E il papà dov'è?

Il nostro lettore Francesco d'Ingiullo ci propone questo suo intervento sul ruolo educativo del padre nella famiglia attuale.

09 Gennaio 2017

In questo periodo difficile per la società umana in cui il consumismo e lo sfruttamento generale hanno eroso le basi del vivere in relazione, smantellato l’unità cooperante familiare e comunitaria e stanno dissolvendo, complice lo sviluppo tecnoscientifico poveramente eticizzato, perfino quella simbiosi di cura nella diade madre-bambino dalla gravidanza al parto e al dopo parto, scrivere del ruolo paterno può sembrare superfluo. Spodestato dalla rigida mansione di capo famiglia, l'uomo-partner, è stato privato anche della funzione di accudimento e protezione che gli compete in qualità di persona più vicina emotivamente, sessualmente e socialmente alla coppia madre-bambino. La mamma mammifera umana ed il suo cucciolo vivono durante la gravidanza e nei primissimi anni di vita del bambino un periodo di vulnerabilità durante il quale eventuali interferenze vanno ad intaccare l'essenza stessa di quella relazione che è biologica, sostenuta da un flusso bioenergetico ed ormonale, strutturante nelle dinamiche vitali di sviluppo corporeo e psichico del bebè così come instancabilmente ci ricorda M. Odent che ha ripreso il lavoro pionieristico di W. Reich proprio sul contatto madre-bambino alla nascita.[1] La mamma mammifera di qualsiasi specie non permette di dissacrare la relazione con il proprio cucciolo, pena il non riconoscimento e l'abbandono della prole. L'istinto materno umano, se non soffocato, rivela la stessa qualità protettiva e qualsiasi presenza accanto al cucciolo di donna, deve passare attraverso l'approvazione e la fiducia della donna stessa. In questo è evidente che non si diventa papà per semplice consenso anagrafico, ma perché si viene riconosciuti in prima linea dalla madre procreatrice, che nel suo bisogno di serenità e protezione dalle interferenze, affida questo compito al proprio partner. Non si tratta qui di delegare niente, ma di genuina cooperazione e complicità per il bene della creatura. È così che il papà, privo della conciliazione ormonale, impossibilitato a sperimentare la relazione viscerale uterina, ha come unica porta d'accesso la madre che lo lascia partecipare all'esperienza genitrice, lo introduce nella relazione col cucciolo già dai primi segni della sua presenza uterina. La funzione paterna nasce quindi dalla fiducia, dalla relazione di coppia che egli è chiamato a proteggere per favorire le cure materne ed il progetto comune di accudimento.

Si tratta di una funzione ben distinta dal ruolo culturale, appendice della legge del padre, che tende in alcuni casi a scavalcare la relazione d'amore, a sacrificare il processo maturativo del bambino etichettando e responsabilizzando un concepimento a volte occasionale, indesiderato o subìto. La futura madre in alcuni casi avvia una relazione d'amore con un altro partner pur con tutto lo sconvolgimento emotivo che questo comporta in gravidanza. È evidente che la scelta del compagno/a, la scelta e il desiderio di fare un figlio, dovrebbero nascere ancor prima del tenero caldo furore orgasmico che porta alla fecondazione. È necessaria una relazione di fiducia, una complicità affettiva profonda che il neopapà sentirà egli stesso di proteggere per portare avanti quel progetto condiviso di crescere un cucciolo.

Ma in gravidanza e dopo il parto non si tratta solo di protezione, funzione che può essere assolta anche da un'altra persona: un'amica, un parente ecc. La gravidanza e l'accudimento materno sono prima di tutto funzioni bioenergetiche che in quanto tali giovano di uno stato di piacere e di una buona autoregolazione energetica. Una relazione sessuale soddisfacente favorisce qualitativamente lo sviluppo fetale, il processo del parto e, se vi è allattamento al seno, permette un flusso di piacere a livello del petto per la madre e nella bocca per il neonato favorendo quindi anche l'allattamento stesso in quanto un seno energeticamente sovraccarico può essere rifiutato dal bambino.[2]

Il papà quindi non ha motivo di sentirsi abbandonato, è partecipe, attraverso e grazie alla donna che ama, della vita nel pancione, è lì a mostrare orgoglio per la persona che ha affianco che è in balia di un tumultuoso cambiamento, con lei condivide questa magica avventura, mette da parte la paura di sciogliersi di fronte “alle più grandi emozioni della sua vita accompagnando in maniera rispettosa e amorosa l'esperienza del parto, capace di mostrare i denti se qualcuno cerca di perturbare questo processo o di recare danno alla sua creatura.”[3]

