito per guadagnarli.

Vediamo quanto mi sono costate quelle spese necessarie a poter lavorare, allora:

Bar. Al bar ci andavo tre volte al giorno (prima di entrare in ufficio, a metà mattinata insieme ai colleghi e in tarda mattinata per un caffè volante), a cui va aggiunta una ricarica settimanale media di 5 euro sulla chiavetta per le macchinette. Nota (per prevenire obiezioni): la spesa del bar non è da considerarsi facoltativa, perché in certi ambienti il bancone del bar è un luogo di lavoro esattamente uguale – se non addirittura più mirato – alla propria scrivania, perché è dove si stringono relazioni con persone di altri uffici e si scambiano informazioni spesso basilari per la propria attività. Totale: 15,2 giorni di lavoro. Dovevo cioè lavorare più di quindici giorni all’anno, solo per potermi finanziare le colazioni al bar…

 Pranzi fuori. Spesa giornaliera eccedente il valore del buono pasto, moltiplicata per 220 giorni lavorativi. Totale: 11,3 giorni di lavoro.

Cene fuori. Questa voce – è vero – non dipende tecnicamente dal fatto di lavorare: mia moglie ed io avremmo in effetti potuto cenare ogni sera a casa, preparandoci noi qualche manicaretto. Ma… alle dieci di sera? In quanto, rientrando dal lavoro molto tardi, non avevamo né il tempo, né la testa, né la voglia di metterci ai fornelli. I ritmi a cui eravamo sottoposti ci “costringevano” quindi ad andare fuori a cena in media un paio di volte alla settimana. Totale: 22,9 giorni di lavoro.

 Acqua minerale. Questa voce la metto perché all’epoca, sempre per ragioni di tempo, prendevamo l’acqua al supermercato e non – come avviene oggi – gratuitamente all’acquedotto. Totale: 2,6 giornidi lavoro.

Vacanze. Tema delicato, questo. In quanto, come per le cene fuori, nessuno ci obbligava tecnicamente a fare vacanze dispendiose. Ma, ancora una volta, quando si vive in un certo contesto le vacanze diventano purtroppo un modo per dimostrare di farne legittimamente parte. Una specie di certificato di appartenenza. Ricordo che una volta facemmo un bellissimo giro a piedi di alcuni giorni su un antico tracciato del nostro Appennino, spendendo una cifra irrisoria: il risultato fu che, al lunedì mattina, provai una certa vergogna a comunicare agli altri tale scelta. Ai fini di questo calcolo, considero quindi una vacanza “corposa” all’anno e tre weekend in giro per l’Italia, per un totale di 40,3 giorni di lavoro.

Abbigliamento. Una delle regole non scritte era un abbigliamento formale piuttosto decoroso. Considero quindi, in media ogni anno, 3 camicie, 2 completi giacca+pantalone, 3 cravatte, 2 paia di scarpe, 1 giaccone o soprabito. Tutto di qualità media o medio-bassa e preso rigorosamente in saldo. Totale: 13,2 giorni di lavoro.

Subtotale fino a questo punto: 105,4 giorni di lavoro.

Poi c’è tutta un’altra serie di altre voci che, sebbene assorbissero importi inferiori, concorrevano sensibilmente a gonfiare la cifra complessiva. Mi riferisco per esempio a: previdenza integrativa (quota della mia retribuzione girata al fondo pensione), carburante per tragitto casa-lavoro (fortunatamente nel mio caso abbastanza modesto), lenti a contatto (possedevo un paio d’occhiali con una montatura del 1992 e, per le ragioni sopra esposte, oltre al dress-code esistevano anche delle convenzioni estetiche), alcuni farmaci o parafarmaci (per piccoli malanni che, guarda caso, da quando non vado in ufficio non mi colpiscono più), quotidiani e riviste (necessarie per aderire – almeno formalmente – a un circuito informativo mainstream, necessario per non sembrare dei disadattati), più altre voci di spesa inferiori.

Bene: includendo anche queste voci, il totale di giorni lavorati soltanto per “finanziare” la mia appartenenza a quel meccanismo sale a 148,7 giorni.

Detta in altre parole, dei 220 giorni lavorativi annuali, circa 150 mi servivano soltanto per restare inserito in quel modello. Senza che mi venisse in tasca niente di più. Niente di cui avessi effettivamente… BISOGNO.

E qui entriamo nella parte più drammatica. Che provo a illustrare aiutandomi con un grafico.

