Simenza: «Il decreto che affossa il grano bio e i grani antichi»

L'associazione Simenza , fondata nel 2016 dall'agricoltore siciliano Giuseppe Li Rosi, critica duramente il decreto del luglio scorso, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 settembre: «Penalizza la coltivazione di grano duro biologico italiano, che si ridurrà di un terzo».

30 Ottobre 2018

«Un bombardamento avrebbe fatto meno danni» esordisce, riferendosi al decreto di luglio, l'associazione Simenza , voluta e fondata dall'agricoltore siciliano Giuseppe Li Rosi per tutelare e valorizzare la coltivazione dei grani bio e antichi. 

«PREZZI di vendita del grano che non riescono neanche a giustificare le semine, CONCORRENZA di grani importati da tutto il mondo, SICCITA’ della precedente campagna agraria, ALLUVIONE in quella in corso, AGEA che non eroga i contributi europei sono tra le principali criticità che gli agricoltori hanno dovuto affrontare per continuare a coltivare i campi - prosegue l'associazione in una nota - In mezzo a questo disastro, l’unico settore che riesce ancora ad avere una sufficiente gratificazione economica è la coltivazione del grano duro bio, e all’interno di questo, la coltivazione dei grani antichi, che trovano nel biologico la loro massima espressione ed esaltazione. Però qualcuno ha pensato che questo ultimo scoglio doveva essere eliminato, spianato».

Il decreto sotto accusa

Il governo nazionale, a firma del ministro Centinaio ha recentemente pubblicato il Decreto n. 6793 del 18 luglio 2018 – "Disposizioni per l’attuazione dei regolamenti (CE) n. 834/2007 e n. 889/2008 e loro successive modifiche e integrazioni, relativi alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici", che sostituisce il D.M. 27 novembre 2009, n. 18354, "Disposizioni per l’attuazione dei regolamenti (CE) n. 834/2007, n. 889/2008 e n. 1235/2008 e successive modifiche riguardanti la produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici". 

«Nello specifico - spiega Simenza - l’articolo incriminato del Decreto n. 6793 18 luglio 2018 recita: 

Art. 2) comma 2: In caso di colture seminative, orticole non specializzate e specializzate, sia in pieno campo che in ambiente protetto, la medesima specie è coltivata sulla stessa superficie solo dopo l’avvicendarsi di almeno due cicli di colture principali di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa.

Questo riduce la possibilità di seminare il grano duro da tre a due anni in un quinquennio. Ancor più grave è la deroga, che va contro ogni regola agronomica:

Art. 2) comma 3a. i cereali autunno-vernini (ad esempio: frumento tenero  e  duro, orzo, avena, segale, triticale, farro ecc.) e il pomodoro in ambiente protetto possono succedere a loro stessi per un massimo di due  cicli colturali, che devono essere seguiti da almeno due cicli  di  colture principali  di  specie  differenti,  uno  dei   quali   destinato   a leguminosa; “, e sostituisce il precedente».

Il "ringrano"

«Cioè, viene permesso il RINGRANO! Tale pratica, che impoverisce i terreni, viene criticata fortemente dallo stesso CREA (Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in agricoltura) facente parte del Ministero. Aveva già creato non pochi problemi il precedente  D.M. 27 novembre 2009, 18354 che così recitava:

Art. 3) comma 1: In caso di colture seminative, orticole non specializzate e specializzate, sia in pieno campo che in ambiente protetto, la medesima specie è coltivata sulla stessa superficie solo dopo l’avvicendarsi di almeno due cicli colturali di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa o a coltura da sovescio.

al quale seguiva sempre una deroga che permetteva il RINGRANO!

“- i cereali autunno-vernini (ad esempio: frumento tenero e duro, orzo, avena, segale, triticale, farro, ecc.) e il pomodoro in ambiente protetto possono succedere a loro stessi per un massimo di due cicli colturali, che devono essere seguiti da almeno due cicli di colture di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa o a coltura da sovescio…”».

