Nascita Lotus Birth, cosa sapere quando si sceglie
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Il Lotus Birth prevede che la nascita avvenga nel pieno rispetto della fisiologia e che il cordone ombelicale resti attaccato al bambino e alla placenta fino al suo naturale disseccamento e alla sua caduta. Come spiega bene la dottoressa Elena Benigni nel suo libro “Medicina placentare”, una scelta di questo tipo permette il transito dalla placenta al bambino di innumerevoli sostanze nutritive anche dopo la nascita. Ma oggi in Italia questa pratica non è ancora diffusa uniformemente e per lo più la si sceglie nei parti a domicilio o in casa maternità, poiché negli ospedali e nelle strutture pubbliche resta ancora piuttosto difficoltosa. Ne parliamo con l’avvocato Chiara Lombardo.
Avvocato quali sono oggi le difficoltà che può incontrare una donna in attesa, che voglia ritardare il taglio del cordone o scegliere il Lotus Birth?
«Il problema è la concezione attuale della gravidanza, come espressione non tanto di uno stato fisiologico ma di qualcosa che si è progressivamente trasformato in un evento avulso dalla meravigliosa normalità del ciclo della vita, che è stato confinato in una “istituzione”, l’ospedale, e la cui gestione è stata progressivamente sempre più delegata a operatori e tecnici, che si sono resi protagonisti sulla scena del parto, relegando la donna a un ruolo passivo, spesso dimenticando le sensibilità della partoriente, del neonato e i suoi bisogni. Mi vengono a mente alcuni fattori che possono aver determinato questo processo, come ad esempio formazione del personale sanitario che accompagna la donna in gravidanza. Non possiamo non fare i conti con una formazione accademica che, salvo rari casi, risente di una concezione della gravidanza come stato “innaturale”, “a rischio”; penso al libretto della gravidanza in uso presso alcune Asl, una ventina di anni fa, che prescriveva una serie di esami e controlli che tendevano, nell’insieme, a trasmettere l’idea della gravidanza come uno stato patologico e comunque necessariamente ospedalizzato. Trovare un’apertura a pratiche come il parto a domicilio, peraltro praticato in Italia fino agli anni ‘60 del 900, e al Lothus Birth, o alla conservazione della placenta, non è affatto scontato. C’è poi la mancanza di educazione che abbiamo noi donne alla conoscenza del nostro corpo. Paradossalmente rivendichiamo diritti nei confronti dell’altro sesso, sembriamo estremamente disinvolte e libere, ma spesso non siamo consapevoli né del nostro corpo, del nostro piacere né tanto meno di quanto ci accade in gravidanza. Di conseguenza non siamo consapevoli di quelli che sono i nostri diritti e quindi fatichiamo a rivendicarli o ad affermarli. Ciò accade anche perché, soprattutto nelle strutture pubbliche, non è facile instaurare un rapporto costante e continuativo di effettiva reciproca conoscenza fra l’operatore sanitario e la donna incinta. Accanto a questo vi è un timore connaturato degli operatori sanitari di assumersi responsabilità nel caso in cui vi siano difficoltà durante il parto o semplicemente nel caso in cui si chieda loro di “uscire” dal protocollo. Inoltre la legislazione fatica molto a riconoscere queste pratiche, che sembrano appartenere a culture lontane e altro da noi. Non possiamo dimenticare che la funzione del diritto si svolge intorno a fondamentali principi e valori nei quali la società storicamente si riconosce e che intende realizzare. Il diritto proviene dall’uomo ed è in funzione dell’uomo, non è semplicemente una mera somma di concetti e astrazioni, ma esprime la vita stessa di una società: quindi più saranno le donne e le coppie che praticheranno il Lotus Birth e/o il parto a domicilio o chiederanno di riavere la placenta, maggiore sarà la necessità per il legislatore di riconoscere e disciplinare queste situazioni. Ci tengo a dire che, come un fiume carsico, le donne e le coppie che scelgono il Lotus Birth e/o il parto in casa si stanno sempre più diffondendo e questo è un elemento molto importante perché sarà inevitabile per il legislatore prenderne conoscenza e quindi legiferare la materia. Attualmente il parto a domicilio è riconosciuto da alcune Regioni che prevedono anche il rimborso fino all’80% delle spese sostenute. In questo senso consiglio un’attenta lettura delle indicazioni delle Asl delle singole regioni. Il Lotus Birth invece non ha ancora una grande diffusione, e per le donne