In viaggio per portare in Kenya la nascita nel rispetto di mamma e bambino

E’ andata in kenya con l’associazione Maharagwe Fauzia Onlus, per condividere con le ostetriche e il personale sanitario del luogo informazioni e pratiche per una nascita rispettata. Lei è Sara Venneri e ci racconta la sua esperienza.

02 Aprile 2018

Qualche tempo fa Sara Venneri, madre e doula, ha peso un aereo ed è atterrata a Mambrui, vicino a Malinidi. Ad aspettarla c’era Valentina Bonanno, fondatrice dell’associazione Maharagwe Fauzia Onlus che si occupa di nascita in Kenya e lavora quotidianamente affinché partorire con rispetto e cura possa essere diritto di tutte le donne. “Valentina mi ha chiesto di formare una squadra, di persone motivate e preparate- spiega Sara- che potessero formare il personale locale e che l’aiutassero a individuare le eventuali lacune o necessità”. Come doula (donna che sostiene e segue le madri nel loro percorso di gravidanza e parto) infatti, Sara, ormai da un anno, si è dedicata interamente al progetto di portare consapevolezza e rispetto nella Nascita connettendo donne in giro per il mondo, condividendo storie, racconti raccolti nel suo sito Semi di me .

Così è partita con l’ostetrica Sara Notarantonio e un pediatra neonatologo e si è occupata della formazione del personale sanitario e dell’osservazione delle cliniche del posto.

E’ Sara a raccontare questo viaggio che le ha cambiato pensieri e prospettive.

Che scopo aveva questo viaggio in Kenya?

Valentina e la sua famiglia da anni lavorano per costruire con la popolazione locale un rapporto di rispetto e fiducia, e direi che ci sono riusciti perfettamente! Armonia, è ciò che si respira standole accanto in mezzo alla sua gente, vive lì da che ha ricordi per molti mesi all’anno, ad oggi lavora con più di 30 ostetriche tradizionali, sparse su tutto il territorio, offrendo loro strumenti e formazione, contatti e appoggio. Durante questo primo viaggio, abbiamo organizzato 3 corsi con ostetriche tradizionali e certificate, su quello che noi definiremmo “le basi dell’ostetricia”, in quanto le ostetriche tradizionali, essendo donne talvolta anche analfabete, non hanno nessun tipo di formazione sull’anatomia, e quelle certificate hanno informazioni obsolete e a volte anche errate (posizione litotomica obbligata, episiotomia in espulsivo, kristeller, clampaggio immediato del cordone…). Abbiamo lavorato con loro giocando, mostrando immagini, simulando e abbiamo ottenuto enormi risultati, le ostetriche erano interessatissime e credo abbiano molto apprezzato la nostra modalità di condivisione. E’ stato bellissimo, nutriente e stimolante per tutte noi! Un seminario, poi, è stato rivolto ai medici, provenienti da tre diversi ospedali della zona, e affrontava la tematica della rianimazione neonatale. Nello specifico, la rianimazione con il cordone intatto, tenuto dal Neonatologo che ci ha accompagnate. In ultimo, per salutare la meraviglia e il futuro del Kenya, abbiamo tenuto una lezione sulle mestruazioni e la prevenzione femminile, in una scuola media, distribuendo assorbenti lavabili generosamente donati dall’associazione Let’s Women, e introducendo un altro ambizioso progetto di Valentina, che vedrà le ragazze protagoniste, e che darà loro la possibilità di imparare a fabbricarli. Oltre ad insegnare loro un mestiere, e a rendere dignità e liberà alle bambine costrette ad usare un solo assorbente al giorno o a rimanere in casa per paura e vergogna, renderà possibile la raccolta di fondi per la scuola che le ospita e per le loro famiglie. Oltre alla formazione, ci siamo occupati di osservazione e laddove richiesto di assistenza, presso la Clinica di Mambrui, con cui collabora l’associazione di

