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Quanto pesa sulla biodiversità ciò che mangiamo?

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Quanto pesa sulla biodiversità ciò che mangiamo? Tanti prodotti percorrono ogni giorno filiere globali e una parte del costo ambientale dei nostri consumi impatta sui territori in cui vengono coltivati o allevati. Uno studio ci rivela i dati.
Quanto pesa sulla biodiversità ciò che mangiamo?

Quanto pesa sulla biodiversità ciò che mangiamo? Caffè, cacao, carne, olio di palma, soia, gomma naturale e molte altre materie prime percorrono ogni giorno filiere globali che collegano le scelte di consumo dei Paesi importatori alla trasformazione di foreste tropicali e altri ecosistemi naturali nei Paesi produttori. Una parte del costo ambientale dei nostri consumi, quindi, non si manifesta dove acquistiamo questi prodotti, ma nei territori in cui vengono coltivati o allevati.

Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Ecological Economics, firmato da Stella LauroSilvana Dalmazzone e Marco M. Bagliani dell’Università di Torino e da Giorgio Vacchiano dell’Università di Milano.

La ricerca introduce il Biodiversity Risk, un nuovo indicatore che integra l’estensione delle superfici convertite con il valore ecologico delle foreste, la vulnerabilità delle specie e il loro grado di endemismo. L’obiettivo è misurare in modo più accurato il rischio di perdita di biodiversità associato alla produzione agricola e al commercio internazionale delle materie prime.

Combinando dati satellitari sulla deforestazione con i flussi commerciali di 157 prodotti agricoli, i ricercatori hanno ricostruito gli impatti sulla biodiversità della produzione agricola in 166 Paesi e dei consumi alimentari di 195 Paesi nel periodo 2005-2022. Lo studio collega la conversione delle foreste alle diverse colture agricole e ne valuta gli effetti sulla biodiversità considerando sia gli impatti immediati della trasformazione degli habitat sia quelli dovuti all’occupazione agricola del suolo negli anni successivi.

I risultati mostrano che misurare soltanto gli ettari di foresta persi non è sufficiente. Quando si considera anche il valore ecologico degli ecosistemi, la geografia degli impatti cambia sensibilmente: il Brasile rimane il Paese con la maggiore superficie deforestata, ma è l’Indonesia a registrare il più elevato rischio di perdita di biodiversità.

L’analisi evidenzia inoltre che le diverse filiere agricole incorporano impatti molto differenti. Materie prime agricole come olio di palma, soia e gomma naturale concentrano una quota rilevante del rischio di perdita di biodiversità associato agli scambi internazionali, mentre produzioni come carne, riso e manioca risultano maggiormente legate ai mercati interni dei Paesi produttori. Ne emerge una mappa degli impatti che consente di individuare con maggiore precisione le filiere e i territori sui quali concentrare gli interventi di conservazione.

Lo studio assume particolare rilevanza anche alla luce dell’European Union Deforestation Regulation (EUDR). I risultati mostrano che la sola tracciabilità deforestation-free non è sufficiente: foreste diverse hanno un diverso valore ecologico e la loro conversione può determinare impatti molto differenti sulla biodiversità. Per questo, integrare indicatori come il Biodiversity Risk nelle politiche pubbliche, nei sistemi di certificazione e nelle strategie di approvvigionamento delle imprese consentirebbe di andare oltre il solo controllo della legalità o della superficie deforestata, orientando importazioni, certificazioni e investimenti verso filiere realmente meno dannose. Le soluzioni possibili passano da catene di fornitura più trasparenti, accordi con i Paesi produttori, incentivi per produzioni agricole già localizzate in aree degradate o a basso rischio, fino a scelte di consumo più consapevoli.

Foto: Boys in Bristol Photography su Pexels

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