è più difficile ottenerlo. In assenza di leggi specifiche possiamo quindi ricorrere a quelli che sono i principi fondamentali riconosciuti dal nostro ordinamento e quindi l’articolo 32 della Costituzione, l’articolo 5 del codice civile e il principio del consenso informato, la cui lettura combinata ci consente di esplicitare due diritti fondamentali della persona: quello dell’autodeterminazione e quello della tutela della salute. La donna e la coppia possono, instaurando un buon rapporto con gli operatori sanitari, informarsi sul tipo di parto che viene proposto dalla struttura ospedaliera e richiedere espressamente di praticare la nascita a domicilio o il Lotus Birth. La donna potrà chiedere informazioni specifiche sulle modalità di parto e spiegare le proprie ragioni. Occorre insomma che queste richieste vengano formulate per tempo, che siano motivate in maniera ragionevole e informata. La donna dovrà ascoltare le motivazioni che la struttura ospedaliera potrà muovere in caso di diniego e obiettare, nel caso, come questo tipo di nascita garantisca il miglior benessere per il proprio nascituro e per se stessa citando gli articoli e i principi a essi sottesi. Laddove il confronto verbale non risultasse soddisfacente, la donna potrebbe formalizzare la sua richiesta alla direzione sanitaria con l’invio di una pec o di una raccomandata a/r determinando così la struttura ospedaliera a prendere una posizione formale».
È possibile oggi in Italia conservare la placenta o farsela consegnare dal personale ospedaliero dove si è svolto il parto?
«Le motivazioni per Lotus Birth e parto a domicilio valgono per supportare la richiesta di restituzione della placenta. È pacifico che la placenta appartenga alla donna partoriente, le strutture ospedaliere tendenzialmente obiettano sulla restituzione perché la placenta viene considerata, proprio perché innestata in un processo standardizzato e non personalizzato di ospedalizzazione, come un rifiuto speciale. Si stanno però sempre più diffondendo casi di donne e coppie che riescono a ottenerne la restituzione. Anche in questo caso, la cosa più importante è instaurare un rapporto di fiducia con gli operatori sanitari e spiegare che si è interessati alla restituzione della placenta, motivando la richiesta in maniera sensata e rispettosa delle norme vigenti. Le direzioni di alcuni nosocomi hanno autorizzato la consegna della placenta, purché frutto di un parto regolare, a fronte di una dichiarazione della donna e/o della coppia che solleva l’ospedale da qualsiasi responsabilità, assumendosi, così la donna e/o la coppia la responsabilità della sicurezza del trasporto e il successivo smaltimento, precisando che non vi è alcuna volontà di un utilizzo speculativo dell’organo».
Sono leciti e ammissibili utilizzi della placenta o le norme sono ancora vaghe?
«Le norme sono ancora poche e innestate in un contesto disorganico, a eccezione di alcuni divieti come quello di utilizzare la placenta per cure eterologhe. C’è qualche spazio normativo laddove la donna la impieghi a uso autologo e allogenico consenguineo. Ma la materia è insidiosa anche perché i benefici della medicina placentare necessitano ancora di una legittimazione da parte della cosiddetta medicina ufficiale, che fatica a riconoscere la meravigliosa capacità autocurativa del corpo umano, quando è centrato e consapevole delle sue risorse. Mi piace chiudere con le parole di una poetessa contemporanea Chandra Livia Candiani: “Dunque, solo il corpo / è patria e dimora / di noi spiumati / e senza casa, / il corpo sa, / di muschio e nulla, / di essere immenso / di contenerlo / sa”»
PER APPROFONDIRE
La dottoressa Elena Benigni in questo libro ci spiega quanto sia importante mantenere la placenta il più a lungo possibile attaccata al neonato attraverso il cordone ombelicale per trasferire sangue, sostanze nutritive e cellule staminali al piccolo. E quanto sia importante conservare la placenta per ricavarne rimedi naturali da utilizzare efficacemente in caso di disturbi tra i più diversi. Oggi è possibile e i risultati possono essere sorprendenti. Trovate qui le informazioni necessarie, incluse quelle legali, per evitare il taglio precoce del cordone ombelicale, ottenere la restituzione della placenta e conoscerne i possibili utilizzi. Queste pagine rappresentano un lavoro completo e all’avanguardia sulle potenzialità terapeutiche dell’utilizzo della placenta.
Introduzione di Ibu Robin Lin

