Piccola scuola Kether: imparare la libertà
homepage h2
di Viola Carmilla
Non è una classica scuola ma una comunità autoeducante, uno spazio liberato dal controllo dell’adulto, dove si cresce insieme, imparando dalle esperienze e dallo stare in relazione. La Piccola scuola libertaria Kether si trova tra le colline di Verona ed è stata la prima realtà italiana a scegliere il modello dell’educazione libertaria: un esperimento iniziato nel 2004 con il nome di Kiskanu (l’albero della vita nell’antica Mesopotamia), poi proseguito dal 2012 con un cambio di nome e di sede, a segnare un cammino ancora più integrale. I bambini, quasi quaranta, hanno dai 3 agli 11 anni, con un ciclo di secondaria (scuole medie) che si è appena concluso per concentrarsi in futuro su materna e primaria.
Qui gli adulti accompagnano, mettono a disposizione le conoscenze, ma non dirigono: il percorso educativo nasce da un rapporto paritario tra generazioni, disposte a imparare le une dalle altre. Non ci sono docenti ma accompagnatori, che «devono essere preparati sulle materie, onesti ma anche capaci di destrutturarsi, per riuscire a comunicare davvero con i ragazzi», spiega Giulio Spiazzi, accompagnatore e cofondatore dell’associazione. Alla Kether l’educazione è incidentale: accoglie i piccoli “incidenti”, le casualità della vita, come spunti di riflessione e di apprendimento, integrandoli con le materie di studio. Oltre alle materie tradizionali, su cui i ragazzi in età scolare sostengono ogni anno un esame di idoneità, si impara a stare insieme, a osservare ciò che accade e soprattutto a essere liberi, assicurandosi che gli altri godano della nostra stessa libertà.
«Un momento importante è quello dell’assemblea, convocata su decisione autonoma dei ragazzi quando occorre prendere decisioni che riguardano la collettività. Alle assemblee partecipano tutti, anche i più piccoli, e tutti imparano a esprimere la propria opinione davanti agli altri». Non ci sono votazioni a maggioranza, nessuno esce sconfitto: si segue il metodo consensuale, imparando ad ascoltarsi e a modificare la propria posizione per trovare soluzioni comuni. Il processo richiede tempo, ma «la comunità autoeducante si nutre di un tempo altro rispetto alla frenesia decisionale dei tempi odierni», spiega ancora Spiazzi. In questo contesto «l’ego oppositivo si abbassa e tutti lavorano per la comunità».
«I bambini devono poter esercitare un potere sulle cose che li riguardano»: sono loro a stabilire il calendario settimanale delle materie, e a fine anno valutano il lavoro degli adulti, decidendo se un accompagnatore può restare o se desiderano cambiare figura di riferimento.
Il giudizio viene lasciato fuori dalla porta: alla Kether non ci sono valutazioni. L’errore, invece, è accolto come un maestro: sbagliare aiuta a ripensare la materia, a rivedere il percorso e modificarlo. Così i ragazzi sviluppano fiducia e autostima, incanalando le energie in direzione dei loro talenti. «Viviamo in un’epoca e tra strutture continuamente giudicanti, e verso il basso. In assenza di un giudizio negativo si scoprono energie sconosciute, talenti, qualità: è su questo che vogliamo concentrarci».
I risultati si vedono, spiegano i promotori: i ragazzi si inseriscono con facilità nel percorso di istruzione superiore. «Venendo da questo tipo di autoeducazione i ragazzi sono più elastici e più forti anche quando arrivano voti e giudizi: hanno più strumenti, strategie più raffinate, non pensano di essere quel voto, pensano semmai a come fare meglio la prossima volta».
Molti ex allievi restano in contatto, negli anni, con la struttura e con gli accompagnatori. Alcuni hanno seguito percorsi universitari di eccellenza, altri si sono realizzati nel lavoro, ma quasi tutti mostrano una differenza fondamentale rispetto a tanti coetanei: sono giovani adulti felici.
La giornata tipo
• Partenza con i pulmini dai tre punti di ritrovo a Verona; il viaggio è già un momento di conversazione e di apprendimento.
• All’arrivo, 20 minuti di gioco libero all’aperto.
• Scelta dei temi e lavoro in gruppi autoformati, con libertà di uscire o di osservare il lavoro degli altri gruppi.
• Ricreazione e gioco all’aperto, mezz’ora o più.
• Lavoro in gruppi autoformati.
• Pranzo comune con cibo portato da casa.
• Ritorno con i pulmini ai punti di ritrovo in città.
LETTURE UTILI
È possibile imparare senza essere obbligati a frequentare lezioni? Senza essere sottoposti a voti e alla minaccia di una bocciatura? Questo libro risponde di sì attraverso le voci e le esperienze concrete di coloro che animano le scuole democratiche libertarie in Italia e nel mondo. Gli autori, con linguaggio chiaro e appassionato, ricostruiscono la storia e i presupposti teorici dell’educazione non autoritaria, dall’assenza dei voti alla libertà d’apprendimento, dalle regole condivise al protagonismo degli studenti. I tratti comuni a ogni esperienza educativa, così come le peculiarità dovute ai diversi contesti ambientali, emergono attraverso le testimonianze di studenti, insegnanti e genitori, che ci raccontano la vita e le scelte quotidiane in questi gruppi educativi non convenzionali. In chiusura del volume potete trovare una mappa dei progetti e delle esperienze di scuola democratica in Italia, alcune informazioni concrete per diffonderle nel nostro paese e una ricca bibliografia per chi desidera approfondire.

