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Rischi cardiovascolari anche quando l’aria è “a norma”

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Le particelle ultrafini presenti nell'aria potrebbero contribuire alle malattie del cuore e dei vasi anche nei Paesi in cui le gli inquinanti atmosferici risultino "a norma": è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista GeoHealth.
Rischi cardiovascolari anche quando l’aria è “a norma”

Le particelle ultrafini presenti nell’aria potrebbero contribuire alle malattie del cuore e dei vasi anche nei Paesi in cui le gli inquinanti atmosferici risultino “a norma”: è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista GeoHealth.

Uno studio internazionale coordinato dal CNR-ISAC evidenzia un’associazione tra l’esposizione prolungata alle particelle ultrafini e il carico delle malattie cardiovascolari. Questi inquinanti potrebbero avere effetti indipendenti dal PM2.5, rendendo necessario rafforzare monitoraggio e prevenzione. «Il rispetto degli attuali limiti di legge per la qualità dell’aria, dunque, potrebbe non essere sufficiente a proteggere completamente la salute cardiovascolare» fa presente ISDE Associazione Medici per l’Ambiente.

Lo studio pubblicato sulla rivista GeoHealth dell’American Geophysical Union è stato coordinato da Francesca Costabile dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (CNR-ISAC). Hanno partecipato anche studiosi del Max Planck Institute for Chemistry, dell’Università di Exeter, del Cyprus Institute e del German Center for Cardiovascular Research.

Cosa sono le particelle ultrafini

Le particelle ultrafini, indicate con la sigla UFP dall’inglese Ultrafine Particles, hanno un diametro inferiore a 100 nanometri. Sono quindi molto più piccole delle particelle PM2.5, già ampiamente studiate e riconosciute come un importante fattore di rischio per la salute. A causa delle loro dimensioni estremamente ridotte, le UFP possono penetrare profondamente nell’apparato respiratorio. Potenzialmente possono superare le barriere biologiche, raggiungere il sistema circolatorio e diffondersi verso altri organi. Queste particelle derivano soprattutto dai processi di combustione, compresi il traffico stradale, il riscaldamento, le attività industriali e altre sorgenti antropiche. La loro presenza, inoltre, non viene descritta adeguatamente attraverso la sola misurazione della massa del particolato, poiché le UFP pesano pochissimo ma possono essere presenti in numero molto elevato.

Lo studio condotto nei Paesi ad alto reddito

I ricercatori hanno analizzato l’esposizione a lungo termine alle particelle ultrafini nel periodo compreso tra il 2010 e il 2019. A questo scopo hanno utilizzato un nuovo database globale sulle concentrazioni di UFP e sull’esposizione della popolazione. I dati ambientali sono stati messi a confronto con quelli del Global Burden of Disease relativi alle patologie cardiovascolari, considerando due indicatori principali:

  • gli anni di vita persi a causa della mortalità cardiovascolare;
  • gli anni vissuti con disabilità dovuta a malattie cardiovascolari.

L’analisi è stata concentrata sui Paesi ad alto reddito, una scelta metodologica finalizzata a ridurre il peso di possibili fattori di confondimento, come le differenze tra i sistemi sanitari, le condizioni socioeconomiche e la qualità dei dati disponibili. Lo studio ha riscontrato una coerenza tra livelli più elevati di esposizione alle particelle ultrafini e un maggiore carico di malattie cardiovascolari. Si tratta di risultati che rafforzano l’ipotesi di un possibile effetto delle UFP indipendente dall’esposizione al PM2.5. L’associazione apparirebbe particolarmente significativa per gli anni vissuti con disabilità, più che per gli anni di vita persi. Trattandosi di un’analisi osservazionale su dati aggregati, i risultati non dimostrano da soli un rapporto diretto di causa ed effetto, ma forniscono indicazioni importanti per ulteriori ricerche epidemiologiche.

Esposizione in diminuzione, ma il rischio non scompare

«Nel decennio preso in esame l’esposizione alle particelle ultrafini è generalmente diminuita nei Paesi analizzati, probabilmente grazie ai progressi tecnologici e alle misure adottate per contenere le emissioni – spiega ISDE – Nello stesso periodo è stata osservata anche una riduzione della mortalità cardiovascolare, secondo una tendenza coerente in numerosi Paesi industrializzati. Ciò non esclude, tuttavia, che l’esposizione residua alle UFP continui a rappresentare un fattore di rischio sanitario. Le conoscenze disponibili rimangono ancora limitate, soprattutto a causa della scarsità di serie storiche omogenee e confrontabili. A differenza del PM10 e del PM2.5, le particelle ultrafini non sono ancora oggetto di limiti generalizzati basati sulla loro concentrazione numerica. Per questo motivo un’aria formalmente conforme ai valori di legge per il PM2.5 non può essere automaticamente considerata priva di rischi connessi alle particelle di dimensioni ancora inferiori».

Rafforzare il monitoraggio e la prevenzione

«La ricerca si inserisce nel quadro delle più recenti indicazioni europee e internazionali, che riconoscono la crescente importanza della misurazione delle particelle ultrafini. Anche la nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria ambiente, la direttiva UE 2024/2881, prevede una maggiore attenzione verso questi inquinanti emergenti – sottolinea ISDE – Secondo gli autori, le UFP dovrebbero trovare uno spazio specifico nelle strategie per la qualità dell’aria e la prevenzione sanitaria. È necessario ampliare le reti di misurazione, costruire serie di dati di lungo periodo e approfondire gli effetti dell’esposizione cronica, anche distinguendo le diverse sorgenti emissive. Lo studio richiama quindi un principio fondamentale per la tutela della salute pubblica: il rispetto degli attuali limiti normativi non coincide necessariamente con l’assenza di rischio. Accanto alla massa complessiva del particolato, occorre considerare anche il numero, le dimensioni, la composizione e la capacità delle particelle più piccole di penetrare nell’organismo. Ridurre ulteriormente le emissioni prodotte dalla combustione, dal traffico e dalle attività industriali, insieme a un monitoraggio più capillare delle particelle ultrafini, potrebbe contribuire a prevenire una parte rilevante del carico delle malattie cardiovascolari».

Foto: Sergio Castro su Pexels

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