Le criticità

«Con la semina di un essenza da sovescio dopo 70 giorni si poteva considerare compiuto l’avvicendarsi dei due cicli colturali e cosi procedere alla semina del grano duro 3 volte in un quinquennio - prosegue l'associazione - La cancellazione, che potrebbe apparire a prima vista irrilevante, della dicitura “a coltura da sovescio”, di fatto obbliga gli agricoltori bio a una sostanziale rimodulazione degli ordinamenti colturali delle proprie aziende».

«In pratica, se ad esempio prima era possibile effettuare una rotazione, (1° anno) grano duro,  (2° anno) leguminosa + sovescio, (specie avente un ciclo colturale di max 70 gg), (3° anno) grano duro,  (4° anno) leguminosa + sovescio, (5° anno) grano duro, rendendo così possibile la coltivazione in tre annate agrarie su cinque del frumento duro, con il nuovo decreto è possibile coltivare il frumento duro solo due annate agrarie ogni cinque.  Es: (1° anno) grano duro,  (2° anno) leguminosa, (3° anno) grano tenero, orzo o avena  (4° anno) grano duro (?) (5° anno) leguminosa. In queste condizioni al 4° anno avremmo il grano duro su un ringrano che produce molto meno».

«Si potrebbe scegliere di seminare il tenero al 2° anno per evitare il duro su ringrano, ma avremmo seminato il tenero su ringrano. Il ringrano, spiego per i profani, riduce la capacità produttiva del terreno. E noi agricoltori questo lo sappiamo, però saremo costretti a farlo per decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari forestali e del turismo». 

«E’, comunque, da sapere che da millenni abbiamo coltivato con rotazione biennale senza intercalare il sovescio che non sempre è praticabile ogni anno o all’occorrenza perché necessitano condizioni favorevoli come le piogge settembrine. Da un punto di vista statistico possiamo affermare che il quantitativo di grano biologico coltivato in Italia si dovrebbe ridurre in media del 33%».

Nessun fondamento scientifico

«Da un punto di vista strettamente agronomico questa norma non trova alcun fondamento scientifico, e già il precedente regolamento era penalizzante per un’agricoltura quale quella siciliana, che era da millenni fondata sulla rotazione frumento – fava o frumento-sulla. Questa nostra opinione è ampiamente suffragata da una nota del novembre 2014 inviata dal Consiglio della Federazione degli Ordini dei Dottori Agronomi e Forestali della Sicilia al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali».

«La missiva - prosegue Simenza - che recava la firma del Presidente del Consiglio della Federazione degli Ordini dei Dottori Agronomi e Forestali della Sicilia, del Direttore del Dipartimento Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania e del Responsabile del Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura (ex C.R.A. oggi C.R.E.A.), ovvero tre delle più eminenti istituzioni in campo scientifico e tecnico della Sicilia, era stata redatta a seguito della sollecitazione operata da un folto gruppo di cerealicoltori siciliani, che da lì a poco avrebbero fondato l’Associazione Simenza, preoccupati per il vincolo temporale che impediva la rotazione agronomica che fino a quel momento rappresentava il cardine della agricoltura seminativa siciliana».

«La lettera sostanzialmente confermava l’inutilità agronomica del precedente decreto (2009), che oltretutto era meno restrittivo di quello attuale. Infatti, la cerealicoltura siciliana tradizionalmente localizzata soprattutto nelle aree interne della Sicilia, è stata da sempre caratterizzata dalla rotazione frumento-leguminosa, da foraggio o da granella, o dall’alternanza frumento – coltura da sovescio, ovvero la successione tra una coltura sfruttante quale il frumento e una coltura miglioratrice quale la leguminosa».

«Il regolamento in corso, assolutamente privo di fondamenti scientifici, autorizza per assurdo la successione tra frumento duro e tenero, ovvero due colture sfruttanti, o ancor peggio grano duro  e grano duro […possono succedere a loro stessi per un massimo di due  cicli colturali,… ] e impedisce di avvicendare ciclicamente il frumento a una leguminosa, ovvero una coltura sfruttante a una miglioratrice. Chi ha allora ideato questo decreto? Certamente soggetti che non hanno la benché minima idea di cosa sia condurre un’azienda agricola». 