ASgrafico1

Visivamente fa paura. Dei 220 giorni che lavitami mette ogni anno comunque a disposizione e che io avevo scelto di dedicare al lavoro salariato, oltre due terzi (67,6%) erano funzionali a mantenere in moto quella ruota! Niente che servisse a me, alle persone che amo, ai miei bisogni, alle mie passioni, alla percezione di un Senso, di un Significato…

Per due terzi del mio tempo, vivevo per lavorare. E ve l’ho appena dimostrato.

Fermatevi, adesso. Fermiamoci un attimo. Ok, ora è perfettamente naturale: in alcuni lettori potrebbe scattare qualche legittima barriera di autodifesa, potrebbe persino sembrare giusto aggrapparsi alle possibili incongruenze dei miei calcoli. Vi risparmio la fatica: ci sono sicuramente delle incongruenze! Come altrettanto sicuramente le mie misurazioni sono state in qualche caso approssimative. Se non altro, in quanto frutto di una valutazione soggettiva. Certamente, la mia condotta non è stata irreprensibile. Certamente, ho ceduto su molti fronti. Avrei potuto evitare qualche cappuccino, qualche cena fuori e persino quel weekend a Volterra. Però adesso domandiamoci:di quanto si sarebbe abbassato l’istogramma rosso, senza quelle incongruenze? Davvero credete che si sarebbe abbassato a sufficienza per… non farci vergognare dei gerani che comunque tutti noi, nel corso degli anni, appendiamo alle sbarre della nostra cella? Se anche quell’istogramma rosso scendesse dal 67% al 50%,potremmo forse ritenerci soddisfatti?

E ora sferriamo il colpo finale. Estendiamo cioè il ragionamento, passando dal particolare all’universale. Dalla vicenda personale mia e di molti di noi ad una sua dimensione sistemica. Guardate, sempre in quel semplicissimo grafico, a cosa corrispondono veramente le due aree: quella rossa (che – ripeto – serve solo per tenere in piedi il meccanismo) e quel surplus verde (che corrisponde al tempo di lavoro con cui ci guadagniamo i soldi da destinare ad altro).

ASgarfico-pil

Circa un terzo del tempo che dedichiamo al lavoro serve effettivamente per consentirci di acquistare il cibo, pagare le utenze domestiche, la cultura e, qualora avanzasse qualcosa, mettere due soldi da parte: in pratica, sono i beni di prima necessità.

Ma – ed è qui che vengono i brividi – i due terzi rimanenti servono esclusivamente a mantenere in moto la mega macchina produttiva. Ad alimentare, cioè, il fantomatico PIL! Servono esclusivamente a fornire linfa a quel sistema perverso, autoreferenziato ed autoportante che si chiama libero mercato. I benefici di quei 148,7 giorni di sforzi non erano destinati al mio benessere, ma soltanto a… preservare il sistema.

Ed ecco perché tremano i polsi: perché, su un arco temporale di quasi quindici anni della mia vita, ne ho usati dieci solo per… nutrire il mio carceriere! Fisso quel grafico. E lo fisso ancora. Quasi inebetito. Fino a pietrificarmi. Non riesco a farmene una ragione. E in quanti ci siamo dentro, penso.

Oggi ne sono uscito, è vero (per essere dentro a qualcos’altro). Oggi il mio unico obiettivo è garantirmi l’equivalente monetario di quel surplus verde in alto, quello che cioè serve ad assecondare i bisogni primari miei e della mia famiglia. E’ un obiettivo che sto costruendo pezzo dopo pezzo. Un obiettivo che, soprattutto se alleggerito delle “zavorre rosse” che ci sono sotto, si rivela essere un traguardo assai più raggiungibile.

Lo so, è un pessimo post per concludere l’anno. O forse è ottimo, chi lo sa. Perché la consapevolezza è come al solito il primo passo, se davvero lo vogliamo, per passare poi all’azione».

