Come si insegna l’antifascismo a scuola

Dopo le manifestazioni fasciste e razziste susseguitesi in Italia negli ultimi mesi occorre una riflessione sui valori democratici e sulla scuola, che dovrebbe trasmetterli.

29 Aprile 2018
Come si insegna l’antifascismo a scuola. Educazione

Hanno lasciato dietro di sé un grande clamore, in buona parte giustificato, alcune manifestazioni fasciste e razziste che nelle scorse settimane e mesi si sono susseguite nel nostro paese. Un fenomeno che allarma e che interroga sulla difficoltà a superare comportamenti di questo genere.

Al di là delle motivazioni, già ampiamente commentate dai media, che determinano questi fatti, è evidente che c’è una difficoltà ad apprendere stili di convivenza democratici, a incorporare in profondità i valori della fratellanza, dell’ospitalità e dell’integrazione delle diversità nel rispetto e nell’accettazione reciproci.

Chiediamoci tuttavia se davvero facciamo il necessario affinché questo genere di valori e di comportamenti siano introiettati fin dalla più tenera età. Chiediamoci se per esempio la scuola, che è l’ambiente d’apprendimento più importante per i futuri cittadini, davvero promuova questo genere di formazione.

Ci sono, io credo, buone ragioni per dubitarne. Non tanto perché non si studi sufficientemente la democrazia o non si approfondisca il fascismo come fenomeno storico, o non si invitino sufficienti testimoni (ormai in via di estinzione, ahinoi) di quei fatti terribili. Neppure, credo, per il revisionismo ormai diffuso troppo spesso dai media.

Non penso infatti che l’antifascismo si studi sui libri o si apprenda nelle conferenze, per quanto salutari e appropriate possano essere.

Credo che l’antifascismo si apprenda nei comportamenti quotidiani della vita scolastica. Per esempio nel grado di accettazione, ospitalità e rispetto che viene garantito a tutti entro questi luoghi. Purtroppo, troppo spesso la scuola invece è un luogo di grandi dissimmetrie, di uso del potere e del ricatto per imporre lo studio, di squalifica e di svalutazione, di emarginazione e di competizione.

Vi è forse nella maggioranza delle nostre scuole uno strenuo sforzo per il rispetto reciproco tra insegnanti e studenti, vi è una spinta continua all’ospitalità delle differenze, all’accoglienza dei comportamenti diversi o devianti, vi è lo sforzo per decidere insieme, democraticamente, per fondare una comunità davvero capace di recepire le posizioni di tutti e tenere conto del contributo di tutti?

Non credo proprio. Purtroppo la nostra scuola, pur fondata sui valori dell’emancipazione culturale e della cittadinanza consapevole, trascina con sé da sempre una tendenza all’oppressione delle differenze individuali, un ascolto molto debole, impossibilitato anche dal numero spesso troppo alto dei ragazzi nelle classi, una forte dissimmetria tra insegnanti e studenti, nella quale questi ultimi hanno un ben esiguo diritto alla condivisione di ciò che si fa, si decide e si valuta. Una compressione dei corpi, delle emozioni e dell’immaginazione che certo non corrobora lo spirito di partecipazione piena alla comunità educante.

La nostra scuola, nonostante i suoi valori fondatori, perpetua relazioni all’insegna della competizione, della subalternità e dell’obbedienza servile. Non c’è che una traccia risibile di comportamenti democratici. La minaccia, la valutazione e il controllo sono invece i meccanismi su cui riposa il suo funzionamento.

Quale spirito democratico dovrebbe mai promuovere una simile istituzione?

Occorrerà lavorare a lungo su questo se vorremo che le nostre scuole della disuguaglianza e della produttività comincino a fecondare un autentico atteggiamento democratico e antifascista.

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Paolo Mottana è professore ordinario di filosofia dell’educazione all’Università di Milano Bicocca. È co-fondatore del progetto «Tutta un’altra scuola» (www.tuttaunaltrascuola.it) e co-autore del libro La città educante – manifesto dell’educazione diffusa (Asterios), disponibile su www.terranuovalibri.it .

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Aprile 2018

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di Paolo Mottana


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