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Iperprotetti fuori e abbandonati dentro: il bisogno dei giovani di tornare in natura

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Ansia, paure dell’ignoto e paralisi di fronte agli imprevisti sono sempre più diffusi tra i giovani. Il contatto con la natura può aiutare, come spiega l’ecopsicologa Marcella Danon in questa intervista.

Iperprotetti fuori e abbandonati dentro: il bisogno dei giovani di tornare in natura

di Nicole Maestroni, Cooperativa Sociale Liberi Sogni di Cascina Rapello (Airuno, Lecco)

Ansia, paure dell’ignoto e paralisi di fronte agli imprevisti: sono solo alcuni di sentimenti sempre più diffusi nella fascia più giovane della popolazione. I benefici delle attività in natura per superare questo senso di impotenza sono più che noti da diversi anni.
Ne parliamo con Marcella Danon, psicologa, scrittrice, docente all’Università della Valle d’Aosta e dal 2004 direttrice di “Ecopsiché – Scuola di Ecopsicologia” dal 2004. Partiamo dal disagio giovanile, cercando di capire come nasce e come si può alleviare grazie agli insegnamenti di madre natura.

Dottoressa Danon, ci racconti innanzi tutto un po’ di lei.
«Sono prima di tutto una grande amante della natura ed è questo che ha dato direzione alla mia vita. Sono ecopsicologa, psicologa per le organizzazioni e amo scrivere. Nel 2004 ho fondato la prima Scuola di Ecopsicologia in Italia, contribuendo a promuovere questa disciplina nel nostro Paese, in cui rappresento la International Ecopsychology Society (IES). Mi occupo di facilitazione della relazione tra esseri umani e, soprattutto, tra esseri umani e natura, un ambito in cui c’è molto lavoro da fare di questi tempi, in cui abbiamo bisogno di ridare radici alla nostra identità».

Secondo lei quali sono sentimenti ed emozioni che vivono i ragazzi d’oggi?
«Ho riflettuto molto su questo tema e penso che i giovani di oggi siano iperprotetti fuori e abbandonati dentro. Per “iperprotetti fuori” intendo che gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti), pur avendo le migliori intenzioni, sono sempre molto presenti nella vita dei bambini, dicendo loro cosa non devono fare, non toccare, non sporcarsi, non sperimentarsi, non correre. Così li portano indirettamente a sviluppare l’idea di una natura intrinsecamente ostile e pericolosa. La mancanza di confronto con stimoli caotici e complessi, come ad esempio un bosco o un fiume, ha impedito loro di sviluppare le capacità per valutare i rischi e affrontare gli imprevisti. I loro giochi sono spesso concentrati in ambienti chiusi, disinfettati, climatizzati e asettici, in cui i genitori diventano filtri tra i bambini e ciò che li circonda; ciò impedisce loro di affrontare le sfide che la natura normalmente propone e li abitua al fatto che le soluzioni arrivano sempre dagli altri, non da una ricerca in prima persona. Per “abbandonati dentro” intendo che questi giovani stanno sperimentando un abbandono sul piano emotivo e spirituale e faticano molto a comprendere il senso della vita. Viviamo in un mondo saturo di informazioni, dove non sono più chiare le linee guida per poterle analizzare in autonomia e metterle in connessione con l’esperienza. I giovani sono lasciati da soli nel gestire la complessità del mondo e questo genera in loro un’ansia che poi spesso sfocia in ecoansia perché giustamente, di fronte a tante notizie catastrofiche, si chiedono se ci sarà ancora un mondo in cui vivere quando saranno grandi. Questa ecoansia finisce poi a sua volta per inglobare tutta l’ansia che vivono sul piano personale».

