Guido Dalla Casa: «La grande attualità dell’ecologia profonda»

Impera, oggi, benché mosso dalle migliori intenzioni, un approccio all’ecologia che si può definire superficiale, tutto finalizzato al benessere dell’uomo, visto come distinto dalla biosfera. «L’ecologia profonda è tutta un’altra cosa»: nelle parole di Guido Dalla Casa la portata provocatoria del suo messaggio.

13 Novembre 2019

Impera, oggi, anche mosso dalle migliori intenzioni, un approccio all’ecologia che si può definire superficiale, tutto finalizzato al benessere dell’uomo, visto come distinto dalla biosfera. «L’ecologia profonda è tutta un’altra cosa»: nelle parole di Guido Dalla Casa la portata provocatoria del suo messaggio.

Guido, lei è uno dei principali esponenti in Italia di quella che viene definita ecologia profonda, molto differente da quell'ecologia superficiale che vede comunque l'uomo al centro di tutto. Ci spiega la differenza tra i due approcci?

L’approccio dell’ecologia superficiale è quello attualmente in atto e portato avanti dall’ecologismo classico: tenere pulito l’ambiente, preservare qualche pezzetto di mondo naturale (i Parchi), cercare di contenere i cambiamenti climatici, mantenere l’aria respirabile, e così via. Ma tutto resta finalizzato al benessere dell’uomo, visto ancora come al di fuori e al di sopra della Biosfera. Nulla viene cambiato della filosofia di fondo dell’Occidente.  

Il linguaggio dei movimenti “di superficie” tende a restare quello dell’economia. Questi movimenti spesso vogliono far credere che, passando alle energie alternative e con qualche riciclo, si possa andare avanti con gli andamenti di oggi, o quasi. Le espressioni sviluppo sostenibile, crescita verde, green economy, economia circolare sono state inventate per questo scopo, cioè dare solo una verniciata di verde al mondo attuale, e andare avanti con “la crescita”.

Secondo una definizione ufficiale, lo “sviluppo sostenibile” è “lo sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità, per le future generazioni, di soddisfare i propri bisogni”. Tale definizione è completamente antropocentrica e non tiene in alcun conto la vita degli altri esseri senzienti e tutte le relazioni che li collegano, cioè la buona salute dell’Organismo di cui facciamo parte. Anzi, considera l’uomo ancora “al di fuori” e “al di sopra” della Natura. Il termine “sviluppo” significa ancora in realtà “crescita economica”.

La visione dell’ecologia superficiale è completamente antropocentrica. Inoltre continua ad usare un linguaggio economico e a valutare ogni azione su base monetaria. Salvo qualche eccezione, non rinnega l’idea che lo sviluppo economico costituisca il benessere.

L’approccio dell’ecologia profonda è completamente diverso ed è basato su questi punti essenziali:

  • Dobbiamo renderci consapevoli fino in fondo che siamo una specie animale anche facilmente classificabile (Classe Mammiferi, Ordine Primati). Siamo come un tipo di cellule in un Organismo, cioè l’Ecosfera, o la Terra. Pertanto il primo valore deve essere la buona salute di tutto l’Organismo;
  • Le entità naturali hanno un valore “in sé” e non in funzione umana.  Tutti gli esseri senzienti (altri animali, piante, ecosistemi, esseri collettivi) hanno diritto ad una vita degna.
  • Questo Pianeta può supportare un numero di umani molto inferiore a quello attuale. Inoltre, per il bene del Complesso, dobbiamo essere quasi-vegetariani come gli altri Primati;
  • Tutti i ragionamenti sui processi possibili vanno condotti nel quadro di un paradigma sistemico-olistico e non lineare;
  • La Natura va considerata nel suo aspetto profondamente spirituale e quindi l’etica deve riguardare tutti gli esseri senzienti: non è un’esclusiva umana.

La visione dell’ecologia profonda è ecocentrica. Il benessere è sostanzialmente la serenità mentale.

Come liberarsi, dunque, da questa visione antropocentrica? Ed è necessario secondo lei farlo per attuare una vera rivoluzione ecologica?

Ci possiamo liberare da questo folle antropocentrismo prendendo consapevolezza della situazione attuale e delle conoscenze che ci vengono da molte culture umane (orientali e native) oggi fagocitate dall’Occidente con violenza fisica o psicologica. Possiamo anche chiedere aiuto alla scienza, ma solo alla scienza che confina con la filosofia e non a quella scienza (l’unica divulgata) che confina con la tecnologia e diviene subito schiava dell’economia e dell’industria. Infatti, la scienza conosce la posizione della nostra specie in Natura da circa due secoli (Lamarck, 50 anni prima di Darwin) ma non se ne è ancora accorta: dopo due secoli, si può dire che la Scienza non crede più neanche a sé stessa. Per quanto riguarda l’economia, non dobbiamo dimenticare che troppo spesso assieme allo sviluppo economico, aumentano le psicopatie, l’infelicità, i suicidi, il disagio sociale. Inoltre, ricordiamo che lo sviluppo economico è un’anomalia nata solo in una cultura umana in un determinato momento della sua storia: ha poi invaso tutto il mondo.

