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Il prezzo siamo noi: l’editoriale di giugno

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C’è una domanda che non compare mai sullo scontrino: quanto vale davvero ciò che compriamo? Non quanto costa. Quanto vale. L’editoriale di giugno di Nicholas Bawtree.

Il prezzo siamo noi: l’editoriale di giugno

Il prezzo è un numero. Il valore è una relazione. E nel cibo questa differenza è diventata evidente: tutti diciamo di voler pagare il giusto prezzo, ma pochi sono disposti – o in grado – di farlo davvero. Non per cinismo, spesso, ma perché abbiamo perso gli strumenti per riconoscerlo, per distinguere tra ciò che costa poco e ciò che vale poco.

Per anni ci siamo abituati a un’idea distorta: che il prezzo più basso sia una conquista, che risparmiare sia sempre un bene, che l’efficienza coincida con la compressione dei costi. Ma ogni prezzo basso nasconde una domanda rimossa: chi sta pagando la differenza? Se un alimento costa troppo poco, qualcuno lungo la filiera sta rinunciando a qualcosa: reddito, diritti, qualità, tempo, futuro. E spesso a pagarne il prezzo sono anche la terra, l’acqua, la biodiversità. Abbiamo lasciato che il mercato decidesse il prezzo, ma il mercato non sa riconoscere il valore. Sa solo misurare la convenienza. Così il cibo è diventato una merce qualsiasi, il cui prezzo si forma lontano dai campi, dalle stagioni, dalle mani che lo producono. In questo passaggio abbiamo perso la capacità di vedere ciò che non è scritto sull’etichetta: il lavoro invisibile, la fertilità del suolo, il tempo lungo della natura, la cura necessaria per produrre senza distruggere. Recuperare il senso del giusto prezzo non è solo una questione economica, ma culturale. Significa tornare a chiederci che cosa stiamo sostenendo quando compriamo qualcosa. Non solo quanto risparmiamo, ma quale mondo contribuiamo a costruire, ogni giorno, attraverso gesti che ci sembrano banali.

Questo non vuol dire ignorare la realtà: sempre più persone fanno fatica ad arrivare a fine mese e il cibo pesa sempre di più sui bilanci familiari. Non si può chiedere a tutti di pagare di più in un sistema che rende molti sempre più poveri. Per questo il giusto prezzo è inseparabile dalla giustizia sociale: riguarda come distribuiamo il valore lungo la filiera, ma anche come distribuiamo reddito, opportunità e dignità nella società.

Eppure, dentro questo scenario, qualcosa possiamo fare. Possiamo rallentare, ridurre gli sprechi, sottrarci almeno in parte alla logica del prezzo come unico criterio. Possiamo scegliere filiere più corte, relazioni più dirette, contesti in cui il prezzo torna ad avere un volto. Perché il valore si comprende meglio quando ha una storia, quando nasce da una relazione, quando smette di essere anonimo.

Forse è da qui che bisogna ripartire: non dalla ricerca di una formula perfetta, ma dalla ricostruzione di legami che rendano il prezzo comprensibile, condiviso, discutibile. Perché il giusto prezzo non è un numero. È un processo. E, alla fine, la vera domanda non è quanto costa il cibo. La vera domanda è: quanto siamo disposti a perdere, continuando a pagarlo troppo poco?

Foto: CARLOSCRUZ ARTEGRAFIA su Pexels

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