Donne: custodi della biodiversità

Si sta combattendo una vera e propria guerra contro il Pianeta e la soluzione è in mano alle donne... Le riflessioni di Renata Balducci, Presidente Associazione Vegani Italiani Onlus - AssoVegan.

13 Agosto 2018
Donne: custodi della biodiversità. Attualità

Vandana Shiva, scienziata e militante in difesa dell’ambiente e degli indigeni, nel suo ultimo libro Fare pace con la terra denuncia come si stia combattendo una vera e propria guerra contro il Pianeta: contro i popoli, le foreste, l’acqua, gli animali.

Ma la soluzione c’è ed è in mano alle donne, che custodiscono la maggior parte dei saperi e delle tradizioni legate all’approvvigionamento di cibo e alla coltivazione.

La principale minaccia alla biodiversità deriva dalle monocolture, non solo quelle reali, ma anche quella che lei chiama «monocoltura della mente», ovvero un’idea di sviluppo capitalistico che cancella ogni diversità, che crea la sindrome della «mancanza di alternative».

Questo approccio giustifica ogni tipo di violenza nei confronti dell’ambiente e distrugge l’esistenza stessa delle alternative, i saperi locali; così come l’esistenza delle diverse specie. La silvicoltura e l’agricoltura moderna dividono artificialmente il mondo vegetale in foresta e zona agricola, che producono distintamente legname e cibo. Per i saperi locali, invece, la foresta è insieme ecologico unitario, che fornisce cibo, fertilizzante e legname.

Negli ultimi trent’anni alle popolazioni del Sud del mondo è stata imposta forzatamente un’economia per la quale le foreste vengono abbattute per fare spazio a foraggi per animali, palma da olio, cacao, caffè, cotone, eucalipto. Secondo la Fao, se questo sfruttamento perdurerà ancora a questi livelli, le foreste tropicali dell’Asia e del Sud America saranno esaurite entro la fine di questo secolo.

I produttori agricoli sono diventati fornitori di materie prime per l’industria e non più di cibo per la popolazione locale.

Se la divisione patriarcale del lavoro aveva dato alle donne il ruolo di fornire cibo per le proprie comunità, l’economia scientifica e tecnologica le considera come «non-produttive», «economicamente inattive» e rende invisibile il loro lavoro nella produzione di cibo. Esse però producono ed elaborano la maggior parte del cibo nel mondo. Sono inoltre portatrici di un patrimonio immateriale immenso: la conoscenza in biodiversità, agricoltura e alimentazione. Se questo contributo alla conoscenza e allo sviluppo della biodiversità fosse riconosciuto, coltivatori e popolazioni tribali emergerebbero come produttori.

La «fame nel mondo» potrebbe essere risolta! «Senza la sovranità dei semi, non c’è la sovranità alimentare. Se perdiamo i nostri semi, perdiamo la nostra libertà, la nostra storia, il nostro futuro» dice Vandana: è arrivato il momento di dare spazio alle donne che li difendono.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Luglio-Agosto 2018

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di Renata Balducci


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