Multe più salate se la bevanda vegetale è chiamata “latte”
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di Isabella Vendrame, naturopata veg, food coach, dottoressa in psicologia
Il panorama alimentare italiano si trova di fronte a un nuovo, rigido confine normativo. Con l’approvazione definitiva della legge C.2721 si introducono norme molto severe sul cosiddetto milk-sounding per proteggere le denominazioni alimentari italiane. Quella che viene presentata come un’operazione di trasparenza per proteggere il consumatore e il Made in Italy, si traduce però in una barriera terminologica che colpisce direttamente le aziende che producono alternative vegetali, imponendo una revisione forzata di etichette e strategie comunicative.
Il contesto: la continuità tra meat-sounding e milk-sounding
Il provvedimento attuale rappresenta l’evoluzione di una strategia già tracciata in precedenza con il contrasto al cosiddetto meat-sounding, che aveva blindato i nomi legati al comparto carneo (impedendo diciture come “burger” o “cotoletta” di soia). Sebbene il divieto di chiamare “latte” una bevanda vegetale sia una norma europea già vigente, la novità italiana risiede nella severità. Le multe sono state inasprite fino a 100.000 euro (o il 3% del fatturato). Sotto la scure della legge finiscono anche le “formulazioni negative”: definire un prodotto come “alternativa vegetale al burro” per aiutare il consumatore a comprenderne l’uso in cucina potrebbe ora configurarsi come un illecito amministrativo.
Cosa cambia nel linguaggio quotidiano?
Orientarsi in questo nuovo labirinto semantico richiede attenzione, poiché il confine tra ciò che è lecito e ciò che è sanzionabile si è fatto sottilissimo. Nonostante la stretta, la tradizione salva alcuni termini storici: si potrà continuare a ordinare un latte di mandorla o di cocco, diciture protette perché entrate nell’uso comune da secoli. Tuttavia, per tutto ciò che riguarda le innovazioni più recenti, la parola d’ordine è diventata “bevanda“, senza nemmeno alcun riferimento visivo o testuale al mondo del latte. La vera sfida riguarda i derivati: se fino a ieri era possibile descrivere un panetto vegetale come “perfetto sostituto del burro” o una crema spalmabile come “alternativa al formaggio”, oggi queste comparazioni dirette sono considerate un azzardo legale. Le aziende dovranno inventare nomi di fantasia, parlando di “cremosi” o “formine vegetali” senza mai citare il prodotto animale che intendono sostituire, rendendo più difficile comprendere la funzione d’uso di ciò che sta acquistando.
Italia e Europa: un’asimmetria normativa nel mercato unico
Il confronto con i partner europei evidenzia una posizione italiana di estremo rigore, che va oltre il semplice recepimento delle direttive comunitarie. L’Unione Europea tutela le denominazioni protette, ma riconosce la necessità di non soffocare la comunicazione di prodotti innovativi. La legge italiana è tra le più severe d’Europa non solo per l’entità delle multe, ma anche per l’estensione del divieto a termini descrittivi e comparativi e questo crea un’asimmetria che rischia di penalizzare le aziende nazionali rispetto ai competitor esteri, che operano in regimi meno restrittivi.
La difesa di una filiera in transizione
L’innalzamento di questo muro normativo suggerisce una chiara volontà di proteggere l’industria lattiero-casearia tradizionale, percepita come minacciata dal cambiamento dei consumi. Chi comunque sceglie una bevanda vegetale lo fa per ragioni etiche, ambientali o di salute e tentare di arginare questa tendenza può connotarsi come un tentativo di fermare una transizione alimentare che è già in atto e che risponde a necessità di diversa natura. La vera tutela dovrebbe basarsi sulla valorizzazione dei prodotti del nostro territorio, facilitando pratiche sostenibili e che garantiscano un prodotto sicuro al consumatore. Spostare il dibattito sui nomi sembra un modo per evitare il confronto sulla qualità intrinseca e sugli impatti ambientali dei diversi modelli produttivi.
Impedire, inoltre, l’uso di termini che spiegano “cosa non è” un prodotto non aiuta il consumatore, rischia di confonderlo. La trasparenza non si ottiene eliminando le parole, ma promuovendo un’educazione alimentare che riconosca l’evoluzione del mercato. Con la conclusione di questo iter parlamentare, per le realtà del settore plant-based inizia una corsa per evitare sanzioni che, per le piccole aziende, potrebbero essere letali. Si tratta inoltre di prendere atto sempre più di un contesto che crea ostacolo anziché premiare l’innovazione alimentare e un modo di mangiare più sostenibile e inclusivo. L’Italia ha scelto di blindare il proprio vocabolario alimentare, pur sapendo che il futuro del piatto parla già una lingua diversa, più attenta all’etica e alla salute. Resta da capire se questi muri reggeranno di fronte a una sensibilità dei consumatori che, nonostante i divieti, continua a guardare avanti con sempre maggiore consapevolezza.
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Foto: cottonbro studio su Pexels