Dunque, grandi e profonde difficoltà: come le stanno gestendo i giovani?
«Si stanno isolando: non si sentono più parte di una rete e non parlano più con gli adulti che li circondano. Le informazioni arrivano in modo asettico, meccanico e impersonale e loro finiscono per soddisfare tutti i bisogni con un interlocutore artificiale e questo non permette loro di imparare a relazionarsi con gli interlocutori umani. C’è un concetto che viene dalla geografia, una materia che fa parte della mia formazione, che si chiama urbanizzazione del pensiero: nel mondo attuale sia le nostre città sia i nostri pensieri stanno diventando sempre più veloci, tecnocentrici, frammentati e disconnessi dall’ambiente naturale. Così i bambini vivono in luoghi artificiali, giocano da soli in casa; e il loro modo di pensare non si confronta mai con la diversità e con ciò che è fuori dall’ordinario. Questo genera poi una grande difficoltà a confrontarsi con ambienti non urbani. A ciò si aggiunge il cosiddetto deficit di natura, termine coniato dall’educatore Richard Louv che parla di come questa mancanza di connessione con la natura si traduca in disconnessione dall’ambiente vitale e collettivo. Così ci ritroviamo giovani che, sottoposti a pressioni scolastiche, sociali e familiari, senza più esperienza del contatto vivificante con la terra, sviluppano forme abnormi di irrequietezza, difficoltà di concentrazione, di relazioni, ansia, apatia e depressione».

Di cosa avrebbero bisogno i giovani per superare tutto questo?
«Hanno bisogno di sperimentarsi in ambienti con un gioco non strutturato, di avere il tempo di annoiarsi e di creare da soli i propri giochi, di esplorare. Sono ormai in tanti a dirlo e in educazione si è iniziato a parlare proprio di pedagogia del rischio, che permette ai bambini di sperimentare, ovviamente sotto osservazione, una forma di rischio controllato come quella di accendere un fuoco o arrampicarsi su un albero, in modo da avere la possibilità di capire da soli cosa possono o non possono fare: finché un bambino non si arrampica e non cerca di raggiungere un ramo fuori dalla sua portata, non capirà mai cosa vuol dire mantenere l’equilibrio e coordinare le proprie forze per raggiungere un obiettivo. I giovani hanno bisogno di essere affiancati soprattutto nel rielaborare le preoccupazioni per l’ambiente, in ottica non catastrofistica, ma sviluppando quella che Joanna Macy, questa splendida ecopsicologa, educatrice e ambientalista mancata da poco, chiama speranza attiva, che è il vero antidoto per l’ansia. Quando i ragazzi scoprono che facendo qualcosa di concreto, per esempio coltivando l’orto, e cambiando così la propria alimentazione, o costruendo un rifugio per gli uccelli per ripararli dal freddo dell’inverno, incidono sulla realtà, promuovono quel senso di autoefficacia che oggi è così importante permettere loro di conquistarsi».

Come possono le persone che hanno sempre vissuto in luoghi artificiali e prevedibili superare l’impatto iniziale quando entrano in ambienti completamente diversi da quelli urbani?
«Rispondo con il consiglio dato da James Cook, educatore statunitense che pone l’attenzione sulla necessità di accompagnare poco a poco chi non è abituato a stare in natura. In base al livello di disconnessione, consiglia addirittura di iniziare con libri e video; per poi portare qualche elemento naturale o animale in casa. In seguito consiglia la frequentazione di natura addomesticata, come quella nei parchi, per poi proseguire verso quella più selvatica. L’importante è non forzare il contatto con la natura».

Tra le numerose attività svolte in natura che ha conosciuto nella sua lunga esperienza, quali sono secondo lei le più efficaci per coinvolgere i giovani in un contatto con la natura?
«Un’attività che mi è sempre piaciuta moltissimo è la creazione di mandala (una figura armonicamente composta attorno a un centro, come i rosoni delle Chiese) con gli elementi naturali. È una pratica artistica, adatta a tutti, che prevede una raccolta iniziale di elementi naturali e la successiva composizione del mandala sul terreno. Si tratta di una creazione semplice e giocosa che può essere svolta in solitaria o in famiglia e permette di iniziare a fare amicizia col bosco e superare il timore degli elementi che lo compongono. Un’altra attività molto efficace coi bambini è la realizzazione delle “impronte digitali degli alberi”: si appoggia un foglio a un tronco e, con un pastello, usato non con la punta ma di piatto, si realizza un frottage che ripropone sulla carta la trama della corteccia. Si possono poi inserire occhi e bocca su questo ricalco per personificarlo e far diventare l’albero un compagno di giochi. In questo senso, la land art ha un grande potere nel rendere familiare la natura».

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