Tragedia in Nepal, i ricercatori: «L’Himalaya sta cambiando»
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Il ricercatore nepalese Dipesh Chapagain studia il clima da anni all’Università delle Nazioni Unite di Bonn, in Germania, e, dopo l’evento estremo che ha colpito il Nepal, sottolinea come il riscaldamento climatico possa essere uno dei fattori in gioco.
Dipesh Chapagain è cresciuto tra le colline del Nepal orientale e ora è impegnato nello studio dei rischi che minacciano le montagne, presso l’Università delle Nazioni Unite di Bonn, in Germania. «Quando ero bambino, non era così» ha dichiarato in una intervista a Fabrice Robinet per il sito delle Nazioni Unite – O quando i miei genitori o i miei nonni erano bambini, non era questa la sfida principale».
Il 26 agosto scorso un versante montuoso in alta quota sull’Himalaya ha ceduto e il crollo è stato registrato dagli strumenti sismici come evento di magnitudo 5.2. La roccia ha trascinato a valle un’enorme massa di ghiaccio e detriti per circa 1.200 metri. Acqua, sedimenti e massi si sono riversati nei fiumi sottostanti, travolgendo città e villaggi lungo. In una stazione di monitoraggio, il livello dell’acqua è salito fino a nove metri in mezz’ora. Centinaia i morti e migliaia i dispersi.
«La catastrofe è una brutale dimostrazione di un problema su cui gli scienziati del clima mettono in guardia da anni – scrive Robinet – La struttura dell’Himalaya sta cambiando, esponendo milioni di persone a pericoli sempre più difficili da prevedere e, in alcuni casi, più distruttivi».
«Gli esperti stanno ancora ricostruendo la sequenza degli eventi che hanno portato al disastro di mercoledì. L’analisi delle immagini satellitari suggerisce che la roccia sottostante a un ghiacciaio abbia ceduto, riversando un’enorme massa di ghiaccio e detriti nel Lhende Khola, affluente del fiume Bhotekoshi, e innescando la devastante cascata che ne è seguita» spiega ancora Robinet, che segnala anche la ricerca sulle inondazioni causate dallo straripamento dei laghi glaciali che il dottor Chapagain e i suoi colleghi conducono nell’Hindu Kush-Himalaya. Hanno analizzato 493 inondazioni, dalle prime registrazioni disponibili fino al 2024, ed è emerso che questi eventi sono diventati circa cinque volte più frequenti dal 1950, passando da una media di circa sette ogni decennio a 34.
(Foto a destra: Planet Labs PBC, immagine satellitare che mostra Yimure, in Nepal, prima e dopo la tragedia)

«Tali inondazioni si verificano in genere quando l’acqua di fusione si accumula nei laghi intorno ai ghiacciai in ritirata, spesso trattenuta da ghiaccio instabile o da rocce e sedimenti incoerenti. Quando queste dighe naturali cedono, enormi volumi d’acqua possono essere rilasciati quasi istantaneamente – spiega Robinet – Ma il disastro di mercoledì sembra aver seguito una sequenza di eventi diversa». «Questa volta, il passaggio intermedio è stato saltato» ha affermato il dottor Chapagain. Invece di un lago glaciale che straripa, rocce e ghiaccio sono crollati dal fianco della montagna, generando un torrente a valle.
«Non è chiaro se il cambiamento climatico abbia causato il crollo di mercoledì – scrive ancora Robinet – ma il riscaldamento globale sta rapidamente trasformando l’ambiente di alta quota in cui si verificano tali disastri. Con lo scioglimento dei ghiacciai e il disgelo del permafrost, le rocce un tempo sostenute o trattenute dal ghiaccio possono diventare instabili, mentre l’aumento dell’acqua di fusione può indebolire ulteriormente i versanti montuosi». Inoltre
«cC’è poi un problema più profondo – aggiunge Robinet – Anche se le emissioni di gas serra diminuissero drasticamente, i ghiacciai continuerebbero a perdere massa per decenni a causa del riscaldamento già in atto nel sistema climatico».
Foto: Yogendra Singh su Pexels
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