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FederBio: «Siccità? Il bio resiste molto meglio»

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Un suolo “vivo” fa la differenza proprio nei periodi di siccità, mentre un suolo impoverito, al contrario, lascia scorrere l’acqua in superficie, favorendo alluvioni invece che infiltrazione. E il bio reagisce meglio!
FederBio: «Siccità? Il bio resiste molto meglio»

Quanto può resistere un campo, un pascolo, un intero territorio quando non piove per settimane? I dati ISPRA parlano di una riduzione della risorsa idrica rinnovabile del 7% rispetto alla media storica, un segnale che rende sempre più urgente smettere di considerare il suolo un semplice supporto inerte su cui distribuire fertilizzante, per trattarlo invece come un organismo vivo da curare. 

Ne abbiamo parlato con Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, la federazione che riunisce le principali realtà italiane della produzione, trasformazione, distribuzione, certificazione e tutela del biologico e del biodinamico. 

Secondo Mammuccini, un suolo “vivo” fa la differenza proprio nei periodi di siccità: dalla degradazione della sostanza organica (sfalci, scarti di lavorazione, letame maturo) i microrganismi producono humus, capace di trattenere l’acqua come una spugna e cederla gradualmente alle radici. Un suolo impoverito, al contrario, lascia scorrere l’acqua in superficie, favorendo alluvioni invece che infiltrazione. In territori un tempo fertilissimi come la Pianura Padana, dove l’agricoltura intensiva non restituisce più al terreno la sostanza organica consumata dalle colture, si registrano oggi veri e propri fenomeni di desertificazione, con valori scesi fino all’1%. 

Il cuore del metodo biologico, spiega Mammuccini, sta proprio in questo: mentre l’agricoltura convenzionale nutre la pianta con i concimi chimici, il biologico nutre la terra. La biodinamica va oltre, rendendo obbligatoria l’integrazione tra produzione vegetale e allevamento, per restituire al letame il ruolo di risorsa preziosa che l’allevamento intensivo gli ha sottratto, trasformandolo altrove in un problema di inquinamento. 

Un discorso che riguarda da vicino anche le aree interne e montane: un allevamento estensivo e biologico, valorizzando i pascoli, potrebbe rigenerare il suolo, ridare vitalità a territori oggi spopolati e rendere il settore più attrattivo per il ricambio generazionale, uno dei nodi più critici dell’agricoltura italiana. 

Il biologico, sottolinea la presidente di FederBio, non è solo una scelta ambientale ma anche una convenienza economica concreta: il Bioreport del CREA, pubblicato a fine maggio, indica per il periodo 2024-2025 costi dei mezzi tecnici (concimi, trattamenti, mangimi) inferiori del 38% rispetto al convenzionale, un divario destinato probabilmente ad ampliarsi con l’instabilità geopolitica del 2026. Da qui la richiesta, ancora inascoltata, di un’IVA agevolata sui prodotti bio e di un credito d’imposta sui costi di certificazione, a fronte dei 100 milioni recentemente stanziati per i fertilizzanti convenzionali. 

Con una SAU biologica italiana al 20,2%, vicina al target UE del 25% entro il 2030, Mammuccini individua alcuni ostacoli chiave da superare: una comunicazione istituzionale che chiarisca ai cittadini la differenza tra biologico e prodotti genericamente “naturali”, la diffusione dei benefici del bio sulla salute (dagli studi con l’Università di Tor Vergata sul microbiota intestinale), una maggiore equità lungo la filiera — con esperienze come quella di NaturaSì, che indica il prezzo pagato all’agricoltore — e una semplificazione del peso burocratico che oggi penalizza soprattutto le piccole aziende, mettendo a rischio la loro permanenza nel biologico.

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