di Andrea Strozzi
Quanto è interessante l'articolo?
(Voti ricevuti: )
Raduno ecovillaggi: in rete nel cambiamento
Ecovillaggi e cohousing
21 Luglio 2016
di Francesca Guidotti
Meeting di lavoro: meglio camminando
Ecologia della mente
14 Luglio 2016
di Terra Nuova
Pepe Mujica, il film a Firenze
Consumo critico
01 Luglio 2016
di Terra Nuova
Cerco soci per centro olistico e spazio espositivo
Annunci
13 Maggio 2016
di Sergio Tonon
Ambiente, ecologie e responsabilità sociale: rassegna di film
Ecologia della mente
15 Gennaio 2016
Ambiente, ecologie e responsabilità sociale: rassegna di film
di Beatrice Salvemini
Lavorare fa male: week end di tre giorni per tutto l'anno!
Ecologia della mente
24 Settembre 2015
Lavorare fa male: week end di tre giorni per tutto l'anno!
di Gabriele Bindi
L'ecologia messa in pratica: 12 incontri a Bosco Albergati
Ecologia della mente
18 Luglio 2015
L'ecologia messa in pratica: 12 incontri a Bosco Albergati
di Beatrice Salvemini
Dodici incontri su cibo, salute e decrescita
Ecologia della mente
09 Luglio 2015
Dodici incontri su cibo, salute e decrescita
di Beatrice Salvemini
I vostri commenti
28 Gennaio 2016
Andrea Strozzi
"Ci tengo a premettere che l'area verde del grafico è stata a sua volta ridotta SENSIBILMENTE.
Concentrare l'attenzione solo sulle entrate sarebbe ingeneroso (in molti casi sto vedendo essere un alibi) nei confronti della cura chirurgica delle uscite.
Detto ciò, oggi vivo tra casa nostra e i posti dove periodicamente mi trasferisco per fare convegni e conferenze (fortunatamente più di quelle che avevo previsto).
Ho (per ora) scelto un downshifting sicuramente meno "romantico" di quelli che a volte riempiono i titoli dei giornali, nel senso che non sono andato a vivere in una capanna in mezzo al bosco o a vendere piadine su una spiaggia tropicale, ma sto cercando di sprigionare tutte le mie capacità divulgative per sensibilizzare il più possibile sui temi che tratto.
Quindi, oltre al taglio dei costi (primo elemento), in casa ci finanziamo in parte con lo stipendio di mia moglie e in parte con con gli introiti dalle serate, dalle vendite del libro e altri piccoli lavoretti occasionali. Ciao"
18 Gennaio 2016
roberto
"Vorrei solo chiederti dove vivi adesso e come provvedi a soddisfare l'area verde del grafico. Grazie"
08 Gennaio 2016
Andrea Strozzi
"Ciao Giovanni,
con tutto il rispetto per Francesco, queste cose - con argomenti e sensibilità differenti - le dicevano già Nicholas Georgescu-Roegen, Ivan Illich, Serge Latouche, John Lane e... Plinio il Vecchio (tanto per citare solo i primi che mi vengono in mente). ;-)
Quindi ben venga anche Narmenni, ma l'unica cosa che conta è raggiungere una consapevolezza il più possibile diffusa. E, per farlo, più voci ci sono e su quante più tematiche possono esprimersi, meglio è.
Ciao,
Andrea"
05 Gennaio 2016
Giovanni Merisi
"Interessante, ma sono cose che Francesco Narmenni dice sul suo famoso blog (smetteredilavorere.it) e omonimo libro dal 2011."
Vuoi lasciare il tuo commento su questo articolo?
Si prega di inserire il codice esattamente come visualizzato. I Cookies devono essere abilitati nel browser.
Vi informiamo che la direttiva 95/46/CE, la Legge 675/96 e il D.Lgs 196/2003 prevedono la tutela delle persone rispetto al trattamento dei dati personali. Ai sensi delle normative indicate tale trattamento è improntato ai principi di correttezza, liceità e trasparenza, tutelando la Vostra riservatezza e i Vostri diritti. Vi informiamo inoltre che "titolare" dei dati personali della suddetta legge è la Editrice Aam Terra Nuova Srl. Potrete, in ogni momento, avere accesso ai dati che Vi riguardano, chiedendone l'aggiornamento, la rettifica e l'integrazione, sempre salvo il Vostro diritto di opporVi, per motivi legittimi, al trattamento degli stessi.
terra nuova social
Calendario
in che anno siamo?
  • 1395 persiano
  • 1437 islamico
  • 2016 gregoriano
  • 4711 cinese
  • 5117 induista Kali Yuga
  • 5776 ebraico
  • 2559 buddista
l'almanacco di oggi
Eventi
Macerata- dal 08/06/16 al 31/07/16
Monte Argentario (GR)- dal 11/06/16 al 10/09/16
terra nuova annunci