Nel primo anno di vita la relazione indisturbata e continua con la madre permette il processo di maturazione indisturbato e continuo del bebè che sarà protagonista di una rivoluzione biologica grandiosa che coinvolge il complesso dei sistemi nervoso, endocrino e immunitario permettendo, e questo è fondamentale, di entrare a tutti gli effetti nella sua identità corporea e psichica di essere umano. Si tratta quindi di una fase viscerale istintuale in cui l'intimità pelle a pelle delle prime settimane con la madre ed il contatto continuo nei tre mesi successivi esaudiscono il bisogno di entrare nel mondo capaci di ergere una testolina per poter cominciare ad esplorarlo con tutti i telerecettori a disposizione. La vera nascita avverrà alla fine del primo anno di vita contraddistinto dal protagonismo del bebè in seno al pianeta mamma coccolata, questa, dal satellite papà. Successivamente al primo anno, con tutta la sicurezza e la fiducia con cui è stato accolto, il bambino, ormai ambulante a quattro zampe, tollererà brevi momenti di separazione dalla madre. È l'inizio timido di una vera progressiva indipendenza, di un andare verso il mondo, una conquista a piccolissimi passi del tessuto sociale e culturale. Lentamente il ruolo del padre, trasformandosi da satellite a secondo pianeta di riferimento, sarà sempre più decisivo al fine di aprire la relazione madre-bambino ad altro, di far evolvere l'unica dipendenza necessaria nella vita di un essere umano in movimento di espansione sempre maggiore verso il mondo. È un processo lento in cui ancora l’oralità del bambino sarà al tempo stesso strumento di autoregolazione ed esplorazione di tutto ciò che desta l'interesse, esplorazione che va salvaguardata e permessa senza cadere nella frustrazione proprio per favorire l'apertura al mondo. È importante sottolineare che la dipendenza orale è un processo di autoregolazione bioenergetica che ha come fulcro e base evolutiva la relazione con una ed una sola persona, la madre o chi per lei, la cui presenza, con eccezioni sempre più importanti, è necessaria e non andrebbe sottoposta a turnazione scavalcando i reali bisogno del bambino. L’eventuale scombussolamento in questo periodo sta alla base di numerose problematiche che agiscono nella sfera dell'apprendimento, del linguaggio, della motricità e della capacità di relazione così come di alcune somatizzazioni importanti o ripetitive.

Una frustrazione importante che compromette il processo di autoregolazione e la conseguente funzione maturativa durante questa fase può portare anche ad un fuggire in avanti nello sviluppo con un anticipo nella conquista della posizione bipede e della parola, seguendo un processo autopoietico costrittivo, ma non maturativo.[4]

Il distacco dalla madre matura nel momento ontogenetico contemporaneamente all’apertura sempre maggiore verso il sociale con la conquista dell’andare e del linguaggio ed il padre acquisisce questa importante funzione di tramite sociale e culturale di questo passaggio.

È proprio in questa interazione tra lo sviluppo biologico individuale e lo sviluppo dell’individuo sociale che madri e padri possono svolgere, cooperando, la loro funzione genitoriale contribuendo così anche all’integrazione nei propri figli della componente maschile e di quella femminile. Anche alcuni altri mammiferi ci insegnano questa cooperazione nelle cure dei cuccioli. Ciò che differenzia la specie umana è il periodo prolungato di maturazione che va avanti fino a tutta l’adolescenza quando tutte le funzioni, comprese quelle legate alla relazione, all’empatia, alla cooperazione, all’amore per il vivente, come ci ricorda Manitonquat,[5] vengono integrate nella fondamentale trinità istinto-emozione-ragione. Ed in tutta questa poesia della crescita che possiamo vedere come la forma di stare della madre e del padre hanno un grandissimo potenziale di cambiamento per uscire dalla crisi che stiamo vivendo, recuperando quel contatto profondo con l’essenza della natura umana, nella sua componente biologica e

[1] M. Odent, La fine dell’assassinio di Cristo, L’Arc, n. 83.

[2] Tallaferro, A. (1976)

[3] Serrano, X., Las actitudes del nuevo padre (2013)

[4] Maturana, H., Autopoiesi e cognizione, 1985

[5] Manitonquat, Crescere insieme nella gioia, 2014.

di Francesco D'Ingiullo

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