Valentina. Abbiamo affiancato il personale e sostenuto le madri durante la loro permanenza in clinica e poche ore dopo, quando venivano dimesse, siamo entrate nelle loro case, portando supporto e beni di prima necessità. Abbiamo avuto “il tempismo”, di essere presenti durante una rianimazione, abbiamo visto il panico di un’ostetrica giovane e non preparata, che vede morire un bambino ogni 15 (quindi circa uno a settimana, se non di più), o pronta a tagliare un cordone attorno ad un collo di un neonato non ancora fuori dal corpo di sua madre, con forbici su cui erano posate mosche ed polvere. Numeri che fanno male, ma, possiamo dirlo con orgoglio e soddisfazione, numeri che non si sono più ripresentati! Abbiamo ottenuto meravigliosi ed inaspettati risultati e continuiamo a ricevere feedback positivi dai medici e dalle Ostetriche che abbiamo incontrato. Il dr. David M. , responsabile della Clinica, ha inviato una mail a Valentina pochi giorni fa, in cui le faceva sapere, che da quando i protocolli sono cambiati, e nello specifico i bambini non vengono separati immediatamente dalla loro placenta e questa viene usata propriamente durante la rianimazione, nessun bambino è più deceduto. Da quando abbiamo appeso cartelli pieni di Buone Pratiche e amore, in clinica le madri sorridono dopo il parto, sembra scontato, ma vi assicuro che non lo è.

Come avvengono i parti generalmente nelle cliniche in Kenya?

Nella clinica che abbiamo osservato, l’ostetrica di turno è sola per 12 ore e spesso assiste anche tre travagli contemporaneamente, non ci sono colleghe o altri specialisti, ci sono stanze, affollate, calde, mancano fondamentali regole igieniche, dove per igiene non intendo la pulizia del pavimento, ma la mancanza di norme che regolino il rischio infettivo poiché ci sono aghi, siringhe e tracce di sangue un pò ovunque. Ovviamente l’ostetrica non è serena, ha fretta, e la fretta riduce tutto a qualcosa di molto simile ad una catena di montaggio, dove a perderci non è solo il rispetto e la dignità, ma talvolta anche la sicurezza. Le pratiche applicate, sono quelle che probabilmente le sono state imposte, tanti anni fa, dai nostri stessi medici, privando la comunità di un sapere che senz’altro avevano, e che li ha obbligati ad applicare un protocollo che ora sappiamo essere sbagliato e pericoloso, lasciandoli soli, senza strumenti adeguati per risolvere i danni che loro stessi talvolta causano, senza volerlo. Noi siamo andati oltre, ci siamo corretti, ma nessuno si è preso il disturbo di tornare a correggere lì, dove ancora la donna è obbligata in posizione litotomica, a cui viene eseguita una rottura del sacco precoce ed episiotomia di routine, viene sgridata di continuo e spesso picchiata. La violenza sul corpo delle donne, inflitta dalle stesse donne, penso sia la cosa che più mi ha colpita, tanto quanto lo stupore nei loro occhi, quando gli offrivamo un abbraccio, una spalla su cui aggrapparsi durante le contrazioni, mentre porgevamo dell’acqua, o banalmente sistemavamo loro i capelli. Mi ricordo la nostra ultima visita alla Clinica, dopo due giorni di affiancamento, l’ostetrica Sarah H. (Sara anche lei) usciva dalla sala parto ed era buio, ci ha mostrato il più bello dei sorrisi e ci ha accolte, confidandoci che nulla era più come prima, e di essersi finalmente “goduta” le nascite, come non aveva mai potuto fare. Questo per noi vale il viaggio intero.

Come ha accolto il vostro intervento il personale sanitario e le madri?

