Mohamed Ba: educare all’intercultura

Un altro modo di guardare all’altro, al diverso da sé, alla natura. Dalla cultura dell’Africa precoloniale all’Italia di oggi, Mohamed Ba ci aiuta a capire il nostro presente

29 Gennaio 2020
Mohamed Ba: educare all’intercultura. Immigrazione

Il mondo cambia velocemente, ma rischiamo di non avere gli strumenti giusti per comprenderlo davvero. Nelle nostra società il rapporto con l’altro, con la diversità, rischia di non essere mai affrontato davvero. Anche perché l’altro da sé rimane spesso senza voce.

Mohamed Ba la voce ce l’ha. Ha intelligenza, carisma, e la destrezza dei cantastorie. Quando durante uno spettacolo estivo lo abbiamo sentito recitare a memoria un intero canto dalla Divina Commedia, abbiamo capito che dovevamo intervistarlo.

Di origine senegalese, Mohamed è mediatore culturale, attore, regista e musicista. Vive in Italia da vent’anni e lavora a pieno titolo con il tema della mondialità e dell’intercultura attraverso percorsi didattici nelle scuole, ma anche per mezzo del teatro e dei suoi libri. Strumenti che utilizza per aiutare giovani e meno giovani a conoscere meglio il proprio vicino di casa e a porsi in modo costruttivo e attivo di fronte a questa società in continuo mutamento. E in un certo senso, ne siamo sicuri, Mohamed, nella sua diversità africana, aiuta anche a capire meglio noi stessi.

Qual è la principale sfida che abbiamo davanti?
Credo che oggi le sfide della contemporaneità siano soprattutto culturali.
La mobilità garantisce alle persone la possibilità di spostarsi facilmente nel globo. Ma le persone non sono merci, sono portatrici di valori, di culture, storie e tradizioni che non necessariamente assomigliano alla terra d’approdo. Credo sia importante fare un lavoro per favorire l’incontro e prevenire lo scontro. Per questo bisogna investire nell’economia della conoscenza.

I tuoi spettacoli sembrano avere sempre un contenuto educativo legato al tema dell’intercultura. Cos’è che ti ha spinto a scegliere il teatro e l’uso della parola?
Un motivo c’è ed è molto semplice. Dopo diversi anni di permanenza in Italia ho potuto constatare che dell’Africa originale, quella di cui vorrei sempre sentire parlare, qua si sa poco e niente. L’Africa che la gente conosce è figlia della colonizzazione. Io invece volevo condividere i valori che stanno alla base della società precoloniale. Sono di una famiglia di cantastorie, in cui la memoria passa attraverso la tradizione orale, attorno al grande albero di baobab. Ho cercato il mio baobab anche qua, e l’ho trovato nel palcoscenico, nelle conferenze o nei seminari.

Che risposta hai trovato in Italia?
Guarda, sono arrivato in un Paese che è la settima potenza nel mondo. Mi sono chiesto cos’è che ha fatto la ricchezza di questa terra, che di fatto non ha materie prime. E ho capito che viene dalla sua arte e dalla cultura. È a questo patrimonio che ho voluto attingere per sentirmi un po’ a casa, pur stando fisicamente lontano dalla mia Africa.

È davvero sorprendente vederti recitare così bene a memoria Dante o Leopardi. Come hai fatto a penetrare così a fondo nella nostra cultura?
Per me emigrare non significa solo prelevare, prendere quello che mi serve e andar via. Migrare per me significa incontrare. Vivere in un Paese per vent’anni vuol dire anche acquisire degli strumenti per poter comprendere ed elaborare la cultura che ci ospita. Quando vai in un posto, o ti arricchisci culturalmente, e magari economicamente, oppure meglio lasciar perdere e restarsene a casa. Prima ancora di puntare ad avere qualcosa è meglio scommettere sul sapere, perché chi è più furbo di te ti può sempre rubare quello che hai. Mentre con il sapere si viene a capo delle necessità della vita.

