Sotto la superficie: l’editoriale di luglio
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di Nicholas Bawtree, direttore editoriale di Terra Nuova
C’è un momento, nei giorni al mare, d’estate, che fin da piccolo mi è sembrato quasi un’iniziazione… Succede quando per la prima volta si indossa una maschera e si immerge il viso nell’acqua. Fino a un attimo prima c’è una superficie luminosa, abbagliante, quasi astratta. Poi, all’improvviso, compare un altro mondo. Una parete di roccia ricamata da alghe, un banco di minuscoli pesci argentati che si muove come un unico organismo, un granchio che fa capolino dalla sua tana, giochi di luce che nessun artista saprebbe riprodurre. Niente è cambiato. Eppure tutto è cambiato. Quel mondo era lì anche prima. Semplicemente non lo vedevamo. Da bambini ci sembrava una magia. Forse perché non avevamo ancora imparato a considerare normale il mistero.
Ricordo la sensazione di essere ospite in una dimensione immensamente più vasta di me. Una dimensione che non aveva bisogno della mia presenza per esistere. E ogni volta che riaffioravo, portavo con me una specie di nostalgia. Non la nostalgia di un luogo lontano, ma di uno sguardo. Perché bastava togliersi la maschera e il mare tornava a essere soltanto mare. Con il tempo ci succede la stessa cosa quasi ovunque.
Attraversiamo il mondo come se fosse composto da oggetti separati, eventi isolati, frammenti senza legami apparenti. Eppure basta poco per accorgersi che sotto la superficie continua a esistere altro. Molto altro. Dietro un pesce che arriva sulla tavola non ci sono soltanto tecniche di pesca, allevamenti, etichette o certificazioni. C’è un mare intero. Ci sono correnti, migrazioni, catene invisibili di relazioni. C’è una storia che ci precede e che continuerà dopo di noi.
Conoscere tutto questo è importante. Informarsi è importante. Anche scegliere con attenzione ciò che mettiamo nel piatto ha un valore profondo. Ma la consapevolezza più duratura forse nasce quando la conoscenza incontra lo stupore. Perché quando ci meravigliamo davvero di qualcosa, il modo in cui ci relazioniamo a quella cosa cambia radicalmente. Non abbiamo più bisogno di ricordarci continuamente che dovremmo averne cura. La cura diventa una conseguenza naturale dello sguardo. Chi ha osservato sott’acqua un piccolo ecosistema pulsare di vita sa di cosa parlo. Per qualche istante cade l’illusione di essere separati dal resto. Non siamo spettatori. Siamo parte della stessa trama.
Forse l’ecologia più autentica nasce esattamente qui. Prima ancora delle regole, delle statistiche, delle certificazioni e perfino delle scelte. Nasce da un incontro. Da quel silenzioso spostamento del cuore che avviene quando riconosciamo la bellezza del mondo e comprendiamo, senza bisogno di molte parole, che gli apparteniamo. L’estate, con la sua luce generosa, ci offre ancora questa possibilità.
Abbassare il viso sull’acqua. Guardare. Ricordare. E magari tornare a riva portando con noi non tanto una lezione, quanto un’emozione. Perché è difficile restare indifferenti a ciò che si è imparato ad amare. Ed è difficile amare davvero ciò che non si è mai visto.
Foto: Ahmed Shan su Pexels
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