Il furto legalizzato della biodiversità contadina
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Su seimila specie vegetali che gli esseri umani hanno utilizzato per l’alimentazione, oggi in gran parte del mondo se ne mangiano solo nove. Di queste, appena tre, cioè riso, grano e mais, forniscono il 50% delle calorie. È successo tutto negli ultimi cento anni, in cui il 90% delle varietà vegetali è sparito dai campi degli agricoltori. In questo secolo e poco più abbiamo assistito a una omogeneizzazione delle colture che è coincisa con importanti trasformazioni sociali, economiche ed ecologiche. Una su tutte: la nascita dell’industria sementiera che, partendo dagli Stati Uniti, si è espansa su gran parte del pianeta.
Tuttavia, la diversità genetica delle colture è fondamentale per produrre cibo più nutriente, colture più resilienti e capaci di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Tutto ciò significa che l’uniformità, sebbene nel breve periodo possa fornire un certo aumento di resa, porta con sé altissimi rischi che possono minacciare la sicurezza alimentare. E il trattato internazionale sulle risorse genetiche è stato così trasformato in uno strumento di biopirateria legalizzata.
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