Dove pensi stia andando il nostro Paese? Credi che ci sia il pericolo di un’ulteriore deriva razzista? Sei preoccupato?

La preoccupazione è naturale. Oggi si tende a cercare nel diverso, nell’immigrato, nell’omosessuale, la causa del disastro economico. Ma chiudersi tra le mura di casa dà solo una sicurezza apparente. L’essere umano non è l’attuazione di un algoritmo, ma una storia in evoluzione. Bisogna semplicemente investire nell’economia della conoscenza.
L’economia prima di essere finanziaria deve essere culturale per recuperare quel patto che ci ha consentito di diventare comunità. C’è molto da fare insomma… Molti europei non si rendono conto di cosa abbiamo combinato in Africa. Tutta questa demagogia sull’«aiutiamoli a casa loro» nasce da un fraintendimento? Bisogna parlare di corresponsabilità. L’Europa da sola non avrebbe potuto provocare tutti i danni che sono stati combinati in Africa. C’è stata una collaborazione dell’élite africana stessa. E noi siamo stati educati secondo un asservimento di tipo coloniale: a un bambino senegalese a scuola spiegavano che i suoi antenati erano i Galli! Dopo il congresso di Berlino, che decise la spartizione del continente africano, i popoli europei sono diventati nazione. Ma in Africa sono stati creati artificialmente agglomerati di etnie, che non sempre si capiscono e non hanno mai avuto qualcosa da spartire nel corso della storia. Bisogna ripartire da qui, dalla comprensione di questi fenomeni, altrimenti con tutti gli interventi politici, economici e umanitari, non potremo che tamponare dei buchi.

L’immigrazione è un problema?
L’immigrazione è un fenomeno da gestire e non possiamo fare a meno di ascoltare e coinvolgere tutti, compresi noi della «diaspora africana», che siamo espatriati da anni. Forse potremmo dare anche noi un contributo al fenomeno migratorio. L’etichetta di immigrato purtroppo non te la togli facilmente, prima di essere considerati dei normali cittadini e normali interlocutori ce ne vuole.

L’idea di una convivenza e di un rispetto delle diversità è anche un problema di stili di vita. Non credi che nel mondo occidentale dovremmo cambiare approccio?
Basterebbe semplicemente una maggiore sensibilità rispetto ai temi che ci riguardano tutti. Pensiamo al problema dell’ambiente e alla salute del Pianeta. Sono contento che ci si decida ad aprire gli occhi in una prospettiva glocale, del pensare globale e agire locale. Le conoscenze in realtà c’erano già. Noi in Africa eravamo animisti. E per gli animisti ogni singolo albero è importante, c’è una totale interdipendenza tra l’essere umano e tutti gli altri esseri viventi. Il tamburo fatto di legno, pelle di capra e l’uomo che lo suona è una simbiosi di energia sacra.
Quando ci hanno cominciato a dire di pregare il dio che sta al Settimo Cielo, beh, allora è cambiata tutta la prospettiva. Comunque oggi più che mai serve un’azione collegiale, se si vietano i diesel in Europa dobbiamo vietarli anche in Africa.

Rimani ottimista sulle sorti del genere umano o credi che siamo condannati all’estinzione?
L’essere umano, nell’ultimo secolo, in alcune capacità non ha certo brillato. Spesso mi capita di avere a che fare con i ragazzi delle scuole, faccio loro notare che cent’anni fa guardavamo la luna e potevamo fantasticare. Anche il Leopardi, nel canto Alla Luna diceva: «E pur mi giova la ricordanza», malgrado le sue sofferenze. Poi su quella luna siamo stati capaci di andarci. E con la stessa foga siamo stati capaci di costruire la bomba atomica uccidendo milioni di persone. Credo tuttavia che possiamo anche mettere la nostra intelligenza al servizio del bene, ed essere capaci di affrontare i problemi della quotidianità. Per dirla con Dante: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

 

PER SAPERNE DI PIÙ:
www.mohamedba.eu

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Dicembre 2019

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di Gabriele Bindi


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