Siamo entrati in punta di piedi; Valentina lavora con la comunità da anni ed è stata veramente capace di non intaccare minimamente la loro struttura, seppur migliorandone di molto le condizioni, quindi ha reso il nostro ingresso semplice e ricco di fiducia. Il personale medico della clinica ha fatto domande molto costruttive e spesso ha chiesto un confronto con il Neontologo e l’Ostetrica, è stato bello percepire la loro curiosità, e da subito sentirci accolti e utili. Ricordo la prima nascita a cui abbiamo assistito, offrendo loro la possibilità di non clampare il cordone ombelicale per un pò, osservando ciò che accadeva, erano attoniti, eravamo tutti li, e non facevamo nulla. Continuavano a ripetere “Wow!” , “Really?”, “how?” e ancora “wow”… è stato magico. I corsi alle ostetriche tradizionali sono stati i più graditi, ci siamo ritrovate un gruppo con più di 30 persone, venute da anche molto lontano per imparare e condividere, abbiamo riso, ci siamo fatte raccontare storie e ci hanno parlato di come lavorano, di come accolgono la vita in quell’angolo di mondo, abbiamo mostrato loro modelli anatomici, facendo luce finalmente su una parte che probabilmente a loro è mancata. Erano entusiaste di comprendere finalmente come era fatto un utero, una cervice, o come lavorasse una placenta, tutte cose che forse immaginavano, ma che finalmente trovavano riscontro con ciò che da sole stavano pian piano scoprendo, ottenendo cosi un quadro molto più chiaro e completo.  Le donne erano inizialmente più ermetiche, ma man mano che passavano le ore e i giorni, erano più sciolte e meno stupite del nostro essere tanto premurose e disponibili nei loro confronti. Inizialmente non comprendevano bene chi fossimo e cosa stessimo facendo li, tante di loro non parlano inglese, quindi c’era anche una difficoltà di comunicazione, risolta in parte dalla persona che si è occupata di tradurre in quella settimana, Moneni, che poi, è anche la persona che in assenza di Valentina, lavora affinché, ciò che viene fatto, non si perda rilevando e raccogliendo eventuali difficoltà o bisogni, cosi da rendere l’arrivo di Valentina, ogni volta, finalizzato ed efficiente.

Cosa si può fare per Valentina e Maharagwe Fauzia?

Valentina e la sua associazione non hanno bisogno di personale, quello purtroppo, nonostante le innumerevoli candidature, è difficile da inserire, l’associazione è piccola, e forse questa è la sua forza, perché fondata sulle solide basi, di una solida famiglia, che ama quella terra e la sua gente. Quello di cui ha necessità sono i fondi: il materiale che l’associazione fornisce alle Ostetriche per l’assistenza nei villaggi, o alla clinica, ha un costo importante, fino ad ora spesso, era lei stessa a donare il tempo e i mezzi per proseguire il suo grande lavoro. Le donazioni possono essere fatte direttamente sul suo sito, dove vengono anche pubblicati i resoconti e gli aggiornamenti sull’impiego dei fondi donati. L’apertura di una clinica, che porti i nomi e il cuore dei donatori è il suo grande progetto, ma allo stesso tempo riconosce il valore e le potenzialità, che può avere una struttura già presente sul territorio a cui basterebbe poter continuare ad offrire formazione ed informazione, perché sia la stessa sua gente a provocare il cambiamento. Ha bisogno di sostegno, consulenze, da professionisti che possano aiutarla ad aiutare, supportandola nel districato mondo dei “permessi” e delle “autorizzazioni”, il Kenya infatti ha regole molto dure e rigide quando si tratta di volontariato, sicuramente mosso dal desiderio di proteggere la sua gente.

“Questo è stato il primo di tanti viaggi –conclude Sara- e ha sicuramente, oltre al resto, aiutato l’associazione a guadagnare visibilità e fiducia e siamo certe aiuteranno la popolazione locale a consolidare e rinforzare quei “semi” che erano rimasti nascosti tra le macerie e la polvere e che abbiamo solo adagiato sulla loro calda e nutriente terra rossa, la terra di una civiltà che ha tanto da dare e che saprà riprendersi ciò che è suo e dei suoi figli, che con amore e cura ci auguriamo metteranno al mondo, frutti di quella di quella stessa terra, cambiando il mondo …Una donna alla volta.”

di Isabella Wilczewski

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