«Altro punto di domanda: i componenti della Conferenza Stato Regioni che decidono sulle sorti dell’agricoltura italiana, sanno cosa è un’azienda agricola?  A chi giova siffatto provvedimento? Quali benefici potrebbe recare essendo basato su una pratica diametralmente opposta alle regole dell’agronomia o alle esperienze millenarie di una Civiltà Rurale che, purtroppo per chi le vuole male, è dura a morire. Sicuramente non agli agricoltori siciliani o più ancora a tutte le regioni vocate al grano duro».

Vuoto di produzione

«Possiamo solo dire - conclude l'associazione siciliana - che si creerà un vuoto di produzione di circa un terzo che dovrà essere colmato con le importazioni estere e una ricerca di semente di grano tenero prodotta da ditte sementiere che non hanno sede nelle zone vocate a grano duro, ossia al nord».

«Alle nostre severe critiche circa l’utilità di questo decreto è stato risposto che esiste la possibilità di una deroga che le Regioni, previa idonea motivazione, possono richiedere. Ma era veramente il caso di far perdere ulteriore tempo agli agricoltori bio che già passano la maggior parte del proprio tempo a risolvere pastoie burocratiche? E le altre regioni che non hanno uno statuto autonomo? Una costrizione colturale anti-agronomica che permette la deroga su differenze statutarie? Noi diciamo “c’ammiscanu cauli e trunzi”. Quantomeno avessero distinto ta zone aride e zone con disponibilità idrica sufficiente!».

«Abbiamo allertato, come successo 4 anni fa, i nostri referenti tecnici e scientifici e dobbiamo ringraziare il dirigente generale del dipartimento Agricoltura, Carmelo Frittitta, che sollecitamente sta adottando le iniziative necessarie a richiedere tale deroga. Infatti un altro aspetto, che ci ha molto colpito e amareggiato è la tempistica del provvedimento; si può emanare un decreto che condiziona l’attività degli agricoltori nell’imminenza del periodo di semina, lasciandoli nell’incertezza più assoluta? Nella vita tutti possiamo commettere un errore, ma, per favore, non difendete l’indifendibile!».

Grani antichi, rivoluzione dal campo alla tavola

Cotlivazione dei grani bio e antichi a rischio? Non si abbassi la testa, come insegna l'associazione Simenza e si chieda a gran voce di correggere il decreto. Intanto ci sono letture utili per approfondire l'argomento dei grani antichi.

Pane e pasta sono i simboli del Made in Italy ma con quali grani sono fatti? Ve lo sietechiesti? Spesso si tratta di farine di bassa qualità con grani importati, nonostante sul territorio italiano sia possibile coltivare grani con alto valore nutritivo.

Il libro "Grani antichi" edito da Terra Nuova Edizioni, dopo una breve rassegna dei problemi creati dal mercato globale del grano, presenta le realtà da decenni impegnate nel recupero dei grani antichi: la loro storia, cosa e come coltivano, cosa e dove vendono i loro prodotti.

L'autore, Gabriele Bindi, racconta un viaggio attraverso un patrimonio italiano da valorizzare e tutelare.

di Terra Nuova

Rotazione... Marcello cerone

06/11/2018 23:56

ma perchè una rotazione come faccio io non può andar bene in Sicilia? 1° anno GRANO DURO, 2° anno FAVINO, 3° anno GRANO TENERO,4° anno SULLA, 5° anno GRANO DURO...
...è più che giusto che abbiano tolto l'escamotage dell'"INTERCALARE"... il "SOVESCIO" si può sempre eseguire, ma deve essere di solo "LEGUMINOSE" in purezza, e non come prima "o coltura da sovescio" di miscugli o di sole graminacee...depauperanti!

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