Di un’estate infinita: un viaggio alla scoperta di sé, tra ecovillaggi e fattorie wwoof

Un racconto avvincente di Andrea Malagola, che da un call center di Milano parte per un’avventura alla scoperta di sé e di un’Italia che vive un diverso paradigma.

09 Maggio 2018

“Quello che mi ha spinto a partire in quel momento era soprattutto il tentativo di evadere da un ergastolo sociale – il mio ruolo, il lavoro, la città, … - in cui ero, di fatto, imprigionato” racconta Andrea Malagola, autore del libro Di un’estate infinita (e di altre stagioni più o meno belle della vita), pubblicato nel 2018 da Terre Sommerse. Un racconto alla scoperta di sé che lo ha condotto attraverso un’Italia che vive un diverso paradigma, tra fattorie woof ed ecovillaggi. Un racconto ispirante, che dà voce al bisogno di cambiamento e che narra l’attraversamento dell’ignoto. “Il mio disagio dopotutto era quello di molti: il traffico violento delle strade a qualsiasi ora, lo squallore spietato della spesa nei centri commerciali, le facciate grigie dei palazzi con dentro le scatole arredate, le televisioni accese sulla pubblicità: insomma il male di vivere di cui mi sembrava intimamente pervaso ogni angolo di una città come Milano. E io a trentaquattro anni ero di fronte ad un bivio: continuare a recitare il mio ruolo e la mia vita, dentro a call center che mi dava un lavoro tanto sicuro quanto alienante oppure provare a guardare oltre, mettermi in gioco, sfidare i limiti di ciò che sembravo destinato a vivere. E allo stesso tempo provare a sperimentare i miei. Sentivo un fuoco dentro che sembrava solo aspettare di poter divampare. Partii senza una meta precisa, perché in quel momento la cosa importante mi sembrava il cammino stesso, non l'arrivo”.

Il racconto si riferisce all’anno 2016, e si sviluppa in un arco temporale di sei mesi, in cui l’autore lascia la città natale, Cologno Monzese (Milano) per sperimentarsi nella vita comunitaria, rurale, in mezzo a tante persone che stanno sperimentando una vita all’insegna della decrescita. Ed è lì che trova un Andrea inedito, è tra questa gente che scopre un modo diverso di comunicare e intrecciare relazioni. “In sei mesi ho vissuto una quantità di esperienze che forse, restando a Milano, avrei potuto vivere in una vita. L'incontro con la Comunicazione empatica e con la Via del cerchio, in particolare, è stato sconvolgente, per me che venivo dalla metropoli e avevo modelli di relazione e confronto totalmente differenti. Non riuscivo a far conciliare il vecchio Andrea con il nuovo, all'improvviso mi sentivo come "diviso" in due, schizofrenico. Già dall'adolescenza avevo maturato una visione della realtà e anche un'ideologia politica molto schematica e giudicante. Inoltre avevo scarsa o nessuna consapevolezza delle mie emozioni. Credevo che tutto si sarebbe sistemato dopo l'agognata rivoluzione, dopo il Sol dell'avvenire, e che quindi non ci fosse tempo ora per queste "sciocchezze". Invece poi mi sono reso che non avevo sì tempo, ma di aspettare! Volevo viverli qui e ora i Soli dell'avvenire! E così alla fine la potenza dell'ascolto profondo, del non giudizio - per quanto difficilissimo! - e dell'espressione delle emozioni ha in qualche modo prevalso. E questo forse è stato il dono più bello che mi sono portato a casa”.

La nuova dimensione ha permesso all’autore di scoprire parti di sé, altrimenti negate. Nel capitolo La via del cerchio, descrive in modo semplice ed efficace uno di questi passaggi: “Un pomeriggio Manitonquat ci invitò a dividerci in due cerchi: uno di sole donne e uno di soli uomini. Lo scopo era quello di provare a farci sperimentare affinità tra i bisogni e di poter parlare più liberamente. Per me fu importante: molti uomini si aprirono, dimostrandosi sensibili e rifiutando lo stereotipo del maschio che non deve mai piangere né manifestare le proprie emozioni. Anch’io dissi qualcosa: «Non voglio essere un uomo forte come mi dicono che devo essere. Voglio essere me stesso. Voglio essere libero di gettare la maschera, di arrossire quando mi sento arrossire, di ridere quando voglio ridere e di piangere quando voglio piangere, di manifestare le mie emozioni…». Un secondo dopo non riuscivo a credere di aver detto ciò che avevo detto. Le parole mi erano uscite da sole, prima dei pensieri. Senza filtri. E la cosa ancor più incredibile è che ne ero felice. Non volevo nascondere i miei difetti e le mie debolezze. Almeno non a quel gruppo, di cui in quel momento mi sentivo orgoglioso e grato di far parte. Per sdrammatizzare aggiunsi: «Nel ’68 avevo provato a partecipare ai collettivi femministi, ma mi avevano cacciato». Ridemmo tutti insieme e ci abbracciammo. Tra uomini”.

Panta rei, il Parco delle energie rinnovabili, Tempo di vivere, il raduno Rive, sono alcune delle esperienze toccate da Andrea Malagola, che lo hanno accolto e accompagnato lungo la sua avventura. Uno spaccato di vita, uno spaccato d’Italia, un fuoco che lui stesso ammette “di non essere più in grado di spegnere”.

E adesso? “Grazie alle persone che ho incontrato, ho capito l'importanza dell'andare "verso" qualcosa, e non solo "via da qualcosa", come invece pensavo inizialmente. Ho maturato l'importanza di costruirmi un percorso serio di scollocamento, magari inizialmente aggregandomi ai percorsi collettivi già in essere, e contribuire a dar loro forza. Penso alla RIVE, per esempio, e agli ecovillaggi che la animano”.

Per saperne di più:

Malagola A., Di un’estate infinita (e di altre stagioni più o meno belle della vita), Ass. Terre Sommerse – IBS, 2018.

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di Francesca Guidotti


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