Per la sostenibilità, una definizione corretta dovrebbe essere di questo tipo: “L’andamento di un sistema è sostenibile se può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l’evoluzione del Sistema più grande di cui fa parte”. Questa definizione tiene conto della vita dell’Ecosfera, non ha riferimenti antropocentrici, ed ha anche connotazioni etiche e spirituali se consideriamo che nei sistemi complessi si manifestano fenomeni mentali.

Un aiuto può venire anche dalla constatazione che sono esistite 5000 culture umane e ben poche avevano la mania dell’economia e della crescita. Non voglio dire che si deve copiare o ritornare ai tempi passati, ma semplicemente constatare che si può vivere anche senza queste ossessioni, con modelli culturali completamente nuovi, ma compatibili con la Vita dell’Ecosistema complessivo, di cui siamo parte.

A mio parere, abbandonare l’antropocentrismo è assolutamente necessario per ottenere una vera rivoluzione ecologica, cioè pervenire a modelli culturali compatibili con il sistema totale (l’ecosfera, o la terra, o Gaia) e quindi in grado di persistere a tempo indefinito.

Che messaggio si sente di dare ai giovani che oggi si mobilitano nelle piazze con grande partecipazione per chiedere misure a tutela del clima e del pianeta?

Innanzitutto: consapevolezza. Occorre rendersi conto fino in fondo della vastità e della gravità della situazione. Forse non molti si rendono completamente conto che la pretesa della crescita economica è quella di rifare il mondo, cioè mettere strade, impianti, fabbriche al posto di foreste, paludi, savane, ecosistemi marini, cioè sostituire sostanza vivente con materia inerte.

I ragazzi che si occupano di questi problemi di solito non hanno mezzi per poter fare qualcosa di pratico su larga scala. Tuttavia, hanno già ottenuto un grande risultato: la gente si sta accorgendo della situazione, almeno in parte. Inoltre, il mondo ufficiale non si aspettava una simile partecipazione alle manifestazioni e sta tentando di rimediare “inglobando” il movimento. In sostanza gli industrialisti-sviluppisti (multinazionali, politicanti, filo-economicisti, industriali, sindacati) dicono: “Bravissimi! Continuate così! Siamo con voi!” Poi non fanno niente e continuano come prima. Bisogna riuscire ad evitare che il movimento finisca in questo modo.

Poi, attenzione alle quantità. Solo come esempio: le quantità attuali di rifiuti (plastica, rifiuti industriali, scarichi vari, gas-serra) sono assolutamente ingestibili e in crescita continua. È come sperare di fermare un allagamento portando via dei secchi d’acqua, ma lasciando aperti i rubinetti che lo provocano. Per ottenere qualcosa di duraturo, è necessario un cambio radicale di mentalità, di paradigma, di pensiero di fondo. E deve sparire il primato dell’economico, che ci sta perseguitando. Le azioni di “ecologia superficiale”, come la sola decrescita o la sostituzione delle fonti energetiche, sono utili per attenuare i guai, ma sono insufficienti senza una modifica molto più profonda del pensiero generale, del paradigma in cui vengono inquadrate le nostre azioni e le nostre ricerche.

A chi accusa questi giovani di “catastrofismo” bisogna rispondere: i veri catastrofisti sono coloro che vogliono continuare con i valori e gli andamenti di oggi, visto che la crescita economica significa: sovrappopolazione, estinzione di specie, perdita di biodiversità, cambiamenti climatici, inquinamento, aria irrespirabile, distruzione di ecosistemi (foreste!), sofferenza per tutti gli esseri senzienti, insomma è la fine di quanto c’è di bello nel mondo. E questi sarebbero gli ottimisti?

È utile ricordare questo avvertimento, che nel 1969 ha dato Maha Thray Sithu U Thant, all'epoca segretario generale dell'Onu: “Non vorrei sembrare troppo catastrofico, ma dalle informazioni di cui posso disporre come segretario generale si trae una sola conclusione: i Paesi membri dell’ONU hanno a disposizione A MALAPENA DIECI ANNI per accantonare le proprie dispute e impegnarsi in un programma globale di arresto della corsa agli armamenti, di risanamento dell’ambiente, di controllo dell’esplosione demografica, orientando i propri sforzi verso la problematica dello sviluppo. In caso contrario, c’è da temere che i problemi menzionati avranno raggiunto, entro il prossimo decennio, dimensioni tali da porli al di fuori di ogni nostra capacità di controllo”.

Cinquant’anni sono passati invano!

Si può azzardare qualche previsione per il futuro?

Ognuno può fare le ipotesi che crede, ma tenterò di schematizzarle in tre voci:

  • Lo sviluppo economico continua ad oltranza fino a manifestazioni palesi di impossibilità, in un mondo terribilmente degradato;
  • Il sistema ha un periodo di transizione (con probabili eventi traumatici), seguìto dalla nascita di culture con filosofie diverse, non-antropocentriche e non-materialiste;
  • Il sistema si porta gradualmente e dolcemente verso una situazione stazionaria con la fine delle premesse di pensiero che l’hanno generato (antropocentrismo e materialismo).

La prima ipotesi è la più tragica, ed è quella perseguita dalle autorità “ufficiali”. La seconda mi sembra la più probabile. La terza è la più ottimista, ma è assai poco probabile, perché non c’è più tempo. Il nostro sforzo dovrebbe essere quindi quello di rendere meno traumatico possibile il periodo di transizione della seconda ipotesi. Non è un impegno da poco.

di Terra Nuova

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